IL LIBERO ARBITRIO.

15 11 2009

ESISTE, O NON E’ POSSIBILE?

[ULTIMATO 24.11.2009]

Questa volta intendo chiedere, e lo faccio solo ora, esplicitamente il parere di chi avrà la pazienza di leggere le mie successive riflessioni. Perché? Per almeno due motivi.

Il primo. Da sempre sono affascinato, ed in un certo qual modo ossessionato, dal pensiero se l’Uomo (la persona, uomo o donna che sia)  sia realmente dotato di “libero arbitrio”, oppure no. Ho consultato, nel corso degli anni, numerosissimi testi al riguardo. Più o meno autorevoli, più o meno approfonditi. Tutti mi hanno suggerito “qualcosa”; nessuno mi ha dato risposte definitive (ve ne sono?).

Il secondo. Sono pienamente consapevole che, con le sole mie forze e capacità, non sarò mai in grado di darmi una risposata al quesito, di “andare oltre”. Lo vorrei invece fare, perché sono del parere che l’argomento sia di estremo interesse, perché inerisce allo stesso “essere” della persona, in quanto differente dalle realtà animali (che, tra l’altro, molto spesso hanno da insegnare a “noi umani”). L’individuo ha come qualità distintive da questi ultimi, la razionalità, la creatività, la parola, e la facoltà di poter scegliere, consapevolmente, tra il bene ed il male.

Aggiungerei una terza considerazione. Sono del parere (e quindi, ognuno è libero di contraddirmi) che l’argomento riguarda, trasversalmente, sia i credenti (in Dio, comunque Lo si voglia denominare) sia gli atei. Ognuno, ovviamente, con differenti idee in merito alla problematica.

E’ mia intenzione sviluppare le successive riflessioni in modo tale da  sollecitare le opportune  “contro- riflessioni” di chi mi leggerà.

Questo il quesito di fondo su cui riflettere con l’obiettivo di tentare di dare una risposta, quanto meno plausibile.

Siamo veramente liberi di fare le nostre scelte in piena autonomia? Oppure, inevitabilmente, ne veniamo in qualche modo limitati, condizionati? O, ancora, non siamo affatto in grado di utilizzare il “libero arbitrio”, ma ci illudiamo di farlo, essendo noi, di fatto, legati indissolubilmente ad un “destino” che sfugge totalmente al nostro controllo?

Domande complesse, talvolta addirittura inquietanti, sulle quali mi propongo di argomentare e, soprattutto, di sollecitare il pensiero di chi mi leggerà.

Immaginiamo, per un solo momento, che l’Uomo non abbia la facoltà di esercitare il libero arbitrio, essendogli esso precluso, per i credenti, da Dio stesso, per i non-credenti, dal destino o Fato che dir si voglia.

Mi chiedo, allora, quale merito possa vantare colui che, nella sua vita terrena, abbia scelto di comportarsi in modo tale da perseguire il “bene” e, viceversa, che demerito si possa addossare a chi abbia scelto di seguire il solco del male (per denaro, potere, ricerca di notorietà, fino ad includere addirittura il fascino del sadismo).

Se le nostre scelte rappresentano un puro sogno, una irrealtà, un’illusione, dal momento che tutto è, invece, preventivato da Dio, dal destino o dal Fato che sia, ne consegue che “non può esistere” il libero arbitrio.

Ma, allora, c’è da riflettere seriamente se siamo tutti dei semplici “burattini”, le cui fila Qualcuno o qualcosa di insondabile, inconoscibile, fuori comunque dalla portata della nostra mente razionale (ma, umanamente, limitata) muove a proprio piacimento.

Quale delusione, però! Sarebbe questo l’uomo dotato di creatività e, soprattutto di “volontà”, intesa proprio  come antitetica al semplice istinto, prerogativa degli esseri animali?

Per contro, ci si può rendere contestualmente anche conto che “non tutto” è alla portata della libera scelta della persona.

A cominciare dalla sua nascita e dalla sua morte fisica. Né è pure possibile “scegliersi” l’ambito geografico, il contesto religioso e storico in cui venire alla luce.

Nascita e morte. Due granitici paletti entro i quali si svolge tutta la nostra esistenza terrena (l’unica, peraltro, che ci è data a conoscere). Soprattutto insondabile è il  “soffio della vita”, quello che precede ogni e qualsivoglia tipo di “evoluzione”.

Anche il grande Darwin aveva intitolato la sua geniale opera “L’origine della specie”. A riguardo di questo lavoro veramente enciclopedico, va tuttavia rilevato (qualcuno è in grado di smentirmi?) che lo scienziato-naturalista non riuscì mai a dare una risposta definitiva a quale fosse realmente “l’origine” della specie che, si badi bene, non coincide con l’evoluzionismo, ma ne è il presupposto.  

A tutte le riflessioni fin qui svolte, se ne  interconnettono altre, tra le quali: :

  • il problema del “male”;
  • l’eventuale intervento (intromissione?) di  Dio in questa vicenda.

Andiamo per gradi.

Appurato, almeno in linea di principio, che si possa parlare in ogni caso solo di un libero arbitrio condizionato,  cioè della possibilità di sola scelta tra il bene ed il male, viene da chiedersi (da parte dei Credenti): ma Dio può intervenire o condizionare le “nostre” decisioni?

Ecco il punto: il problema del male, che deve essere valutato sotto due profili.

Quello inerente alla sofferenza “collettiva”. L’Olocausto degli ebrei, in primis, ma non solo di essi. Vanno annoverati anche i milioni di Russi morti, le vittime nell’intera Europa, così come pure gli stessi Tedeschi totalmente “innocenti” della pazzia del Nazismo, e che non furono pochi. Da aggiungere anche altre tragedie umane del passato e del presente (la fame endemica, la morte infantile di milioni di esseri innocenti, le guerre, le dittature, le discriminazioni sociali: per religione, etnia, sesso, la violenza alle donne in quanto tali, ecc).

E quello del “male” che affligge il singolo individuo, in sintesi “le malattie”.

Viene spontaneo, in entrambi i casi, chiedersi: ma dov’è Dio quando tutte queste tremende “offese immorali” vengono a concretizzarsi?

Se il Signore è perfettamente Buono (desidera, cioè il “bene” per l’essere che Egli ha creato), perché permette il sopravvento del male sul bene. Perché è proprio a questo che noi, comuni mortali, in realtà quasi da sempre assistiamo “impotenti”, o quasi. Come si concilia un “orrore” fuori della portata di ogni ragionevole comprensione, con la perfetta Bontà di Dio?

E ancora c’è da domandarsi. Se Dio è inoltre perfettamente Giusto  e, soprattutto, Onnipotente, non poteva Egli opporsi alle immani tragedie del passato, alle catastrofi generate dalle Crociate, dai Got mit uns (Dio con noi, dei nazisti), all’Inquisizione, alle Guerre sante (le vuole Dio! Quale pazzia!), che tutt’oggi continuano a “spopolare”?

E’ questa l’Umanità che il Signore volle all’atto della Sua creazione?

Come una ciliegia tira un’altra, così io vengo letteralmente sollecitato da questo interrogativo a pormi ulteriori “domande”.

Perché Dio non risponde alle richieste di aiuto contro il male dilagante?

Ed ancora. Se il Signore (tra l’altro, “modellatore” del passato, del presente e del futuro), tra i tanti Suoi attributi “assoluti”, ha anche quello dell’Onniscienza, come è spiegabile che Egli, ad un certo punto, si sia  pentito di aver creato la Sua creatura, l’uomo, fatto da Lui a Sua immagine e somiglianza?

E Dio disse: ” Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza. (Gen. 1,26)

Ma, in seguito:

 … e il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, se ne dolse nel Suo cuore (Gen. 6,6/7).

 Perciò [Dio] disse a Noè: “La fine di ogni carne è giunta davanti a me… (Gen. 6,13).

Sono domande “angoscianti” che si sono posti teologi, sociologi, filosofi, umanisti.  

Taluni, al riguardo, hanno avanzato la seguente ipotesi.

Una volta creato l’universo, il mondo e l’uomo, Dio ha pensato che non c’era più nulla da dare a questo suo “essere”.

Anche in relazione al fatto che Egli aveva donato alla “persona” ciò di cui stiamo proprio argomentando: il libero arbitrio, la possibilità cioè di scegliere tra il bene ed il male. In caso contrario, non sarebbero spiegabili le promesse di “premi” e di “punizioni” che si ritrovano copiosi nella Bibbia (sia Antico, sia Nuovo Testamento).

Dio, così facendo, ha reso l’uomo responsabile delle proprie azioni, facendolo essere  anche veramente libero.

Tuttavia, padrone di attuare, purtroppo, anche le più orrende efferatezze nei confronti dei propri simili.

Questa “interpretazione” viene solitamente conosciuta con la dizione eclissi di Dio.

Ma, se così fosse realmente, ci si chiede quale significato possa assumere allora la preghiera, caposaldo di tutte le religioni.

Tramite essa ci si rivolge a Dio per “chiederGli” sempre qualcosa di buono, non di cattivo: un aiuto, un conforto nella disgrazia, nel bisogno in ogni caso. E’ l’uomo che soffre che si rivolge sempre a Dio.

Ma se il Signore Iddio non risponde più, qual è il significato da attribuire alla preghiera?

Con essa ci si intende riferire non alla Benedizione rivolta quotidianamente a Dio (emblematica soprattutto per la religione ebraica, laddove si assiste ad una esaltazione continua della Sua grandezza, all’Inno a Dio, alla Sua lode: dalla mattina alla sera), bensì a quanto ci dovrebbero richiamare nomi quali: Fatima, Lourdes, Medjugorje, la Kaaba.

In questi luoghi  si va per chiedere sempre una “grazia”, l’allontanamento di qualcosa di “pericoloso, nocivo”.

E ancora. L’aspettativa dei “miracoli”, come si concilia con queste considerazioni?

Una riflessione a margine dell’Onniscienza ed Onnipotenza di Dio nelle Sacre scritture, mi sembra opportuna; per sottolineare, anche, come le Religioni, pure “rivelate”, possano offrire interpretazioni differenti su alcune tematiche essenziali.

Sull’Onnipotenza di Dio (Allah), il Corano considera talmente eccelso questo attributo della Divinità, da esprimersi nel modo seguente:

Allah, nella Sua Onnipotenza, può (se lo vuole) anche “ricredersi”, ed addirittura “correggersi” , se del caso, senza per questo dover rendere conto in alcun modo agli Islamici.

 E’ questo un modo per “significare” infinita l’Onnipotenza di Allah.

…………………………………

Concludo.

Personalmente, come già accennato, ritengo che l’Uomo, proprio in quanto tale anche sotto il profilo teologico, non possa essere una “marionetta” i cui fili siano  mossi da Dio.

Questo il mio soggettivo pensiero.

Comunque, chi pensa, invece, che tutto sia esclusivamente nelle mani del Signore,  ha da parte mia la massima considerazione e stima.

Si tratta, in ogni caso, di due concezioni che, per essere supportate, hanno bisogno solo di “credere” in esse.

Roma, 17.11.2009





ISRAELE DEVE…

15 11 2009

 

Israele deve…

Tutto il mondo si sente in diritto/dovere di “dare consigli” ad Israele, se lo stesso vuole conseguire la pace. Lo fanno l’Europa, la Russia, i paesi “non” (?) allineati, il Canada, la Svezia, gli stessi Stati Uniti per bocca del loro Presidente Obama. E sia ben chiaro, io stimo questa persona e, tutto sommato, ho fiducia in lui. Speriamo sia ben riposta.

Quale il “consiglio” che vorrebbero dare “quasi” (con poche eccezioni, solo per loro proprio   tornaconto) tutti i Paesi arabi, è cosa nota a tutti.

Ora, è chiaro che, per raggiungere la pace, si debba arrivare ad un compromesso, e conseguentemente fare anche delle rinunce dolorose. E’ una cosa ovvia.

Se c’è al mondo uno Stato che aspiri a vivere in pace, questo è certamente Israele. Sono oltre 60 anni che lo stesso deve vivere sempre nel terrore di attentati, assediato da centinaia di milioni di arabi che vogliono “solo” il suo annientamento, la totale distruzione.

Si deve trattare. Ma con chi? Si devono bloccare gli insediamenti, se no… Si deve trattare anche con Hamas, dal momento che è stato eletto democraticamente. Ma c’è da chiedersi: è democratico uno stato che vuole solo la distruzione di un altro stato (e già questo è un obbrobrio), nonché l’eliminazione di tutti gli Ebrei. Che concepisce la “pace”  come “mors tua, vita mea”. E, stiamo ben attenti, non solo mors d’Israele, poichè il fondamentalismo islamico aspira a vivere solo ed esclusivamente lui, non essendovi neppure lo spazio per Stati Arabi cosiddetti (?) laici.

Il mondo dovrebbe essere totalmente islamizzato, e sottomesso alla legge della Shari’a. Che visione apocalittica, da incubo: tutti uguali, militarizzati: delle marionette! E’ riduttivo definire tutto questo solo grigiore?

Tuttavia unicamente ad Israele il mondo chiede rinunce.

C’è da chiedersi se questo Stato dovrebbe trattare con se stesso oppure, almeno sulla carta, sarebbe opportuno ci fosse una controparte con cui farlo?

Si vogliono costituire due Stati per due Popoli. Benissimo, ben venga!

Ma anche in tal caso nasce un grosso dilemma. Per chi? Ma solo per Israele, è ovvio.

Mi spiego meglio. Quando Netaniahu pose ad Abu Mazen, come condizione per riprendere i negoziati interrotti, il riconoscimento d’Israele come stato ebraico, ebbe come risposta che questa Nazione doveva essere “per forza” laica, a-confessionale. Evidenzio  che, personalmente, non ho simpatie particolari per Netaniahu ma, nel contempo, non mi sento assolutamente abilitato a valutare le sue idee politiche, non conoscendo la realtà d’Israele, né abitandovi. Conosco solo (abbastanza bene) la realtà italiana.

Dunque Israele “non” può essere uno Stato Ebraico. E perché?

Iniziamo dal suo nome “Israele” (in analogia ad Italia, Francia, Stato del Vaticano, ecc.), non Stato Ebraico. Passiamo alle “percentuali” di cittadini che professano una data religione. In Italia, quanti sono, in percentuale, i cristiani rispetto alle altre confessioni religiose, pur tenendo conto della forte immigrazione in questo ultimo decennio? Secondo il censimento [3] del 2001, risulta che il 97,67% degli Italiani è battezzato secondo il rito della Chiesa cattolica. Dalle statistiche del 2008 (stime) risulta, logicamente, un incremento della presenza di Musulmani. Ma la preponderanza dei Cristiani rimane evidente. E che dire dello Stato del Vaticano: c’è qualche cittadino “non cattolico/cristiano” in esso? E ancora. In Arabia Saudita agli ebrei non è neppure permesso di entrare. Ma ciò non basta. Lo sapete che, se un “cattolico” si presta a visitare questo stato ma ha il passaporto da cui risulta un suo “passaggio” in Israele, non gli è permesso l’accesso? Gli esempi si sprecano, e non solo nei paesi arabi nei quali, anche se l’ebreo è “tollerato” (conoscete il reale significato di questo termine a proposito del medesimo?), la semplice appartenenza alla religione ebraica è considerato un “anatema”?

Passiamo al fatto che si dice non vi sia alcun riferimento alla identità religiosa negli altri Stati. Il che è assolutamente assurdo e falso. E su questo specifico punto, infatti, anche quanto segue è “solo” un’invenzione d’Israele?

  • Cosa hanno in comune, ad esempio, Afganistan, Algeria, Bahrain, Bangladesh, Brunei, Comoros, Indonesia, Iran, Iraq, Giordania, Kuwait, Libia, Malesia, Maldive, Mauritania, Marocco, Oman, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Yemen? Indovinato! L’Islam è la religione ufficiale (il Cristianesimo, ad esempio, non lo è per l’Italia), sebbene alcuni di questi Stati abbiano significative minoranze non-musulmane.
  • Cosa dire poi dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI) un raggruppamento intergovernativo (attenzione: non di credenti!) di 57 paesi, incluso lo “stato di Palestina”, il cui statuto parla della loro “fede comune” (e quella dei cristiani? E quella degli ebrei: ma per carità!).
  • Ed in Egitto, la Shari’a, la legge islamica, viene formalmente riconosciuta  come la sorgente del diritto.
  • Vi sono infine espliciti riferimenti ufficiali alla religione quali:   Repubblica Islamica dell’Iran, Repubblica Islamica della Mauritania, Repubblica Islamica del Pakistan. E poi si storce la bocca (un eufemismo) quando Israele vuole essere riconosciuto come Stato Ebraico. Una bella faccia tosta!

C’è, inoltre, da argomentare sul rifiuto del riconoscimento d’Israele. Ci si domanda: da parte di chi? Riconoscimento di che? Della sua esistenza. Nel mese di agosto 2009, l’ANP ha affermato che, se in breve tempo non verrà riconosciuto lo Stato di Palestina, la sua Autorità lo proclamerà nel 2010. Perché? Per il semplice motivo ché è uno “stato de facto” ? E allora che cosa si dovrebbe dire di Israele, del miracolo che ha fatto, di quello che è? Che belle dimostrazioni originali di coerenza.

Facciamo un ulteriore passo avanti.

Israele vuole, ricerca con assillo la “pace”. Quella vera però, non a costo della sua “sparizione o cancellazione dalla faccia della terra, che dir si voglia”. Poiché, da morti, a nulla servirebbe cercare soluzioni politiche.

In concreto, Israele si trova davanti due opzioni.

Per conseguire la pace bisogna trattare con il “nemico”: ovvio. Rimane sempre da individuare questa “controparte” e, soprattutto, definire quali obiettivi plausibili sia  possibile raggiungere.

Questa è la prima opzione, che va perseguita con ogni mezzo ad ogni costo, con tutte le forze. Tutto può essere messo in tal caso in discussione, a meno che, naturalmente, alla fine della “trattativa”, si possa essere cancellati, eliminati fisicamente

La seconda opzione (e l’auspicio è che mai possa in alcun modo realizzarsi) è così sintetizzabile. Se per conseguire la pace a tutti i costi Israele dovesse essere costretto a “trattare” con Hamas (ad oggi: un suicidio) o con chiunque perseguisse gli stessi obiettivi di questo movimento, che significato avrebbe il termine pace? L’eliminazione dello Stato d’Israele, la “cancellazione dalla faccia della terra, non solo degli Israeliani ma, in prospettiva, di tutti gli Ebrei nel mondo. “Mors tua, vita mea”! Una bella prospettiva, davvero!

Che interesse avrebbe Israele per tutto ciò. Meglio che morti (sì, diverrebbe questa la triste realtà), sarebbe mantenere (suo malgrado) lo stato attuale. Vale a dire: la continua minaccia del terrorismo, l’assedio di tutto il mondo arabo, il perenne stato di guerra (voluto dagli “altri”), l’enormità delle spese per il mantenimento dell’esercito (senza l’aggravio delle stesse Israele sarebbe, senza alcun dubbio, il più ricco e prospero Stato del mondo).

Sì, meglio questo orrore che la certezza di “non esserci più”. Per cosa battersi di fronte a tale evenienza esecranda?

La forza d’Israele. Se non l’avesse avuta (già a partire dal “rifiuto” da parte degli Stati Arabi alla “spartizione” effettuata dall’ONU con Risoluzione n. 181 del 1947), questo Stato sarebbe certamente “scomparso” ancora prima di nascere (e poi, Suez 1956, Guerra dei sei giorni 1967, Kippur 1973, Libano, Gaza, ecc.).

Quanta falsità, faziosità, acredine, odio nel trattare Israele! Fintanto che ci si ostinerà a non voler distinguere i fatti dalle finzioni, il pompiere dal piromane, il democratico dal despota, non si riuscirà a fare un passo di più verso la pace.

C’è da meravigliarsi che, dopo tutto quello che fa e dice nel proprio statuto, Hamas venga in varie parti del mondo osannato. No, se si continua ancora ad inneggiare a Hitler!

Se i quotidiani lanci di missili verso Israele cessassero domani stesso, il giorno stesso  finirebbe la “reazione” d’Israele.

La pace mondiale (ma quando mai, se i paesi arabi si scannerebbero volentieri solo per “minime” interpretazioni dottrinali!) sacrificando sull’altare non solo gli Israeliani, ma anche gli Ebrei. Per non parlare del resto del mondo. Si rifletta!

Ci si rende conto dell’abisso cui può giungere l’animo umano?

BIBLIOGRAFIA

[3] WIKIPEDIA, l’enciclopedia libera

[4] D. A. Harris – Scritti italiani – Edizioni AJC Italia – 2009

Roma, 22.09.09

“Bambini, massacriamo gli ebrei”

Un popolare programma televisivo di Hamas per bambini, che normalmente dà consigli come “date ascolto ai genitori” e simili, ha mandato in onda alla fine del mese scorso un appello a “massacrare” degli ebrei. Lo riferisce Palestinian Media Watch, ente dedicato al monitoraggio costante dei mass-media palestinesi.
Tutti gli ebrei devono essere “cancellati dalla nostra terra”, dice Nassur, un pupazzo ospite nel programma settimanale “I pionieri di domani”, diffuso dalla tv di Hamas Al-Aksa, rivolgendosi a un piccolo spettatore che ha telefonato durante la puntata del 22 settembre scorso. “Noi li vogliamo massacrare – aggiunge il pupazzo rivolgendosi alla giovane conduttrice – cosicché vengano espulsi dalla nostra terra… dovremo farlo massacrandoli”.
Nan Jacques Zilberdik, l’analista di Palestinian Media Watch che ha tradotto in inglese il programma, spiega che “I pionieri di domani”, trasmesso dalla striscia di Gaza, è fruibile via satellite in tutto il mondo.

Per vedere il filmato (con sottotitoli in inglese):

http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1254393089602&pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull

“Bambini, massacriamo gli ebrei”
 
Un popolare programma televisivo di Hamas per bambini, che normalmente dà consigli come “date ascolto ai genitori” e simili, ha mandato in onda alla fine del mese scorso un appello a “massacrare” degli ebrei. Lo riferisce Palestinian Media Watch, ente dedicato al monitoraggio costante dei mass-media palestinesi.
Tutti gli ebrei devono essere “cancellati dalla nostra terra”, dice Nassur, un pupazzo ospite nel programma settimanale “I pionieri di domani”, diffuso dalla tv di Hamas Al-Aksa, rivolgendosi a un piccolo spettatore che ha telefonato durante la puntata del 22 settembre scorso. “Noi li vogliamo massacrare – aggiunge il pupazzo rivolgendosi alla giovane conduttrice – cosicché vengano espulsi dalla nostra terra… dovremo farlo massacrandoli”.
Nan Jacques Zilberdik, l’analista di Palestinian Media Watch che ha tradotto in inglese il programma, spiega che “I pionieri di domani”, trasmesso dalla striscia di Gaza, è fruibile via satellite in tutto il mondo. Si tratta di un programma che

Per vedere il filmato (con sottotitoli in inglese):
http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1254393089602&pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull

E’ con “questo” Hamas che Israele dovrebbe trattare per raggiungere la pace? 

Roma, 22.09.09

  

 

Segnalatemi ogni errore, omissione, smentita. Ve ne sarò grato.





IL GERME DELL’ODIO

22 10 2009

COMPLETATO –  05.11.2009

Intendo sottoporre queste mie riflessioni non all’attenzione di chi odia preconcettualmente, in mala fede, per puro fanatismo, ma a coloro (e, meno male, sono la stragrande maggioranza delle persone) che sanno ragionare, discernere, ascoltare e non solo urlare le “proprie e sole” verità.

Rivolgersi a chi odia sordamente, con tutta l’anima, non condurrebbe a nulla, sarebbe solo tempo sprecato: un esercizio inutile.

Infatti non vi è peggior sordo di chi non vuol sentire, né cieco di chi non vuole vedere.

L’odio immotivato, fanatico, è estremamente pericoloso. Si dovrebbe arrivare a scuotere tutte le coscienze  per contrastarlo efficacemente.

Perché mi accingo ad esternare alcune mie riflessioni in proposito? Per il semplice motivo che ritengo l’odio sviscerato verso le persone,  gruppi sociali o quant’altro, la causa prima dei più efferati crimini e disastri consegnatici dalla Storia, i quali, purtroppo e ancora oggi, continuano a perpetuarsi, addirittura ad ingigantirsi.

Storia maestra di vita: sarà poi vero?

Homo homini lupus, dicevano con espressione colorita i latini. Ma perché, per quale motivo di fondo, si può accettare una tale affermazione? Perché la violenza gratuita dovrebbe prevalere sul vivere in pace tutti quanti? Non sarebbe meglio sostituire questo modo di dire con vivi e lascia vivere. 

Tutti hanno il diritto di vivere.

La sacralità della vita è il bene più prezioso per ogni “persona” in quanto tale (uomo, donna, bambino). L’ho detto più volte, e non mi stancherò mai di ripeterlo.

L’odio sordo, irrazionale, inspiegabile, immotivato, viscerale, va proprio contro questo “bene supremo”.

Non si odia soltanto, ma si vuole eliminare fisicamente il proprio nemico, uccidere lui e non solo l’dea di cui è portatore.

L’odio endemico può arrivare ad annientare l’Umanità.

Ciò premesso, vediamo innanzitutto qual è il significato intrinseco di “odio”.

Dal vocabolario TRECCANI. Sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui.

Da WIKIPEDIA l’enciclopedia libera. L’odio è un sentimento umano che si esprime in una forte avversione o una profonda antipatia. Lo distingue la volontà di distruggere l’oggetto  odiato, e la percezione della sostanziale “giustizia” [convinzione assoluta di “aver ragione”] di questa distruzione. Si parla di “oggetto” odiato anche nel caso di odio verso  persone, perché queste non vengono considerate propri simili, esseri umani come chi odia, ma appunto oggetti invece che soggetti.

Non vi è alcun dubbio, invero, sul fatto che l’uomo sia l’animale che ha maggiormente sviluppato l’odio nei confronti dei propri simili.

Non bisogna trascurare neppure che l’odio si manifesta anche con la violenza psicologica, e non solo fisica. Essa tende ad uccidere la personalità dell’essere umano, pur rimanendo intatto il suo corpo.

L’odio, in definitiva, offusca la ragione, la caratteristica principale che ci distingue dagli animali. 

Eric Fromm nel suo libro Die Antwort der Liebe [La reazione all’amore] distingue due tipologie di odio, quello “reattivo” e l’odio determinato dal carattere, [in base al quale] costui crede che l’umanità sia printa [predisposta] all’odio anziché all’amore.

L’odio reattivo è sempre il risultato di una profonda ferita o di una situazione dolorosa e immutabile a cui ci si trova di fronte impotenti [che ha come reazione, ad esempio, la vendetta per un grande male subito ingiustamente].

Non desidero affatto dilungarmi in analisi di tipo sociologico, psicologico o filosofico, sia perché non ne ho alcuna competenza specifica, sia (soprattutto) perché lo ritengo inutile al fine delle successive riflessioni.

E’, comunque, mia intenzione soffermarmi ad argomentare esclusivamente sull’odio quale sentimento “estremo”, senza trascurare, tuttavia, l’odio “reattivo”.

Personalmente, infatti, sono dell’avviso (e quindi trattasi di una convinzione del tutto opinabile) che il sentimento d’odio non possa avere “sfumature”, ma debba essere caratterizzato dal “tutto o niente”.

Ecco cosa dice, in proposito, Vittorino Andreoli, uno psichiatra di fama mondiale. Penso comunque che bisognerebbe sottolineare che, quando si odia, non è possibile dire: “Odio al 50% o al 20%: se si odia, si odia”. E riporta che  Primo Levi diceva: “La ragione deve controllare l’odio”. Io [Andreoli]  penso che la razionalità sia  sicuramente uno strumento di controllo, ma non di eliminazione dell’odio, perché i sentimenti sono spesso diversi dal ragionamento: sono forti ed esclusivi.

D’altra parte, che significato si può conferire ad un odio sfumato, debole, delicato, ecc.?

L’odio che uccide

L’oggetto (appunto: non un “soggetto”) dell’odio viene in generale individuato nel diverso, che diventa allora il “nemico” cui contrapporsi, fino a giungere alla sua eliminazione fisica. “Diverso” è colui che non fa parte del proprio nucleo o categoria sociale in generale.

In primo luogo si odia per motivi di ordine religioso, razziale, etnico, comportamentale  (misoginia, omofobia). Ma si avversa anche chi non è fisicamente “normale” (non certo per sua volontà): handicappati, invalidi, ecc.  

Al di là della sostanza, oggetto di questo esaltato sentimento di repulsione è colui che non fa parte di una maggioranza in senso lato. E’ questa, e solo questa, che ha senza ombra di dubbio “ragione”, che è perfettamente e sempre nel giusto, che è “normale”.

Non si deve dimenticare mai che è stata proprio la maggioranza dei Tedeschi che mandò al potere (e continuò a sostenere)  Hitler. Ed esempi analoghi si sprecano.

C’è poi da chiedersi che cosa sia “normale”, e che cosa non lo sia. Ed ancora, se l’idea espressa dalla maggioranza sia di per sé garanzia di democrazia, e di scelte giuste. Qualora fossimo tutti eguali, (in quanto ad idee, fede religiosa, indirizzo politico, ecc) ci sarebbe sì l’uniformità, ma anche l’appiattimento, il grigiore più totale. Un’ umanità di “soldati burattini”.

Quale significato avrebbe il fatto di vivere  in un mondo di tutti buoni (o tutti cattivi)? Avrebbe ancora un qualche valore il bene, in contrapposizione al male?

L’odio che uccide va costruito, ricercando (spesso addirittura inventandoselo di sana pianta) un nemico da combattere, annientare e, prima ancora, da “disprezzare”. E’ proprio lo spregio per il diverso, a mio avviso, tanto il collante fra coloro che odiano, quanto la motivazione più forte per perpetuare nel tempo e nello spazio lo stesso.

Questo sentimento così negativo e pericoloso, dopo essere stato artatamente costruito, ha bisogno di crescere e ”mantenersi” duraturo.

Diviene imperativo, allora, “insegnarlo”.

L’antisemitismo (che, dopo due millenni di calunnie, disprezzo, istigazioni all’omicidio da parte della Chiesa Cattolica, ha portato all’orrore senza fondo della Shoà, nonché il razzismo nei confronti delle persone di colore (che è sfociato nella vergogna umana dello  schiavismo), sono esemplificatori di queste riflessioni.

Non è assolutamente mia intenzione dilungarmi sull’antisemitismo, argomento che ho avuto modo di sviluppare in alcuni miei scritti  [1]. Vorrei, tuttavia, fare solo un breve cenno su come si “insegna” l’odio.

Il “testimone”, dalla Chiesa (che ha riconosciuto- Nostra Aetate. Concilio Vaticano II – il suo ruolo nefasto nei confronti degli Ebrei: l’accusa di “deicidio”) è passato all’integralismo islamico (una vera “staffetta” con traguardo l’odio). Esso è, principalmente incarnato da Hamas, che si è inventato l’odio verso il sionismo, per mascherare il suo viscerale antisemitismo. Non è, infatti, affatto vero che Hamas avversi Israele: esso è contro gli ebrei di tutto il mondo. Basti leggere il suo statuto [2][3].

L’istigazione all’odio contro gli ebrei è documentato e risaputo da tutti (meno che da coloro i quali non vogliono né vedere né sentire. Da quelli che sono in grado di negare addirittura sia la prima, sia la seconda guerra mondiale). Cosa insegna Hamas ai bambini, fino dalle classi elementari? La cultura? Sì, quella dell’odio verso gli ebrei. Si è potuto vedere in questi giorni (ottobre 2009) addirittura filmati di bambini che, nella Striscia di Gaza,  lanciavano pietre contro gigantografie raffiguranti il loro presidente Abu Mazen. Perché? Per il semplice motivo che lo stesso aveva indetto nuove elezioni (avversate da Hamas) nel gennaio 2010. 

Il mantenimento “vivo” dell’odio, quindi, si consegue (è proprio questo l’obiettivo cui si mira) fomentandolo, gettando discredito, calunniando, facendo leva sull’ignoranza, l’invidia, e quant’altro. Manipolando le coscienze, per auto-convincersi, per mantenere sempre in vita un odio maniacale.

Che uccide.

Non ho altro da aggiungere, né intendo fare una valutazione politica che non mi compete, né mi interessa. 

 

I germi dell’odio

Ci vuole ben poco per seminare odio.

Ancor prima di giungere addirittura alla sua “cultura”, ci sono vari comportamenti “anormali” che possono trasformarsi in germi dell’odio. Sono proprio quelli che devono fungere da vero campanello d’allarme, senza dover aspettare che si trasformino in manifestazioni violente contro chiunque. Essi si annidano all’interno di quelle che, a prima vista, potrebbero apparire come innocue manifestazioni. 

Vogliamo citarne alcuni, solo a titolo di esemplificazione?

Poco peso si usa dare agli stupri di donne, al cosiddetto “bullismo” giovanile nella scuola e fuori di essa, alla violenza contro gli handicappati, i disabili, gli omosessuali, e anche i bambini, gli esseri più indifesi e, nella vera accezione  della parola, innocenti. Quale vergogna peggiore della pedofilia?

Si tende, tuttavia, sempre più spesso a “motivare” queste azioni, vigliacche ancora prima  che nefande, a parlare di ragazzate, semplici bravate di chi non si rende conto.. (ma via!), di chi agisce per noia (far del male per noia? E’ così che si sta evolvendo il mondo?).

Perché non si parla mai, invece, di piccoli delinquenti che crescono? Le parole hanno un gran peso nell’educazione delle coscienze.

Il bruciare le bandiere di uno Stato, il campanilismo esacerbato che può degenerare in scontri dentro e fuori gli stadi (talvolta anche con uccisioni), non sono affatto sintomi da sottovalutare. E che dire di quel fenomeno dilagante cui è stato dato il nome di “bullismo”? Ragazzate? Anche i delinquenti più feroci sono stati, un tempo, dei ragazzi.

Quale, in tutto ciò, il ruolo del gruppo, meglio ancora del “branco”? Rilevante! E’ con esso che si perde la personalità vigliacca del singolo, per assumere quella del branco. Forte con i deboli (le donne, i disabili, i bambini..), vile con i forti (si comporterebbero analogamente trovandosi di fronte ad un Tyson)? 

Si rischia di perdere la propria personalità all’interno di un gruppo, per assumere quella di quest’ultimo. 

Il campanilismo esaltato può degenerare in odio verso una città limitrofa, una regione, uno Stato.

Qualcuno è del parere che anche in alcuni passi dell’Inno di Mameli si possa annidare il seme dell’odio.

Ne riporto uno stralcio.

………………………………………………………………………………………………………………………….

Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò.  Nell’antica Roma alle schiave venivano tagliati i capelli. Analogamente la Vittoria dovrà porgere la sua chioma perché sia tagliata quale schiava di Roma, che sarà appunto vincitrice. Schiava di Roma, perché? 

Giuriamo a far libero il suolo natio: uniti, per Dio, chi vincer ci può? Per Dio: vi è una  doppia interpretazione possibile. Può essere un’imprecazione, ovvero può intendersi: per volere di Dio. Quale sarà stata mai  l’idea di Mameli? In ogni caso, sembra opportuno il richiamo a Dio per dichiararsi invincibili? 

Già l’Aquila d’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia. E il sangue Polacco bevè col Cosacco. Ma il cor le bruciò. L’Austria, alleata con la Russia (il Cosacco) ha diviso e smembrato la Polonia. Ma quel sangue bevuto [truculento] avvelena il cuore degli oppressori.

………………………………………………………………………………………………………..

Personalmente ritengo, invece, che il nostro Inno vada inserito nel contesto dell’odio reattivo, quello cioè attinente alla difesa della Patria minacciata, quindi in lotta eventuale contro un pericolo. 

L’odio reattivo

Un’ altro tipo d’odio, come già anticipato, è quello denominato reattivo. Con esso si intende caratterizzare una “azione in risposta” ad insopportabili soprusi, violenze, ingiustizie, regimi dittatoriali, tirannici. Rispondendo con odio (provocato “in   reazione”) alle ostilità messe in atto fondamentalmente da violenti e prevaricatori.

Gli esempi da produrre sarebbero molteplici; i lettori sono in grado di trovarli da soli.

Va, comunque, evidenziato che si può anche rilevare un aspetto (diciamo così) positivo nell’odio reattivo.

Intendiamoci, l’odio è sempre una manifestazione di per sé negativa. A scanso di equivoci, voglio, perciò, chiarire meglio tale mio pensiero. Se questa tipologia d’odio scaturisce, ad esempio, quale “ribellione” di masse represse (a causa di dittature, totalitarismi, tirannie), ne consegue che si riesce, in tal modo, a contrastare e, addirittura,  “rovesciare” ciò che esse rappresentano: il male. Basti riandare a quello che è accaduto con il Nazismo, lo Stalinismo, ecc.

La “sconfitta” del male viene ad assumere, pertanto, la valenza di una “manifestazione” positiva.

Nel contesto dell’odio reattivo, si assiste però ad un vero e proprio inspiegabile paradosso. Quello riguardante l’antisemitismo millenario, sfociato nell’orrore senza fondo  della Shoà.

Gli Ebrei sono stati per oltre 2.000 anni oggetto delle più svariate angherie, di  inimmaginabili soprusi. Senza alcun limite le calunnie inventate contro di loro. Per citarne solo alcune. Da quella del “deicidio”, ai falsi “Protocolli dei Savi di Sion”; dall’accusa di utilizzare il sangue dei bambini “cristiani” insieme all’azzima di Pasqua (Pesach ebraica), al loro continuo “complottare” contro il mondo intero, sempre e dovunque;  dal detenere il dominio dell’economia mondiale (che sarebbe accaduto se Bill Gates, Soros, W. Buffet, e – in Italia- Berlusconi, Ferrero [Nutella], Del Vecchio [Luxottica], ecc., avessero professato la religione ebraica?), all’essere (tutti, si badi bene) marxisti [per quelli di destra] o capitalisti [per quelli di sinistra]. Innumerevoli anche le “persecuzioni” fisiche sfociate in uccisione di massa di uomini, donne, bambini: i “pogrom” russi, imitati da quasi tutti gli Stati della Europa, l’Inquisizione Spagnola, fino al culmine della “Shoà”.

Ebbene, dopo tutti questi assassinii, ci si aspetterebbe, da parte degli ebrei, una reazione, un odio sordo verso tutti coloro che hanno (in buona parte) elimininati fisicamente i loro correligionari, fatti oggetto di millenario disprezzo.

E, invece, no. Sono sempre coloro i quali li hanno continuamente perseguitati a volere, ancora oggi (gli odierni neo-nazisti, reali o ideologici che siano) arrivare alla soluzione finale ebraica perseguita da Hitler, così come pure da Stalin.

Non vi sembra che ci sia qualcosa che non “quadri”?  

 

Conclusione

Sta solo ai lettori valutare i pericoli che possono scaturire dall’odio.

Sta solo a loro cercare di arginarlo, combatterlo, produrre gli anticorpi per isolarlo.

E’ unicamente per questo motivo che sottopongo loro queste mie riflessioni.

Le società possono svilupparsi e proseguire seguendo, invece che la cultura del nemico, della competizione esaltata e dell’odio, una cultura della cooperazione. Con la quale non si affermi l’eliminazione dell’altro, bensì la convivenza pacifica [5]. E’ questo di cui l’umanità ha bisogno, non di andare verso il baratro dell’”autodistruzione” cui una contrapposizione immotivata e preconcetta può portare.

Per chi cova odio verso i “diversi”, esiste solo l’individuo vincente, e manca totalmente in lui la consapevolezza della sofferenza gratuita patita dai perseguitati, od oggetto di soprusi. Vi è una assoluta mancanza di empatia [4]. Nella cooperazione, invece, il singolo è un elemento essenziale dell’unità-gruppo.

Qual è il vostro pensiero sull’argomento?

 

 

Mentre si rileva che esistono, nel mondo intero, varie associazioni contro il razzismo, quasi nulla di analogo esiste contro l’odio. Non mi risulta (grato se qualcuno potrà correggermi) che in Italia vi sia un qualche OSSERVATORIO al riguardo, mentre all’estero si trova almeno qualcosa.

Ad esempio:

Una organizzazione-WEB che monitorizza la crescita e l’evoluzione della minaccia portata dall’attività dei gruppi su INTERNET

Contrasto dell’odio da parte delle Nazioni. Articoli e statistiche forniti dalla  Leadership Conference Education Fund.

(Non so per quale motivo ma, al momento, questa pagina è stata   rimossa)

Bibliografia

[1]  Il “deicidio” smentito dagli stessi Vangeli

[2]  HAMAS ESISTE?

[3] STATUTO HAMAS

[4] EMPATIA: UN ANTIDOTO

[5] V. ANDREOLI-L’ODIO 

 

 





ALLA VITA!

17 09 2009

Non mi stancherò mai dal sostenere che, per l’uomo, non vi è nulla di più importante della sacralità della vita. 

Non cesserò mai dal dare un, sia pure insignificante, contributo alla “convivenza pacifica” tra tutte le persone, qualunque siano la loro fede, l’etnia, le convinzioni sociali. 

Sarebbe così bello se, in questo unico mondo che ci “ospita”, si riuscisse a vivere tutti in pace. E’ possibile. Basterebbe immedesimarsi sempre nell’”altro” (ah, l’empatia!) e realizzare semplicemente il “vivi e lascia vivere”. 

Queste riflessioni trovano, ogni tanto, conforto nel constatare che vi sono anche non poche altre persone che la pensano come me. 

L’articolo, che ripropongo di seguito, ne è una testimonianza interessante. 

Lo pubblico integralmente. Mi sono permesso solo di evidenziare  alcuni punti in grassetto. Me ne assumo la responsabilità.   

………………………………………………………………………………………………………

 

ALCUNE COSE CHE HO IMPARATO

di Peppe Sini

 

“Quod apud Graecos in proverbium cessit: talis hominibus fuit oratio qualis vita”

(Seneca, Ad Lucilium, 114, 1)

 

Il vantaggio di avere una lunga barba bianca, ovvero di essere ancora vivo a un’età in cui si sa di essere fortunati ad esserci arrivati, è che alcune cose dovresti averle imparate.

*

1. Ho imparato che la giusta e necessaria lotta di liberazione e di solidarietà dei popoli e delle classi oppresse deve essere nonviolenta, o sarà destinata alla sconfitta, ed in questa sconfitta sarà travolta l’umanità intera. La nonviolenza è la lotta di liberazione e di solidarietà che l’umanità intera raggiunge, convoca, riconosce, salva.

*

2. Ho imparato che l’unica vera fondamentale misura della libertà di tutti è nella libertà femminile: una società – o una cultura – che nega la libertà delle donne è già il fascismo.

*

3. Ho imparato che la civiltà umana si fonda sul riconoscimento dell’altrui umanità e sulla comune responsabilità per la biosfera. E che quindi l’uccidere e la guerra sono nemici assoluti dell’umanità, ed è compito dell’umanità intera e di ogni persona in cui essa si incarna contrastare la guerra e le uccisioni, e di esse tutti gli strumenti, gli apparati e le logiche.

*

4. Ho imparato che non sarà la lotta armata (sia essa degli eserciti regolari degli stati arabi, della guerriglia di liberazione nazionale, del terrorismo fondamentalista) che potrà garantire la nascita di uno stato in cui il popolo palestinese possa vivere in libertà, sicurezza e benessere. Solo la pace garantirà la libertà e i diritti del popolo palestinese in uno stato di Palestina indipendente e democratico al fianco dello stato di Israele. Chi uccide o tenta di uccidere pretendendo di farlo in nome del popolo palestinese, del popolo palestinese è nemico.

*

5. Ho imparato che nessuna guerra potrà mai garantire la sicurezza della popolazione dello stato di Israele e l’esistenza stessa di quello stato, anzi ogni guerra accrescerà il pericolo per essa ed esso. Politicanti irresponsabili e assassini facendo la guerra possono vincere le elezioni, certo; ma nessuno spargimento di sangue potrà portare pace, sicurezza, benessere. Solo la pace garantirà la sicurezza e il benessere della popolazione israeliana in uno stato di Israele sovrano e democratico al fianco dello stato di Palestina. Chi uccide o tenta di uccidere pretendendo di farlo in nome della popolazione e dello stato di Israele, del popolo e dello stato di Israele è nemico.

*

6. Ho imparato che in Europa Hitler ha seminato tanti seguaci ed eredi che sono divenuti legione e prominenti non solo nei governi di destra e nelle gerarchie religiose, ma finanche nei gruppi dirigenti e nelle basi militanti della sedicente sinistra (che pertanto sinistra già non è più). Di solito costoro fingono di essere contrari ai pogrom, fingono di essere inorriditi dalla Shoah, fingono di non essere più razzisti. Ma ogni tanto, anzi fin troppo spesso, le loro parole e i loro gesti più banali e irriflessi tradiscono un loro più fondo pensiero e talune loro più profonde intenzioni, ed a me che soffro di nevralgia del trigemino e basta un nonnulla per sentirmi trafiggere quasi non passa giorno che non percepisca nelle parole di autorevoli religiosi, di neofascisti e razzisti in doppiopetto o in orbace, e di scalmanati, imprenditori e burocrati dello squadrismo che pretende spacciarsi per sinistra, le stesse frasi, gli stessi scarponi, lo stesso filo spinato, lo stesso corso di ferine pulsioni e di disumanate ideologie dei seguaci del Mein Kampf. La lotta contro Hitler non finisce mai. Alla lotta contro Hitler devi prendere parte tu oggi, dentro e fuori di te.

*

7. Ho imparato che se riuscissimo, le persone di volontà buona tutte insieme, a promuovere la pace e la giustizia in terra di Palestina, fra dieci o cinque o tre generazioni non ci sarà più motivo per due stati diversi in quel luogo: venuta la pace, quelle popolazioni si riconosceranno sorelle, si riconosceranno infine una popolazione sola dalle molte preziose radici, una sola umanità come in effetti già sono, come in effetti già è l’umanità intera. Ma oggi, oggi, occorre che nasca subito lo stato di Palestina a fianco dello stato di Israele. Subito. Occorrono subito due stati indipendenti, sovrani, liberi, sicuri, democratici. E’ un passaggio urgente e indispensabile.

*

8. Ho imparato che la massima sciagurata “il nemico del mio nemico è mio amico” è l’idiozia delle idiozie, la scelleratezza delle scelleratezze. Coloro che oggi sostengono i neonazisti del cosiddetto fondamentalismo islamico (ovvero i gruppi politico-militari che si spacciano per islamici, tradendo così l’islam nel suo fondamento stesso ed essendo pertanto in realtà anti-islamici) sono dei folli e dei criminali. Così come coloro che sostengono la deriva militarista e razzista del governo di Israele.

*

9. Ho imparato che essere vivi è l’unico bene che abbiamo senza del quale altro bene non si dà. E che quindi l’uccidere è il crimine che l’umanità deve bandire per sempre.

*

10. Ho imparato che la nonviolenza è l’unica politica adeguata ai compiti presenti dell’umanità.

*

E’ stato detto: neminem laedere. E’ un buon inizio. E’ stato detto: tratta le altre persone come vorresti essere trattato tu. E’ una buona norma. E’ stato detto: ama il tuo nemico. Ed è ben detto. E’ stato detto: nessun essere umano è mio nemico. Ed è ancor più ben detto. Vi è una sola umanità, abbine cura.





HAMAS ESISTE?

17 09 2009

Ponti non muri, dovrebbe costruire Israele. Belle parole, come “fate la Pace”. Ma la realtà qual è?

Perché nessuno si chiede (o preferisce non farlo) quale sia il motivo per cui Israele  ha “dovuto” costruire il Muro?

E’ solo ipocrisia, faziosità, o c’è dell’altro?

E se la situazione cui è assoggettato Israele si presentasse anche in Italia, in Germania, nello Stato Vaticano? I “muri” sono stati elevati anche in altri Stati, ma nessuno ha mai protestato. Se mi sbaglio, correggetemi, fatemelo sapere.

Quanti atti terroristici in meno, quante vite umane ha salvato questo “muro” da quando è stato eretto! Ma ciò non conta. Interessa solo la Palestina.

Ponti, non muri dovrebbe costruire Israele. Dovrebbe cercare la “Pace”! Da fare con “chi”? Con i Palestinesi, ovviamente. Ma chi li rappresenta?

Hamas esiste? O, anche questo, è un ”alibi” di Israele per non ricercare la pace?

Con chi discutere, con chi “tentare” di fare la pace? Con Hamas che vuole “gettare gli ebrei a mare”, e non solo prendere tutti i loro averi? Con Al Fatah, che non rappresenta “tutto” il Popolo palestinese? Un bel dilemma per Israele. Ma è questa la “realtà”. Non si dimentichi che, dall’atto della sua creazione, nel 1948, Israele “ha costruito” tutto l’attuale Stato, uno tra i più moderni del mondo, ha fatto “germogliare” e ha reso fertile il deserto, ha elaborato i sistemi migliori per “economizzare” l’acqua (il bene più prezioso per l’uomo), per “risparmiare” energia (Israele non ha l’oceano di petrolio degli Stati arabi), è all’”avanguardia nell’”alta tecnologia”, un settore che gli è invidiato da tutto il mondo. Questo Stato ha basato la sua esistenza sulla “democrazia”, all’interno di un mondo non solo ostile ma (in buona parte) dittatoriale o, quanto meno, totalitario.

Hamas esiste? Sì, e vuole letteralmente “cancellare” tutto questo.

Che faresti tu (Italiano, Francese, Inglese, ecc.) se il tuo nemico non volesse solo la “tua terra”, ma mirasse a sopprimere proprio te, se considerasse addirittura che tu non esista? Ma da Israele si pretende che faccia la Pace “a qualunque costo”, che costruisca ponti, invece che muri.

Se l’Iran riuscisse a lanciare i suoi missili a lunga gittata in grado di colpire Israele (ammazzare, che bello!), perirebbero anche gli Israeliani arabi, musulmani, cristiani, e non solo quelli ebrei. Oltrechè gli abitanti della Striscia di Gaza. Ahmadinnejad sarebbe, forse, di fronte a questa eventualità inorridito? Ma via!

E che dire dei “lanci di missili” (vedi Hamas) con la volontà (o almeno la speranza) di uccidere il maggior numero possibile di persone (uomini, donne, bambini), nonché provocare danni materiali i più elevati possibili.

Tutti zitti (non una voce contro questi lanci che continuano, ancora oggi, giorno dopo giorno, ci mancherebbe!) dopo il can can dei “soliti noti” (insieme al silenzio “assordante” di quasi tutto il mondo “civile”) prima e durante la Guerra di Gaza (ricordate?) che Israele ha dovuto intraprendere, come al solito,  per reagire agli incessanti e ormai divenuti insopportabili lanci. Che doveva fare uno Stato, che ha come principale compito quello della sicurezza dei propri cittadini? Ma tutto questo non si dice, non si rileva, non conta, non esiste. Sono razzi rivolti agli Ebrei: importa qualcosa?

Hamas esiste?

Anche Israele, a mio modo di vedere (peraltro opinabilissimo e di nessun peso) da cittadino Italiano, commette degli sbagli (che, sempre a mio personale avviso, si ripercuotono prevalentemente contro lo stesso).

E’ proprio necessario costruire insediamenti all’interno di territori che dovranno  (inevitabilmente) essere restituiti ai Palestinesi. Non insegna nulla l’evacuazione degli Israeliani dalla Striscia di Gaza voluta dall’ex Premier Ariel Sharon? Che sarebbe accaduto a quegli stessi ebrei “riportati” in Israele, dopo che Hamas ebbe preso il potere in tutta la Striscia?  

Ripensamenti sugli accordi presi con Abu Mazen dai precedenti Governi  israeliani? Sono proprio opportuni? E se i Palestinesi (ma, mi chiedo nuovamente,  chi li rappresenta?) si comportassero allo stesso modo, che cosa direbbe Israele? Come minimo che “essi” sono inaffidabili.

Tuttavia, personalmente debbo riconoscere anche che non ho titolo, né la facoltà di sindacare né, tantomeno, di giudicare le scelte e l’operato di coloro che “vivono” quotidianamente la realtà Israeliana. Peraltro, le critiche le fanno (e sempre le hanno “democraticamente” rivolte puntualmente ai vari Governi che si sono, via via, succeduti dal 1948) tanti autorevolissimi intellettuali Israeliani. Facile è emettere giudizi stando al di fuori di Israele.

Vi risulta che ci siano “voci” di dissidenti Arabi all’interno dei Paesi in cui risiedono? Ve ne sarò grato se me le segnalerete.

Criticare i Governi d’Israele è legittimo. Spronare gli stessi ad  “impegnarsi di più” per raggiungere una Pace duratura con i Palestinesi, pure.

Ma è possibile che nessuno (neppure Papa Benedetto XXVI durante il suo recente viaggio in Giordania ed Israele) di fronte all’”obbrobrio” del Muro faccia mai un richiamo alla funzione di Hamas nel processo di Pace.

Hamas esiste, opera, o è un’entità puramente astratta?

Il Muro non è stato eretto da Israele proprio per limitare, quanto più possibile, gli atti terroristici di Hamas?

I missili che continuano a piovere dalla striscia di Gaza, chi li lancia? Perché li lancia? Come vivono questa situazione gli Israeliani? Sono solo i Palestinesi che “soffrono”? Gli Israeliani, no?

Ci vorrebbe così poco per stare tutti in Pace! E’ vero. Ma ci vorrebbe la volontà da parte di entrambi i Popoli di volerla realmente. Quando uno dei due desidera solo l’eliminazione dell’altro, l’usurpazione delle sue terre, il “furto” di tutti gli averi dell’altro, qual è l’alternativa? Ditelo!

Quanta ipocrisia, quanta malvagità, quanta aridità d’animo!

Hamas esiste?





RAZZISMO NON E’

16 09 2009

SINONIMO DI “ANTISEMITISMO”.

Anzi.

Non lo è perché, in primo luogo, esso è un termine errato sotto il profilo puramente lessicale. Infatti l’Ebreo, inteso (così come il Cristiano e l’Islamico) quale professante una confessione religiosa, non appartiene ad una “razza“.

Si può parlare, infatti, di un “Popolo ebraico”, anche se questa dizione fa storcere la bocca a molti (troppi).Gli stessi che, però, accettano di buon grado sentire parlare di popolo Abruzzese, Sardo, Lombardo, ecc. pur appartenendo questi popoli ad un unico “popolo Italiano”. 

In secondo luogo non lo è, anzi, proprio perché, con la scusa di “trattare” di razzismo (termine che, pur impropriamente, nell’immaginario collettivo dovrebbe includere l’anti-semitismo), si accusano gli Ebrei stessi (attenzione: non gli Israeliani) di  “razzismo”.

Basti al proposito richiamare le due Conferenze ONU sul Razzismo organizzate, la prima (Durban I) a Durban, in Sud Africa il 3.09.2001, e la seconda, Durban II a Ginevra, recentemente, il 19 aprile 2009. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

E poi si accusano gli Ebrei (tra le mille altre odiose calunnie e falsità profuse a piene mani) di “controllare” anche l’ONU. Bella faccia tosta!

Ormai da tempo fa buon gioco agli “antisemiti di professione” di nascondersi dietro all’anti-sionismo per mascherare quanto, in realtà, intendono. E non si tiri in ballo il fatto che Israele (non il governo in carica di questa Nazione) è “criticabile” come ogni altro Pese del mondo (con riferimento al quale, tuttavia, non viene mai messa in discussione la sua “esistenza”). Certo che la critica è lecita (aggiungerei, sacrosanta). Che essa esista, peraltro, è dimostrato ogni giorno, nella stessa Israele da parte dei suoi numerosi intellettuali e scrittori di punta. Non ho notizia, mi piacerebbe molto essere smentito, di Islamici che, all’interno del “proprio Stato”,  lo abbiano “criticato” in qualche modo.

Come quando, a riguardo dell’”estremismo islamico”, si dice trattarsi di azioni che i “moderati” Islamici non appoggiano, né condividono. Personalmente, però, non l’ho mai sentito affermare, esplicitamente, da chi rappresenta questi moderati Islamici. Dove sono? E, si badi bene, io sono il primo a sostenere che questi estremismi non hanno nulla a che spartire con Religione Islamica e, men che meno, con il Corano [si veda il mio DOWNLOAD].

Mi piacerebbe tanto essere smentito.

Né mi risulta che il Vaticano, presente a questa seconda Conferenza ONU sul razzismo, abbia mai usato (né prima, né durante, né alla sua conclusione) il termine antisemitismo, se non altro in aggiunta a razzismo. Anche qui sarei veramente felice di essere smentito!

Al momento non voglio aggiungere altro (ma mi riservo di farlo).

Sono amareggiato (quale eufemismo) per la faziosità, livore, odio, disonestà intellettuale, pregiudizi che contraddistinguono coloro che “criticano giustamente” Israele (ovviamente, sottinteso, Ebrei).

Un dubbio. Non è che si intende trasformare il termine “antirazzismo” in sinonimo di antisemitismo?

Quanta falsità. Quanta amarezza!





LA PACE POSSIBILE

6 09 2009

tra due popoli che reclamano “solo” il diritto di vivere

 

PREMESSA

Conflitto israelo- palestinese.

Le ragioni ed i torti degli uni si intrecciano con i torti e le ragioni degli altri. Un duplice dramma.

Si riuscirà mai ad uscire da questa situazione tanto intricata quanto insostenibile?

Sì, ma solo quando si perverrà ad un “compromesso onorevole” per entrambe le parti.

Per giungere a ciò, è però necessario “ribaltare” l’approccio fino ad ora prevalente: sostenere solo  i propri diritti,  senza considerare quelli della controparte. Parlare, quasi sempre urlare, senza quasi mai “ascoltare”.

In assenza di un atteggiamento “empatico” [1] non si va lontano nelle dispute più complicate, quale quella in argomento.

Non farebbe neppure male riuscire a guardare al di là del proprio naso, tenendo sempre in conto che nulla è più sacro della vita, di qualunque essere umano.

Con queste brevi note non si intende suggerire niente ad alcuno, tantomeno come dovrebbero comportarsi i Governanti dei due Popoli in perenne conflitto. Sarebbe sciocco, ancor prima che presuntuoso: chi sono io?

Quindi solo alcune riflessioni a ruota libera.

E’ mia intenzione, per ogni tematica affrontata, mettere in relazione i punti di vista sia di Israeliani sia di Palestinesi.

 

Il “MURO”

Dopo i quasi diuturni attacchi terroristici da parte di kamikaze palestinesi, che perduravano da anni seminando morti e feriti tra civili inermi, Israele decise la costruzione del ”muro” a protezione dei propri cittadini.

Questo è il primo dovere di uno Stato: difendere l’incolumità di coloro che vivono nello stesso.

Israele, di fronte a mali estremi, mise in atto un “estremo rimedio”. Quale Nazione, nelle stesse condizioni, non avrebbe agito similmente? Senza ipocrisia…..

Costruire ponti invece di separazioni! Belle parole, ma come realizzare questo nella pratica se non esistono le condizioni “minime” per poterlo fare?

Dopo la costruzione del muro, gli attentati terroristici diminuirono drasticamente: era questo l’unico obiettivo d’Israele.

Non va neppure dimenticato (lo si fa troppo spesso, in mala fede) che, anche in questo frangente, Israele “reagisce” ad una provocazione, che viene da parte palestinese, e non viceversa.

 

Da parte dei Palestinesi, ovviamente, questa “costruzione” è vista come una maledizione, per due motivi.

In primo luogo, per le famiglie palestinesi che si ritrovano “divise” dal muro, ciò crea forti disagi (un eufemismo?), sotto l’aspetto sia pratico sia psicologico. In secondo luogo, i Palestinesi vedono questa costruzione come futuro confine che dovrebbe dividere i tanto auspicati “due Stati”: Israele e Palestina.

Personalmente ritengo possano esservi le condizioni politiche per “limitare” al massimo il “peso” di questo muro.

Ci vorrebbe una netta presa di posizione da parte dei Palestinesi per evitare gli attacchi terroristici dei kamikaze (è questa l’unica causa della costruzione del muro). Contestualmente (raggiunta tale condizione essenziale) ci vorrebbe pure da parte d’Israele una propensione a “correggere” quanto di negativo ciò comporta per i Palestinesi.

Una pura utopia?

Mi auguro non lo sia!  

 

HAMAS

 

Praticamente, in modo diretto o indiretto, quasi tutto il mondo vorrebbe che Israele, in nome del “processo di pace”, trattasse anche con Hamas. Un movimento politico che vuole esclusivamente la distruzione d’Israele e l’annientamento fisico degli ebrei. Un’emanazione preminentemente antisemita, ancor prima che anti-israeliana. Gli scettici (non certo gli antisemiti inveterati) dovrebbero, se lo desiderano, leggersi lo Statuto di Hamas. Ecco l’URL: 

http://it.wikipedia.org/wiki/Hamas#Statuto_di_Hamas_del_1988

Ora, per quale motivo uno Stato dovrebbe trattare con chi non solo non lo riconosce, ma vuole la sua “totale eliminazione dalla faccia della terra”.

Qualcuno è in grado di smentirmi?

Che se ne farebbero gli Israeliani, da “morti”, di una trattativa di tal genere con Hamas?

 

I Palestinesi (anche quelli di Al Fatah, il cui Presidente è Abu Mazen), nonché molte nazioni non solo arabe, sostengono che Hamas va “consultato (?!)” poiché è stato eletto “democraticamente”. Il che vuol dire con la “maggioranza numerica”, che non necessariamente, però, ha qualcosa a che vedere con la democrazia, avente una valenza preminentemente etica, di rispetto di una persona per l’altra.

Occorre, ancora una volta, ricordare che anche Hitler fu eletto democraticamente?

Solo in ciò stà il “nocciolo” del “trattare con Hamas”. Si dovrebbe discutere con una parte che vuole solo la mia distruzione, il mio suicidio, rubare la mia terra con  tutto quello che in 60 anni ho costruito veramente con il sudore della mia fronte?. Perché mai? Che senso avrebbe? A quale “accordo” si perverrebbe? [2]

Chi mi può smentire, senza ipocrisia, settarismo, malafede?

Sarei contento di saperlo.

 

Da parte Israeliana viene rilevato che anche Al Fatah (in cuor suo, pure se in modo meno palese) non desidera la pace con Israele, ma solo raggiungere ciò che “spera” lo stesso Hamas (e Iran, Siria, ecc.).

Mi rifiuto di crederlo! Penso che i “popoli” israeliano e palestinese (uomini, donne, bambini) ambiscano innanzitutto a vivere e non a morire (per quale causa? Un pezzo di terra? La scomparsa d’Israele?).

Mi rifiuto di credere che Israele un giorno (non so quando: spero quanto prima) non possa vivere in PACE.

Mi rifiuto di pensare che i Palestinesi non vogliano vivere (piuttosto che immolarsi), progredire, prosperare, far crescere i propri figli per farli diventare non dei “martiri” ma delle persone aventi le stesse opportunità di ogni altro uomo o donna.

Mi rifiuto di crederlo perché, per me, nulla è più sacro della vita umana

Non   dobbiamo disperare, ma dare il nostro (per quanto insignificante) contributo per debellare quanto c’è di male.

BOZZA

 

  • Il “muro”
  • Hamas
  • Due Popoli, due Stati
  • Il ritorno dei  “profughi”
  • L’ informazione “falsificata”
  • Rispetto accordi Governi precedenti
  • Altri  temi

 

 

  

 Argomenti correlati

[1] Empatia, un antidoto contro ogni violenza

[2] Hamas esiste? 

In elaborazione





CREATIVITA’, UN “DONO”

21 05 2009

OFFERTO A “TUTTI”

 

Da sempre sono fermamente convinto che la creatività sia un dono offerto a tutti, indistintamente. Varia, da individuo ad individuo,  solo il suo “grado” e, soprattutto, la capacità e la volontà, da parte dello stesso, di farne un buon uso.      

La persona si distingue dagli altri esseri viventi per varie peculiarità, prima fra tutte la creatività. Questa specificità umana ha permesso agli individui di progredire, offrendo  loro anche la capacità di “inventarsi” di volta i volta gli strumenti necessari per meglio adattarsi all’ambiente in cui vivevano, nonché di “manipolare” (spesso e volentieri, purtroppo,  anche a sproposito) l’ambiente, plasmandolo a seconda delle proprie esigenze.
Ogni essere umano è dotato di una “creatività potenziale”, la quale, proprio perché tale, necessita solo di essere adeguatamente stimolata e quindi “liberata”. 
Viene spesso da chiedersi quanti talenti siano stati sicuramente sprecati solo perché le circostanze e l’ambiente in cui gli esseri umani vivevano non hanno permesso loro neppure di rendersi conto delle proprie potenzialità innate (si pensi alla moltitudine di bambini che muoiono, ogni giorno, per fame o malattie in tutto il mondo).
Pochi sono tuttavia coloro che, dal “parto” della propria mente, sono in grado di creare una “novità” utile o, quantomeno, proporre qualcosa di accettabile da un gran numero di individui. Non si deve, infatti, confondere mai l’originalità, la bizzarria fine a se stessa, con la creatività. 
Argomentare sulla creatività significa  prendere atto che tutto ciò che è frutto del pensiero umano, sia esso trasformato in un prodotto materiale o mantenuto a livello di processo mentale, nasce sempre da un’idea.
La creatività è il dono principale che la persona ha per mutare, in tutti i campi dello scibile, la “staticità in dinamicità”, condizione irrinunciabile per l’evoluzione del genere umano.

Quasi sempre si cerca di prevedere il futuro “estrapolandolo” semplicemente dal passato: corsi e ricorsi della storia, si usa dire. Ma c’è da chiedersi se questo sia veramente il  modo più razionale di procedere, o non sia invece preferibile “modellare” l’evoluzione del futuro progettandolo in modo creativo, quando l’obiettivo che si intende conseguire è proprio il “miglioramento del presente”.Solo chi ha avuto il coraggio, l’intuizione, la forza di volontà di non accettare alcunché come acquisito, mettendo tutto in discussione e ricercando in continuazione, ha veramente contribuito a “modificare il nostro mondo”.

Il motivo per cui niente è statico ma tutto è in perpetuo cambiamento, si ricollega al fatto che non esiste in alcun campo la “sicurezza assoluta” di riuscire a conseguire i risultati concreti che vengono, via via, prefissati: l’unica vera certezza è che tutto è incerto, precario. 

Le grandi scoperte in ogni campo sono un “dono” all’umanità fatto da uomini geniali che, soprattutto sotto la spinta di una impulso personale, sono andati contro corrente, rischiando in proprio, “creando” ciò che si erano tenacemente prefissi di conseguire (il Volli, sempre volli, fortissimamente volli di Vittorio Alfieri) come meta da raggiungere. Sono stati loro che hanno avuto la capacità di “vedere”  ciò che era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno notava.

La mente superiore di Michelangelo, ad esempio, riusciva a “vedere” in un blocco amorfo di marmo, pesante varie tonnellate, un suo “potenziale” capolavoro. I suoi “Mosè e La Pietà” erano “già dentro il marmo”, ma solo un genio, quale appunto era Michelangelo, poteva “immaginarli” e, grazie all’estrema maestria delle sue mani, “estrarli” facendoli “vivere”. Lo stesso Michelangelo amava proprio dire che si era limitato a togliere “il superfluo”.
Solo chi “fermamente vuole” (condizione necessaria, ancorché non sufficiente) raggiungere uno scopo nella vita, sarà in grado di conseguire un obiettivo eccellente. Ciò in quanto alle indispensabili capacità innate, detta persona abbina sicuramente insieme l’amore per quello che fa, la tenacia, la fiducia in se stesso, una sempre presente curiosità. E’  certo che né Einstein né Edison smisero mai di porsi domande.
Su che cosa si debba intendere per creatività appaiono, tuttavia, opportune alcune riflessioni.

Innanzitutto, è fuorviante pensare ad una conoscenza acquisita una volta per tutte. Il “sapere” non è mai statico bensì “fluido”: si amplia, si modifica, si evolve continuamente in relazione a nuove scoperte che, talvolta, conducono persino a rivedere radicalmente le certezze del passato.  Ciò può essere fatto proprio solo da chi considera il sapere come un bagaglio di conoscenze cui va sempre aggiunto, scambiato o anche tolto, se necessario, qualcosa. Nessuno può pensare di “conservare” la conoscenza, poiché la stessa richiede di continuare sempre ad imparare.Lo stesso Albert Einstein ebbe a dire che “I problemi che abbiamo non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati”.

Una cognizione è sempre collegata ad un’altra, ed è dal loro complesso intreccio che scaturisce il sapere. In definitiva, creatività è, semplicemente, quella particolare capacità

della mente umana di elaborare soluzioni, più che innovative,  ”completamente nuove” per i più svariati problemi, di lasciare sempre spazio non ad una sola, ma a varie alternative.

L’innovazione è tutt’altra cosa della “creazione” di qualcosa ancora non ideato. 

La creatività presuppone la rottura con i soliti schemi mentali e strettamente logici. In altri termini richiede uno “strappo” con il normale modo di pensare, per connettere tutto ciò che di solito è separato, per una produzione di nuovi punti di vista attraverso un’associazione analogica.

Per sviluppare la creatività, non è neppure indispensabile l’esperienza, il bagaglio cognitivo. Anzi, talvolta, essi possono essere addirittura d’intralcio.

Le teorie nuove nascono spesso da “costrizioni” a riesaminare quelle vecchie. Le scoperte scaturiscono solo quando si elaborano in modo nuovo dati scientifici o tecnici che, prima, nessun altro aveva mai messo in discussione.

Non ci ricorda nulla lo “ipse dixit” riferito all’autorità indiscussa di cui per lungo (forse troppo) tempo godette Aristotele?

Secondo gli studiosi della tematica, il luogo comune che vede la creatività paragonata ad un lampo di genio, deve essere decisamente sfatato.

La “genialità” può essere considerata sinonimo di creatività. Per genio (dal latino genius, dal verbo genere, generare, creare) s’intende quella speciale attitudine naturale atta a produrre opere di importante rilevanza artistica, scientifica, etica o sociale. Tale disposizione naturale può anche essere portata alla luce con l’educazione ma  non può essere trasmessa ad altri (i figli o i discepoli dei geni molto raramente eguagliano i padri o i maestri). Il termine genio può anche genericamente indicare la persona stessa in possesso di tale eccezionale capacità [Wikipedia l'Enciclopedia].

Non è chiaro se sia stato Hemingway oppure  Einstein a dire ” La creatività è 1% ispirazione e 99% traspirazione (sudore, fatica). Tuttavia, è proprio così che la pensa gran parte degli studiosi.

Per essere creativi non necessariamente bisogna essere intelligentissimi. Questa è una condizione necessaria ma non sufficiente.

La creatività non è la magica esplosione di un’idea, né un flash abbagliante, ma una catena di reazioni che connette molte piccole scintille sparse (R. Keith Sawyer, Psicologo della Washington University).

Mozart a tre anni suonava già il violino, ed a sette componeva sinfonie (rivelazione di eccellenza), ma solo nella tarda adolescenza ha prodotto la musica che lo ha reso immortale (grazie alla sua genialità).

Solo quando Einstein si è applicato rigorosamente al campo che lo appassionava, e per cui era dotato, è esplosa tutta la sua genialità. A proposito della matematica, egli ebbe a dire “Se voi pensate di avere delle difficoltà, dovreste vedere le mie” (la modestia era, per lo Scienziato, pari alla sua grandezza).

Il mondo occidentale deve il suo progresso principalmente all’impiego del pensiero logico, razionale, che ha rappresentato (e tuttora lo costituisce) la nostra maniera naturale di pensare.  Esso consiste nel partire da una serie di molteplici spunti per arrivare ad individuare “l’unica”   risposta giusta ad un dato problema.

Invece, è pure possibile affrontare un problema non frammentandolo in vari elementi collegabili rigidamente l’uno all’altro (analisi), ma in maniera ramificata (uno sguardo a 360°) la quale, partendo da un punto ben definito (stimolo) sfrutta le associazioni di idee per sviluppare il molteplice, il probabile, il diverso. Questo approccio alternativo rappresenta il prevalere dell’incertezza sulla sicurezza, dell’ignoto sul conosciuto.

Chi ha studiato a fondo l’intera problematica della creatività (anche quella inerente all’applicazione pratica al mondo del lavoro) è lo psicologo maltese Edward de Bono [bibliografia], che tiene ancora oggi corsi ad alto livello in tutto il mondo.

Egli chiama verticale il pensiero logico tradizionale: un ragionamento rigorosamente vincolato dal rispetto degli schemi di riferimento e dai limiti del problema. Si fonda sulla progressione analitica e sequenziale, la linearità. E’ grazie a questo tipo di pensiero che noi riusciamo a “concludere” qualcosa, a trovare cioè quella (e nessun altra) linea di azione che va perseguita con estrema precisione.

Esattamente secondo una logica opposta funziona invece il pensiero laterale (talvolta citato anche come pensiero divergente), termine ideato proprio da De Bono nel 1967. Il pensiero laterale, partendo da un punto ben definito (stimolo), sfrutta la potenza delle associazioni per sviluppare il molteplice, il probabile, il diverso. Si tratta, nella sostanza, di un modo di pensare “libero” di spaziare in ogni campo dello scibile umano, senza vincoli di alcun tipo. L’espressione “pensiero laterale” è ormai acquisita a livello internazionale. Lateral thinking è un termine entrato ufficialmente a far parte della lingua inglese (Oxford English Dictionary) e tradotto in numerosi altri idiomi.

Il ragionamento  di tipo razionale si muove lungo “binari” già predisposti secoli addietro, e dai quali non può (in linea di principio) deragliare. Il pensiero laterale è invece portato a ricercare nuove strade.

E’, tuttavia, dall’utilizzo equilibrato di entrambi i ragionamenti che scaturiscono i risultati migliori. Bisogna saper  sfruttare bene i punti a favore di ciascuno dei due metodi, che non sono alternativi l’uno all’altro, per potersi avvantaggiare sinergicamente del loro potenziale.

Ci si deve sempre di più convincere che ogni persona è dotata di facoltà intellettive che le permettono di far uso di entrambi i pensieri, sia verticale sia laterale.

I differenti risultati che possono scaturire dall’impiego dei due modelli di ragionamento possono essere accomunati, per analogia, a ciò che accade facendo una scommessa.

Ad alte probabilità di cogliere un pronostico (pensiero verticale, logico) fa riscontro una scommessa a basso rischio che, pertanto, viene remunerata con una “piccola vincita”. Viceversa, ad una bassa probabilità di cogliere il segno (pensiero laterale), corrisponde una scommessa ad elevato rischio, per la quale ci si può invece aspettare una “grande vincita”. Gli stessi meccanismi possono essere traslati, rispettivamente, ai due tipi di pensiero. 

L’impiego della creatività non ha limiti, essendo essa utile in ogni campo della vita delle persone. Ciò anche in relazione al fatto che tale prerogativa dell’uomo rende la vita più divertente, più interessante, più vivace, più elettrizzante. Per questo tutti dovrebbero ambire ad essere creativi.

La stessa “scoperta” di possedere un talento, una particolare attitudine, una qualunque dote personale, costituisce un atto creativo (in quanto tale “autocoscienza” può trasformare la propria vita).

Intendo proporre al riguardo solo alcuni significativi (in quanto, forse impensabili), esempi.

Potrebbe apparire infatti strano, ma non lo è affatto. Anche nello sport e in campo religioso può diventare utile l’impiego della creatività.

Tiger Woods, l’attuale più grande campione di golf, ed uno dei maggiori tutti i tempi, ha imparato ad usare la mazza da golf (si dice..) prima di camminare, ma è stato l’inflessibile allenamento a farne il migliore. Egli così si espresse “Sapete che cosa ho scoperto sulla fortuna? Più mi alleno e più sono fortunato!

Dick Fosbury alle Olimpiadi estive del 1968 vinse la medaglia d’oro nel salto in alto  grazie ad una “nuova tecnica” da lui stesso ideata e che, tuttora porta il suo nome. Anche se questo metodo fu utilizzato da alcuni singoli atleti già negli anni precedenti, non sortì alcunché di rilievo. Fu solo grazie ai successi di Fosbury che la tecnica ebbe un grande seguito, ed è oggi praticamente l’unica utilizzata a livello agonistico. Il salto Fosbury, o semplicemente Fosbury, è una tecnica che si differenzia da quelle precedenti per il fatto che l’atleta passa l’asticella con la schiena rivolta verso la stessa (scavalcamento dorsale): il centro di massa rimane sotto l’asticella, per cui lo sforzo è minore rispetto allo scavalcamento verticale (scavalcamento ventrale, prevalentemente usato prima del 1968) per gli stessi risultati.

Ci si potrà, inoltre, domandare se sia mai possibile concepire una genialità teologica. Ad avviso di chi scrive, indubbiamente sì.

Il termine di “creatività o genialità”, troppe volte abusato o utilizzato impropriamente, può essere fatto proprio per “rompere” con alcuni schemi religiosi che non solo hanno procurato un gran male ad altri esseri umani, ma che erano fortemente in contrasto con gli stessi dettami della propria religione.

Ci si intende riferire, in proposito, al riavvicinamento fra la religione cattolica e quella ebraica, dopo l’esperienza traumatica della Shoà. Non desidero assolutamente ripercorrere quanto ho più volte espresso in molti miei scritti [si veda il DOWNLOAD] ma solo rimarcare l’assoluta genialità esplicitata, non solo a parole ma anche e soprattutto con i fatti, da due Grandi Papi: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.    

Non solo. La creatività in campo politico può rivelarsi più che opportuna, anche per il fatto che ha un impatto su un numero immenso di individui. Basti, al riguardo, riflettere a quali cambiamenti (rivoluzioni?) abbiano contributo personalità quali F. D. Roosewelt, M. K. Gandi, M. L. King, ed altri ancora.  

E che dire a riguardo di soluzioni per questa stessa crisi mondiale che stiamo proprio ora attraversando? Un “terremoto universale” (che purtroppo si aggiunge a quello reale dell’Abruzzo), che ha investito non solo la finanza mondiale, ma la stessa economia internazionale. L’impatto ambientale: un disastro (vogliamo autodistruggerci?). La carenza di acqua potabile. Le guerre continue. Il problema energetico. Non sarebbe il caso di “darci finalmente un taglio”?

Solo facendo ricorso alla Creatività si potrebbe evitare di fare un ulteriore passo verso il baratro. L’ho scritta con C maiuscola, perché ce ne vorrebbero dosi massicce per rimediare ai mali, forse ancora “non” irreparabili, che noi stessi, “persone, esseri unici??”  abbiamo prodotto.

********************************************************************************************************

Sono stati editi numerosissimi libri per “stimolare” la creatività [bibliografia]. Questo dono esclusivo dell’uomo, non si può infatti “insegnare” (altrimenti non sarebbe tale); ma  sollecitare a farne buon uso, questo sì.

Forse sarebbe utile, ogni tanto, fermarsi a riflettere, a cercare di guardare oltre la punta del proprio naso, a non continuare a procurarsi un alibi per non far nulla dicendo a se stessi si è fatto sempre così, ad andare ogni tanto controcorrente, a ricercare analogie nei campi più disparati.

 

BIBLIOGRAFIA

 [  1]  E. De Bono – Essere creativi- Il Sole 24 ore, 1992

[  2]  E. De Bono – Serious creativity – Harper Collins

[  3]  E. De Bono – Il meccanismo della mente- Superbur, 1967

[  4]  E. De Bono – Creatività e pensiero laterale- Rizzoli, 1998

[  5]  E. De Bono – Il pensiero laterale- Rizzoli, 1996

[  6]  E. De Bono – Sei cappelli per pensare- Bur, 1994

[  7]  A. Dale Timple -Creatività e innovazione – Armenia Ed.

[  8]  Kenichi Omahe – The mind of the strategist – Ipsoa

[  9]  R. Weisberg – Guida alla creatività – Editrice Meb

[10]  G.C. Cocco – Creatività, ricerca e innovazione – Franco Angeli

[11]  A. Amadori, N. Piepoli – Eureka! Manuale di creatività – Espansione

[12]  S. Gawain – Creative visualisation – Bantam Books

[13]  D. Goleman-Emotional intelligence- Bentam Book, 1995

[14]  J Rifkin – Entropia. Una nuova concezione del mondo – Mondatori

[15]  R. Vacca – Rinascimento prossimo venturo – Bompiani

[16] J. Naisbitt – Megatrend – Sperling & Kupfer





EMPATIA: UN ANTIDOTO

23 04 2009

CONTRO OGNI ODIO

 

L’ empatia è un sentimento quasi del tutto sconosciuto (e, ancora meno, manifestato) dalla stragrande maggioranza delle persone. Questo è il motivo principale per cui nascono incomprensioni, conflittualità singole e collettive, fino a trasformarsi in odio cieco che può sfociare in guerre irriducibili.

Chi abusa di donne e bambini, oltrechè essere “mentalmente deviato”, infligge loro anche del male fisico e psichico, oltremodo crudele. Perchè dimostra di non possedere minimamente il sentimento di empatia. Che, come si avrà modo di analizzare nel prosieguo, non è sinonimo di “buonismo”, ma presuppone essenzialmente la ricerca della conoscenza dell’altro (che può interessarci oppure no, ma che, in ogni caso, vale sempre la pena di verificare).

Il mondo è in un continuo stato di conflittualità, proprio a motivo della carenza totale di tale sentimento. L’uomo che arriva ad infliggere pene tremende ai propri figli, che giunge ad uccidere la propria moglie anche per futili motivi, fino ad arrivare all’estremizzazione del terrorismo, dei  conflitti tra nazioni: ecco a che cosa può condurre una carenza di empatia.

Ma, nella sostanza, che cos’è, chi è “costei”?

L’empatia

La parola deriva dal greco empateia, a sua volta composta da en (dentro) e pathos (sofferenza o sentimento). Veniva usata dagli antichi Greci per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico.

Nell’uso comune, empatia è l’attitudine a rivolgere la propria attenzione verso un’altra persona, mettendo da parte le preoccupazioni ed i pensieri personali nei suoi confronti. La qualità della relazione si basa sull’ascolto non valutativo, e si concentra sulla comprensione dei sentimenti e bisogni fondamentali dell’altro. Proprio per tale motivo bisogna conoscere, ancor prima che comprenderle, le ragioni dell’altro.

L’empatia si sarebbe sviluppata poichè mettersi nei panni dell’altro (per sapere che cosa pensa e come potrebbe reagire), costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l’uomo è in continua competizione con i propri simili. Può tramutarsi in un processo di comunicazione non violenta.

In sintesi, l’empatia è la capacità di comprendere cosa un’altra persona stia provando.

Analizziamo, brevemente, quali sono le caratteristiche salienti alla base di questo importante sentimento.

Il primo luogo, l’empatia consiste nella scoperta dell’esistenza dell’altro (non vivere solo di egoismo) e, di conseguenza, nello sforzarsi di comprendere quel che egli/lei sente o prova. Questo atteggiamento può sfociare in una vera nuova esperienza sociale. Viene, in tal modo, messa in contatto la ricchezza dell’esistenza degli altri accanto alla nostra, coinvolgendo fortemente chi la mette in atto, pur mantenendo netta la distinzione tra lui e gli altri.

L’empatia permette di immaginarsi il dolore che può sentire un altro, un estraneo con il quale posso anche dissentire o nel quale non mi riconosco affatto. Chiedendo, tuttavia, a me stesso il perché di determinati sentimenti senza che sia io a dare una risposta, ma andandone comunque alla ricerca. Si pensi quanto bene potrebbe produrre questo sentimento se solo chi commette un’azione nefanda (uno stupro, una brutalità contro un bambino, un atto violento di antisemitismo o di razzismo, ecc) riflettesse: ” E se quanto sto facendo accadesse a me?”

E’ un modo per scoprire la realtà di ciò che vive in un’altra persona e che, in un modo o in un altro, ci coinvolge. Si è, allora, sollecitati a comprendere anche le sue ragioni.

Presuppone la capacità di saper ascoltare, senza preconcetti e senza voler imporre la propria  visione agli altri. Tutto l’inverso di quello che accade ogni giorno (si sprecano gli esempi che ci propinano le televisioni, tutte, attraverso dibattiti politici e non): solo io ho ragione ed alzo la voce a più non posso per esprimerla, senza nemmeno ascoltarti (non dandoti neppure la possibilità di parlare).

E’ anche un modo razionale per integrare tra loro esperienze diverse. Per questo si fa leva sulla  facoltà di arrivare ad intuire ciò che prova l’altro. Ciò che è estraneo a noi, grazie all’empatia si trasforma in relazione, parola e , ancora una volta, ascolto. Con un ossimoro si potrebbe arrivare a dire addirittura il silenzio assordante dell’ascolto.

L’empatia è in grado di  eliminare l’ignoto tra due estranei. E’ il riconoscimento dell’altro. Questo sentimento permette di conoscere (accettandoli o rifiutandoli) i sentimenti dell’altro, partecipando agli stessi, immedesimandoci nel nostro interlocutore.

Si apre, tra due sconosciuti, un mondo in comune, pur nei limiti della propria individualità. Empatia significa immaginarsi l’esperienza dell’altro, acquisire un’assunzione di responsabilità verso l’altro, quale soggetto che soffre, gioisce, odia. Due differenti punti di vista possono trovare (solo se c’è la buona volontà) dei punti in comune.

L’empatia è una forza vitale positiva in quanto tale sentimento sollecita a sondare la vita che riguarda l’altro. Non sempre è necessaria la reciprocità. Anche nel caso in cui, preconcettualmente, questa non ci sia nella controparte, esiste sempre la possibilità che la stessa senta che l’interlocutore è interessato al suo destino. E’ un buon punto di partenza.

Termino questa breve disamina, facendo mia una riflessione di un carissimo amico, nonchè profondo studioso, Claudio Della Valle. La sua esperienza richiama concetti spesso espressi dalla cultura orientale.

E’ una riflessione [quella sull'empatia] che feci già molti anni or sono quando stavo per schiacciare una mosca che mi dava fastidio. Per un attimo mi sono identificato in quella mosca ed ho pensato forse in un tempo lontanissimo o anche ora, perché no?, io avrei potuto essere quella mosca o che una piccola parte di me potesse essere viva in lei pur non avendone ordinariamente coscienza. Come spiegare meglio di così il “senso” di empatia? Ogni essere, ogni cosa ha una sua specifica funzione nel mondo concreto. Tanto più le persone.

Un impegno a far sempre un maggior uso dell’empatia, potrebbe costituire un potente antidoto contro ogni odio.

Uno stupro, un abuso su un bimbo, una violenza su un invalido (che già soffre non poco per questa sua menomazione). Basterebbe sapersi “mettere nei loro panni” per sentire il male che viene loro inferto.

Ebrei ai forni! Quale abisso dell’animo umano, dell’Uomo! Chi bestemmia in tal modo, dovrebbe solo pensare che cosa proverebbe se, al posto di quegli Ebrei, ci fosse sua madre, suo padre, suo fratello, un suo figlio, un suo amico, lui medesimo. Costui dovrebbe sapere che solo per puro caso non è nato Ebreo, oppure negro, oppure un animale, e così via. Se costui è quello che è (per nascita) non è né merito né demerito suo. Rifletta semplicemente!

Due popoli che arrivano ad odiarsi profondamente, non a causa di un torto e di una ragione, ma a motivo di due ragioni, e per questo entrambi hanno già troppo sofferto, non vale forse la pena di cercare una soluzione alternativa per poter vivere in pace tutti e due? La vita su questa terra è una sola (soltanto alla morte non c’è rimedio).  Dell’altra vita nulla sappiamo. Possiamo unicamente  sperare e credere nella sopravvivenza … 

E’ forse un’Utopia pensare che “le persone” si rendano conto che così non si può andare avanti, che c’è il pericolo di “autodistruggersi” con le proprie mani? Io mi auguro fortemente che non lo sia. Sono, infatti, fermamente convinto che siamo ancora in tempo per “rinsavire”. Ma, per questo, è assolutamente necessario rompere gli schemi che non hanno funzionato. Senza, per questo,  dover nuovamente scomodare il solito Barack Obama (cui vanno riconosciute, peraltro, la grande personalità e la voglia, appunto, di cambiare) come fanno attualmente tutti quelli (e sono tanti) che non hanno idee proprie in proposito.

Errare humanum est, perseverare……

Che cosa pensano, in proposito, i lettori?

 

Bibliografia

[1] Enciclopedia WIKIPEDIA





ARRINGA PER

17 04 2009

LA MIA TERRA.

 

Riporto testualmente un documento di Herbert Pagani (1944-1988), cantante-poeta-scultore-pittore-attore-scrittore-disc-jockey, ebreo di sinistra e sionista, scritto all’indomani dell’infame equiparazione da parte dell’Onu [del Sionismo; NdR]  al razzismo nel 1975.

Lo riporto considerandolo (purtroppo) ancora attualissimo.  

Lo scritto è tratto da un articolo di MORASHA’, la porta dell’Ebraismo italiano in rete. 

Di mio sono solo i grassetti, le Note del Redattore e, mi sia concesso, un “sottotitolo”: I giudizi di un “mondo” ipocrita, fazioso, seminatore d’odio.

 
 
 
 
 
 
 
 

 

  

 

 di Herbert Pagani 

Di passaggio a Fiumicino sento due turisti dire, sfogliando un giornale: “Fra guerre e attentati non si parla che di ebrei, che scocciatori…” È vero, siamo dei rompiscatole, sono secoli che rompiamo le balle all’universo. Che volete. Fa parte della nostra natura.

Ha cominciato Abramo col suo Dio unico, poi Mosè con le Tavole della Legge, poi Gesù con l’altra guancia sempre pronta per la seconda sberla, poi Freud, Marx, Einstein, tutti esseri imbarazzanti, rivoluzionari, nemici dell’ordine. Perché? Perché l’ordine, quale che fosse il secolo, non poteva soddisfarli, visto che era un ordine dal quale erano regolarmente esclusi; rimettere in discussione, cambiare il mondo per cambiare destino, questo è stato il destino dei miei antenati; per questo sono sempre stati odiati da tutti i paladini dell’ordine prestabilito.

L’antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C’erano molti ebrei nel 1917.

L’antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo… È vero ci sono molti capitalisti ebrei.

La ragione è semplice: la cultura, la religione, l’idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall’altra sono stati gli unici valori mobili le sole patrie possibili , per quelli che non avevano una patria.

Ora che una patria esiste, l’antisemitismo rinasce dalle sue ceneri, o meglio, scusate, dalle nostre, e si chiama antisionismo. Prima si applicava agli individui, adesso viene applicato a una nazione. Israele è un ghetto, Gerusalemme è Varsavia. Chi ci assedia non sono più i tedeschi ma gli arabi e se la loro mezzaluna si è talvolta mascherata da falce era per meglio fregare le sinistre del mondo intero.

Io, ebreo di sinistra, me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di questa minoranza. Se la sinistra ci tiene a contarmi fra i suoi non può eludere il mio problema. E il mio problema è che dopo le deportazioni in massa operate dai romani nel primo secolo dell’era volgare, noi siamo stati ovunque banditi, schiacciati, odiati, spogliati, inseguiti e convertiti a forza.

Perché? …perché la nostra religione, cioè la nostra cultura erano pericolose.

Qualche esempio? Il giudaismo è stato il primo a creare il sabato, il giorno del Signore, giorno di riposo obbligatorio. Insomma il week-end. Immaginate la gioia dei faraoni, sempre in ritardo di una piramide. Il giudaismo proibisce la schiavitù. Immaginate la simpatia (sic) dei romani, i più grossi importatori di manodopera gratuita dell’antichità.

Nella Bibbia è scritto: “La terra non appartiene alluomo, ma a Dio“; da questa frase scaturisce una legge, quella della estinzione automatica dei diritti di proprietà ogni 49 anni. Vi immaginate la reazione dei papi del medioevo e degli imperatori del Rinascimento?

Non bisognava che il popolo sapesse. Si cominciò quindi col proibire la lettura della Bibbia, che venne svalutata come Vecchio Testamento. Poi ci fu la maldicenza: muri di calunnie che divennero muri di pietra: i ghetti. Poi ci furono l’indice, l’inquisizione e più tardi le stelle gialle. Ma Auschwitz non è che un esempio industriale di genocidio. Di genocidi artigianali ce ne sono stati a migliaia. Mi ci vorrebbero dieci giorni solo per fare la lista di tutti i pogrom di Spagna, Russia, Polonia e Nord Africa. A forza di fuggire, di spostarsi, l’ebreo è andato dappertutto. Si estrapola il significato e eccoci giudicati (sic)  gente di nessun posto. Noi siamo in mezzo ad altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio.

Io non voglio più essere adottato, non voglio più che la mia vita dipenda dallumore dei miei padroni di casa, non voglio più affittare una cittadinanza, ne ho abbastanza di bussare alle porte della storia e di aspettare che mi dicano: “Avanti!”.

Stavolta entro e grido; mi sento a casa mia [quanto è vero! NdR] sulla terra e sulla terra ho la mia terra. Perché l’espressione terra promessa deve valere per tutti i popoli meno che per quello che lha inventata? Che cos’è il sionismo? …si riduce a una sola frase: lanno prossimo a Gerusalemme. No, non è lo slogan di qualche club di vacanza; è scritto nella Bibbia, il libro più venduto e peggio letto del mondo.

E questa preghiera è divenuta un grido, un grido che ha più di duemila anni, e i padri di Cristoforo Colombo, di Kafka, di Proust, di Chagall, di Marx, di Einstein, di Modigliani, e di Woody Allen l’hanno ripetuta, questa frase, almeno una volta all’anno: il giorno della Pasqua [Pesach, in ebraico. Si veda il mio "glossario" minimo]..

Allora il sionismo è razzismo?

Ma non fatemi ridere. Il sionismo è il nome di una lotta di liberazione e come ogni movimento democratico ha le sue destre e le sue sinistre. Nel mondo ciascuno ha i suoi ebrei. I francesi hanno i còrsi, i lavoratori algerini; gli italiani hanno i terroni e i terremotati; gli americani hanno i negri, i portoricani; gli uomini hanno le donne; la Società ha i ladri, gli omosessuali, gli handicappati.

Noi siamo gli ebrei di tutti.

A quelli che mi chiedono: “e i palestinesi?” Rispondo “io sono un palestinese di duemila anni fa, sono loppresso più vecchio del mondo, sono pronto a discutere con loro ma non a cedergli la terra che ho lavorato. Tanto più che laggiù c’è posto per due popoli e due nazioni”

Le frontiere le dobbiamo disegnare insieme. Tutta la sinistra sionista cerca da trent’anni étenete presente: siamo nel 1975!!]  degli interlocutori palestinesi, ma l’OLP, incoraggiata dal capitale arabo e dalle sinistre europee, si è chiusa in un irredentismo che sta costando la vita a tutto un popolo, un popolo che mi è fratello, ma che vuole forgiare la sua indipendenza sulle mie ceneri. C’è scritto sulla carta dell’OLP: “verranno accettati nella Palestina riunificata solo gli ebrei venuti prima del 1917″.

 

[In seguito, però, Arafat riconobbe Israele e, di conseguenza, ci furono "accordi" tra Israele ed OLP. Oggi Hamas non riconosce Israele.  Come si può pretende che una "controparte" discuta con l'altra che la desidera solo morta, cancellata per sempre?  Che rispondono gli antisemiti- antisionisti?.....NdR].


A questo punto devo essere solidale con la mia gente. Quando gli arabi mi riconosceranno, mi batterò insieme a loro contro i nostri comuni oppressori.

Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.

Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere. Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.

 

Parafrando il celeberrimo titolo del libro di Primo Levi, “Se questo è un uomo” , di Herbert Pagani si dovrebbe dire “Questo è un UOMO“.

 

 


Chi era Herbert Pagani:

 

Il video del testo in francese su YouTube, consigliato a tutti:
http://www.youtube.com/watch?v=LxNEhKdb4uI&feature=channel_page
=============================================================




M. L. KING – L’ANTISIONISMO

2 04 2009

In un « momento » in cui il livore antisemita si maschera, spesso e volentieri, con il termine « antisionismo », appare quanto mai attuale una famosa lettera scritta da Martin Luther King ad un suo amico antisionista nell’ormai lontano 1967.

Ne riporto la traduzione, rimandando al termine della stessa la versione originale in lingua francese.

 

 

La famosa lettera di Martin Luther King contro l’anti-sionismo nel 1967.

 

Una lettera del 1967, la cui eco risuona attualissima ancora oggi.

Nel mese di agosto 1967, il Pastore americano Martin Luther King, il cantore del pacifismo e della non violenza, che lotta contro la segregazione che interessa le popolazioni nere americane, che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 1964, ha scritto questo testo di notevole valenza.

All’epoca  dell’ambigua e faziosa Conferenza delle Nazioni Unite sul razzismo, tenutasi a Durban nel Sud Africa, contraddistinta da un livore antisemita senza limiti, esternato platealmente dalle delegazioni di numerosi paesi, giunte soprattutto dal mondo arabo-musulmano, di fronte alle innumerevoli difficoltà che le delegazioni israeliane ed ebraiche, così come pure le organizzazioni non governative ebraiche, per potersi esprimere e farsi comprendere per proteggere se stesse [non solo dai vergognosi attacchi verbali] cercando solamente di far sentire le proprie ragioni per essere ascoltati, sono stati costretti a ritirarsi da quella infausta conferenza, insieme alla delegazione degli stati Uniti [e gli altri Stati? A quanti Ponzio Pilato si dovranno ancora addebitare immani massacri, non solo di Ebrei?].

I membri di queste delegazioni e organizzazioni ebraiche e israeliane hanno potuto trovare solo una risposta  all’istante ”T” di questo evento che macchia indelebilmente, ancora oggi, la storia dell’antisemitismo: far  stampare sulle T-shirt questo motto: Anti-sionismo significa anti.- semitismo”.

Detta frase fa [specifico] riferimento ad una lettera che Martin Luther King  aveva scritta ad un amico nel 1967.

 

MARTIN LUTHER KING: Lettera da un amico anti-semita.

 

Estratto da “Letter to an Anti-Zionist Friend”, di Martin Luther King [1]  

 

“(…) Tu dichiari, amico mio, che tu non odii affatto gli Ebrei, che tu sei solamente anti-sionista. Per questo dico che la verità risiede sulla cima della montagna, e che i suoi echi risuonano nelle verdi vallate della terra di Dio. Quando le persone criticano il sionismo, esse pensano agli Ebrei, e questa è  la verità di Dio.

L’antisemitismo, l’odio nei confronti del popolo ebraico, è stata e rimane una macchia sull’anima dell’umanità. Siamo pienamente convinti su  questo punto. E, di conseguenza, sappiamo anche questo: anti-sionismo significa intrinsecamente anti-semitismo [leggasi: ebraismo], e sarà sempre così.

Perché? Per il semplice motivo che il sionismo è niente meno che il sogno e l’ideale del popolo ebraico di tornare a vivere in pace nella propria terra. Il Popolo ebraico, ce lo dicono le Scritture, un tempo ha potuto vivere unito in Terra santa [oggi Israele: quasi un tabù, anche da parte del Vaticano, chiamare col nome proprio questo Stato]. Gli ebrei sono stati espulsi dai tiranni romani, quegli stessi Romani che hanno crudelmente ucciso Nostro Signore. Condizionati dal pensiero della loro patria, ossessionati dal ricordo della loro nazione in cenere, il popolo ebraico è stato costretto a vagare in tutto il mondo. Ancora una volta, un’ennesima volta [l’inizio fu l’esilio Babilonese], il popolo ebraico è caduto nelle mani di un tiranno che lo ha sottomesso.

Il Popolo Nero conosce, amico mio,  che cosa significhi soffrire i tormenti della tirannia sotto un giogo a lui imposto. I nostri fratelli in Africa hanno pregato, invocato, chiesto, preteso il riconoscimento e la realizzazione del proprio diritto naturale a vivere in pace per diritto naturale nel proprio paese. Per chi anela a conquistare questo diritto inalienabile di tutta l’umanità, dovrebbe essere facile comprendere e sostenere il diritto del popolo ebraico a vivere sulla terra dell’antica Israele. Tutti gli uomini di buona volontà, dovrebbero esultare al compimento della promessa fatta da Dio per il suo popolo, che possa vivere nella gioia sulla sua terra “ricostruita” da loro e prima rubata.

 

Questo è il sionismo, niente di più, niente di meno.

 

Se ritieni che il Popolo ebraico meriti di avere uno Stato indipendente, allora sei un sionista. E’ così facile.
Sionismo non è una parolaccia. Si tratta di un credo che rafforza il diritto legittimo del popolo ebraico al’auto-determinazione.

Non devi essere un Ebreo per essere un sionista., allo stesso modo non è necessario essere una donna per essere una femminista, o una persona di colore per credere nella parità di diritti dei Neri.

Essere un sionista non significa ritenere che Israele sia perfetto o non faccia errori. E’ possibile sostenere l’aspirazione nazionale palestinese, e ancora essere un sionista [parole sante. Un credente potrebbe dire: Dio lo volesse!]. Come sionista è possibile essere in disaccordo con le politiche d’Israele, criticare apertamente il suo governo [quasi tutti gli intellettuali israeliani lo fanno. E quelli Islamici….?] E’ possibile intervenire per sollecitare i governanti israeliani a modificare il loro operato, fino a rimostrare nei loro confronti.[ Accade ogni giorno]

Ma non si può togliere il diritto ad Israele di esistere come Stato sovrano

per il popolo ebraico.

 

E che cos’è l’anti-sionismo?

 

E’ la negazione al popolo ebraico di un diritto fondamentale, che noi reclamiamo giustamente per la gente d’Africa e che deve essere giustamente accordato a tutte le nazioni della terra. Questa è una discriminazione contro gli Ebrei, amico mio, solo perché sono ebrei. In una parola è anti-semitismo. L’antisemita coglie ogni occasione per esprimere il suo odio criminale nei confronti degli ebrei. Il tempo ha reso impopolare in Occidente proclamare apertamente il suo odio nei confronti degli ebrei [ancora oggi?]. Stando così le cose, l’anti-semita deve inventare ogni volta nuove forme e nuovi preconcetti per il suo veleno.  Come dovrebbe gioire per questa nuova mascherata! Egli non odia gli ebrei, è soltanto anti-sionista. Amico mio, io non t’accuso deliberatamente di antisemitismo. So che è nel giusto chi sente come me un profondo amore per la verità e la giustizia, una repulsione per il razzismo, i pregiudizi, le discriminazioni. Ma io so che tu hai sbagliato, analogamente agli altri Stati che ritengono si possa essere anti-sionista, pur rimanendo fedeli ai principi che condividiamo sinceramente di cuore entrambi, tu ed io.

Anelo nel profondo del cuore e dell’anima che comprendiate questo. Quando le persone criticano il sionismo, si sbagliano: pensano agli Ebrei.

 

Martin Luther King 

 

[ 1 ] Saturday Review – XLVII (août 1967), p. 76 Rééd. Ristampa. p. 76.

In MLKing Jr,: “This I Believe: Selezioni da Scritti del Dr. Martin Luther King Jr” – (NY:1971), pp. 234-235.

Tratto da L.D.J (05/2005)

*******************************************************

VERSIONE ORIGINALE 

 

La fameuse lettre de Martin Luther King

Contre l’anti-sionisme dès 1967 

 

Une lettre de 1967 qui résonne encore de son écho

En Août 1967, le Pasteur américain Martin Luther King, le chantre du pacifisme et de la non violence, combattant la ségrégation touchant les populations noires américaines, qui avait obtenu le Prix Nobel de la Paix en 1964, écrivait ce texte remarquable. Lors de la fumeuse Conférence de l’ONU sur le Racisme qui s’est tenu à Durban en Afrique du Sud, et face au déchainement antisémite des délégations de nombreux pays principalement venus du monde arabo-musulman, face aux innombrables difficultés que rencontrèrent la délégation israélienne et les organisations non gouvernementales juives, pour s’exprimer, pour se protéger, pour se faire comprendre et seulement pour être écoutées, durent se retirer de cette Conférence damnée, avec la délégation venant des Etats-Unis.

Les membres de ces délégations et organisations juives ne trouvèrent qu’une seule réponse, à l’instant “T” de cet événement qui marque aujourd’hui l’histoire de l’antisémitisme : Inscrire sur des tee-shirts ces mots :

“Antisionisme signifie antisémite”. M. Luther King

Expression qui renvoyait à une lettre que M.L.King avait écrite à un ami en 1967.

MARTIN LUTHER KING : Lettre à un ami anti-sioniste

Extrait de “Letter to an Anti-Zionist Friend”, de Martin Luther King. [1]

Tiré de la Lettre de L.D.J (05/2005).

 

“(…) Tu déclares, mon ami, que tu ne hais pas les Juifs, que tu es seulement anti-sioniste. A cela je dis que la vérité sonne du sommet de la haute montagne, que ses échos résonnent dans les vallées vertes de la terre de Dieu : quand des gens critiquent le sionisme, ils pensent Juifs, et ceci est la vérité même de Dieu. L’antisémitisme, la haine envers le peuple juif, a été et reste une tache sur l’âme de l’humanité. Nous sommes pleinement d’accord sur ce point. Alors, sache aussi cela : antisionisme signifie de manière inhérente antisémite, et il en sera toujours ainsi.

Pourquoi en est-il ainsi ? Tu sais que le sionisme n’est rien moins que le rêve et l’idéal du peuple Juif de retourner vivre sur sa propre terre. Le peuple Juif, nous disent les Ecritures, vécut en union florissante sur la Terre sainte, sa patrie. Ils en furent expulsés par le tyran de Rome, les mêmes Romains qui assassinèrent si cruellement Notre Seigneur. Chassé de sa patrie, sa nation en cendres, le peuple Juif fut forcé d’errer sur le globe. Encore et encore, le peuple Juif souffrit aux mains de chaque tyran qui vint à régner sur lui. Le Peuple Noir sait, mon ami, ce que signifie souffrir les tourments de la tyrannie, sous un joug que l’on n’a pas choisi. Nos frères en Afrique ont supplié, plaidé, demandé, exigé la reconnaissance et la réalisation de leur droit naturel à vivre en paix sous leur propre souveraineté, dans leur propre pays. Pour quiconque chérit ce droit inaliénable de toute l’humanité, il devrait être si facile de comprendre, de soutenir le droit du peuple Juif à vivre sur l’antique terre d’Israël. Tous les hommes de bonne volonté se réjouiront de la réalisation de la promesse de Dieu, que son peuple retourne dans la joie sur la terre qui lui a été volée. C’est cela le sionisme, rien de plus, rien de moins.

Et qu’est l’anti-sionisme ?

 

C’est le déni au peuple Juif d’un droit fondamental que nous réclamons à juste titre pour le peuple d’Afrique et accordons librement à toutes les nations de la terre. C’est de la discrimination envers les Juifs, mon ami, parce qu’ils sont Juifs. En un mot, c’est de l’antisémitisme. L’antisémite se réjouit de chaque occasion qui lui est donnée d’exprimer sa malveillance. L’époque a rendu impopulaire, à l’Ouest, de proclamer ouvertement sa haine des Juifs. Ceci étant le cas, l’antisémite doit à chaque fois inventer de nouvelles formes et de nouveaux forums pour son poison. Combien il doit se réjouir de la nouvelle mascarade ! Il ne hait pas les Juifs, il est seulement antisioniste. Mon ami, je ne t’accuse pas d’antisémitisme délibéré. Je sais que tu ressens, comme je le fais, un profond amour pour la vérité et la justice, et une révulsion envers le racisme, les préjugés, la discrimination. Mais je sais qu’on t’a trompé, comme d’autres l’ont été, en te faisant croire que tu pouvais être antisioniste tout en restant fidèle aux principes que nous partageons, toi et moi, du fond du coeur. Que mes paroles sonnent dans les profondeurs de ton âme : quand les gens critiquent le sionisme, ne te trompe pas, ils pensent les Juifs.”

 

Martin Luther King

 

[1] Saturday Review – XLVII (août 1967), p. 76 Rééd. In M.L.King Jr, This I believe : selections from the Writings of Dr. Martin Luther King Jr.

 

 





GIOVANI VINCENTI

9 03 2009

Nessun insegnamento intendo impartire, ma solo fare alcune riflessioni a ruota libera.

Su chi? Sui giovani, il futuro della società.

Alcuni di essi (non la maggioranza, per fortuna) rinunciano spesso e volentieri ad appropriarsi del tesoro insito nelle loro attitudini innate. Che hanno solo bisogno di essere “scoperte” (poiché generalmente “latenti”), utilizzate, potenziate.

Si fanno invece, questi giovani, deviare dal gruppo, che spesso assume le vesti del branco. Offrono completamente se stessi alle droghe (il Moloc odierno), nella speranza di trovarvi una facile felicità.

Oppure, sfogano la loro rabbia contro i più deboli e indifesi (donne, bambini, handiccapati, invalidi, ecc) talvolta con una violenza e crudeltà tali da non poter essere spiegate (e ancor meno giustificate) in alcun modo, tanto esse sono assurde.

Questi giovani, buttano via, letteralmente, la vita che potrebbe essere meravigliosa, utile per se stessi e per la società.

Non vale la pena di riflettere almeno un po’, al fine di “andare incontro” alla vita, invece che buttarla?

Io ci voglio provare perché, spesso e volentieri, anche delle “banalità” possono essere utili per riflettere su “cose importanti”.

Una opportuna premessa. Ogni successiva considerazione prenderà lo spunto dalla constatazione che ciascun giovane (come ogni persona in generale) è, tra i tanti, un essere unico, irripetibile.

Ecco alcune mie riflessioni in proposito.

I giovani saranno vincenti nel momento in cui non butteranno via la vita stupidamente, anzi sapranno lottare per conferirle il valore che merita.

 

Non arrendetevi, lottate sempre.

 

Dovete avere autostima di voi, purchè essa sia ben riposta. Voi abbiate, cioè, fatto (studi o quant’altro) tutto quanto era vostro dovere fare (per voi, non per gli altri).

 

Credete in voi e nelle vostre capacità.

 

Cercate in voi stessi la forza (ce l’avete di sicuro) per affrontare la vita (per la verità, non sempre semplice!).

 

Siate forti, perché lo siete.

 

Non cercate rifugio o, peggio ancora, la felicità (una pura chimera) nella droga (un fuggire illusorio). La vita vi aspetta, e non fa sconti, anzi presenta, in caso di scelte errate, il conto con “interessi” talvolta molto pesanti.

 

Non cercate illusorie felicità, ma fate tesoro dei molti esempi “positivi” che provengono dalle vostre famiglie (voglio sperarlo) e, talvolta, anche  dalla società..

 

Non buttate via un’esistenza che può divenire meravigliosa, soltanto che  voi lo vogliate. Anche andando incontro alla morte, vostra e di altri innocenti, in automobile dopo aver bevuto o assunto droga.

 

Non sprecate, buttandola via, la vita.

 

Non cercate la forza nel branco o nel gruppo che sia. Questa è una palese manifestazione di debolezza, di vigliaccheria. Voi non ne avete affatto bisogno, ricordatelo sempre.

 

Non siate forti con i deboli, vigliacchi con i forti..

 

Cercate nel profondo di voi stessi quali siano le vostre carte vincenti. Ognuno di noi ha sempre qualcosa in più rispetto agli altri: individuatela, potenziatela, sfruttatela. Qualunque essa sia. Anche l’aspetto fisico, purchè sia utilizzato onestamente, ma con intelligenza e furbizia. Pure esso può rappresentare la carta vincente per la vita che, ricordiamocelo, è unica e una sola.

 

Avete sicuramente qualcosa di più di ogni altro: cercatelo e individuatelo.

 

Ognuno, facendo leva sulle proprie doti, attitudini innate, o quant’altro, può diventare “qualcuno”, senza dover rincorrere mete che non sono alla sua portata. Se uno è predisposto per lo sport, lo pratichi. Magari non diventerà un asso, ma potrà comunque raggiungere traguardi soddisfacenti, e avrà modo, in ogni caso, di realizzarsi.

Siete portati nello scrivere e avete fantasia? Scrivete: dai oggi, dai domani, vedrete che qualcosa di buono scaturirà.

Sapete cantare, recitare, siete portati per la matematica e per le materie scientifiche? Seguite queste vostre attitudini. Solo facendo con piacere le cose, esse possono riuscire bene, e non solo mediocremente.

 

Fate al meglio ciò che vi riesce e piace di più: è la carta che vi farà divenire dei “vincenti”.

 

Siate perseveranti, non abbattetevi mai. L’intelligenza senza impegno, poco può, così come l’impegno senza un minimo di intelligenza. L’abbinamento delle due può portare all’eccellenza.

 

Perseveranza, pazienza, intelligenza: doti estremamente utili per distinguervi dagli altri giovani.

 

 Prendete nelle vostre mani il vostro destino. Siate protagonisti, non comprimari o anonime comparse sul palcoscenico della vita.

Per divenire dei vincenti, siate sempre la motrice, mai il rimorchio.

E’ vero che spesso e volentieri il destino (ma esiste veramente?) è condizionato da eventi completamente al di fuori della nostra portata. Non possiamo farci nulla. Ma è anche molto ciò che noi possiamo operare per condizionarlo in base alle nostre scelte, voleri, desideri.

 

Siate protagonisti, non comprimari.

 

Siate orgogliosi di voi stessi: non siete rari, bensì unici.

Volli, sempre volli, fortissimamente volli: era questo il motto di Vittorio Alfieri. Fate che diventi anche il vostro.

 

Ponetevi un obiettivo ambizioso, ma alla vostra portata. Lo raggiungerete.

 

La creatività, la genialità non si possono insegnare: altrimenti non sarebbero tali. Ma una cosa ha sempre accomunato e contraddistinto i Grandi come Einstein, Michelangelo, Freud, Leonardo da Vinci, Fermi ecc: la loro ferrea convinzione di voler raggiungere i propri obiettivi, una enorme tenacia, una spiccata personalità. In poche parole l’essenza stessa della loro unicità.

Siate trascinatori, infondete entusiasmo. Non siano gli altri a portarvi al guinzaglio, possano essi essere gruppo, branco, od anche droghe che annebbiano tutto: volontà e capacità di decidere da se stessi, per se stessi.

 

Siate dei leaders, non demordete, impegnatevi sempre.

 

Non dite: non ci riesco. Provateci. Non dite: non so. Cercate di saperlo. Non dite: non sono bravo come lui (lei). Forse in alcune cose effettivamente no, ma in altre certamente  sì. 

Voi siete voi. Non imitate alcuno. Prendete esempio, sì, ma come stimolo per migliorarvi. Per essere dei vincenti, siate sempre voi stessi, non la fotocopia di qualcuno, chiunque esso sia.

Ecco, al proposito, una delle tantissime, gustose storielle ebraiche.

Si racconta che prima della sua morte, Rabbi Sussja di Hanipol, disse: Nel mondo a venire, non mi si chiederà: Perché non sei stato come Abramo, perché non sei diventato Mosè? Mi si chiederà semplicemente: Sussja, perché non sei stato Sussja?”

 

Siate sempre voi stessi.

 

Mio nipote David di 11 anni, cui ho fatto leggere l’articolo, mi ha suggerito un’ulteriore considerazione.

Talvolta, forse anche spesso, alcuni ragazzi “disadattati” lo diventano a causa di esempi negativi che ricevono all’interno della propria famiglia. Che  non raramente, sfociano in veri soprusi (un eufemismo?) nei confronti del minore. Che, giustamente, si ribella. Che arriva ad odiare i suoi e, di riflesso, l’intera società. E reagisce scaricando la sua collera attraverso comportamenti quantomeno riprovevoli.

Questa è certamente una “motivazione”, mai però una giustificazione ad arrivare a fare del male ad esseri innocenti, nè a “buttare via” una vita che potrebbe divenire colma di soddisfazioni.

Quanti ragazzi disadattati sono diventati dei vincitori nell’agone della vita, incanalando le loro energie vitali verso uno sport (calcio o pugilato che sia),  scoprendo di possedere una bella voce, e così via!

Questi giovani sono “ammirevoli” due volte: perchè hanno intuito quali fossero le loro vere carte vincenti  che li distinguevano dagli altri, e soprattutto perchè sono riusciti a trasformare le avversità, i soprusi che hanno dovuto subire loro malgrado, in opportunità per una vittoria nella vita, anzichè subire una disfatta.

Prendiamo esempio, noi adulti, sappiano imitarli,  i giovani.

 

Articoli correlati:

  • Il ruolo del singolo      Apertura 
  • Ad un antisemita.        Apertura