EMPATIA: UN ANTIDOTO

23 04 2009

CONTRO OGNI ODIO

 

L’ empatia è un sentimento quasi del tutto sconosciuto (e, ancora meno, manifestato) dalla stragrande maggioranza delle persone. Questo è il motivo principale per cui nascono incomprensioni, conflittualità singole e collettive, fino a trasformarsi in odio cieco che può sfociare in guerre irriducibili.

Chi abusa di donne e bambini, oltrechè essere “mentalmente deviato”, infligge loro anche del male fisico e psichico, oltremodo crudele. Perchè dimostra di non possedere minimamente il sentimento di empatia. Che, come si avrà modo di analizzare nel prosieguo, non è sinonimo di “buonismo”, ma presuppone essenzialmente la ricerca della conoscenza dell’altro (che può interessarci oppure no, ma che, in ogni caso, vale sempre la pena di verificare).

Il mondo è in un continuo stato di conflittualità, proprio a motivo della carenza totale di tale sentimento. L’uomo che arriva ad infliggere pene tremende ai propri figli, che giunge ad uccidere la propria moglie anche per futili motivi, fino ad arrivare all’estremizzazione del terrorismo, dei  conflitti tra nazioni: ecco a che cosa può condurre una carenza di empatia.

Ma, nella sostanza, che cos’è, chi è “costei”?

L’empatia

La parola deriva dal greco empateia, a sua volta composta da en (dentro) e pathos (sofferenza o sentimento). Veniva usata dagli antichi Greci per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico.

Nell’uso comune, empatia è l’attitudine a rivolgere la propria attenzione verso un’altra persona, mettendo da parte le preoccupazioni ed i pensieri personali nei suoi confronti. La qualità della relazione si basa sull’ascolto non valutativo, e si concentra sulla comprensione dei sentimenti e bisogni fondamentali dell’altro. Proprio per tale motivo bisogna conoscere, ancor prima che comprenderle, le ragioni dell’altro.

L’empatia si sarebbe sviluppata poichè mettersi nei panni dell’altro (per sapere che cosa pensa e come potrebbe reagire), costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l’uomo è in continua competizione con i propri simili. Può tramutarsi in un processo di comunicazione non violenta.

In sintesi, l’empatia è la capacità di comprendere cosa un’altra persona stia provando.

Analizziamo, brevemente, quali sono le caratteristiche salienti alla base di questo importante sentimento.

Il primo luogo, l’empatia consiste nella scoperta dell’esistenza dell’altro (non vivere solo di egoismo) e, di conseguenza, nello sforzarsi di comprendere quel che egli/lei sente o prova. Questo atteggiamento può sfociare in una vera nuova esperienza sociale. Viene, in tal modo, messa in contatto la ricchezza dell’esistenza degli altri accanto alla nostra, coinvolgendo fortemente chi la mette in atto, pur mantenendo netta la distinzione tra lui e gli altri.

L’empatia permette di immaginarsi il dolore che può sentire un altro, un estraneo con il quale posso anche dissentire o nel quale non mi riconosco affatto. Chiedendo, tuttavia, a me stesso il perché di determinati sentimenti senza che sia io a dare una risposta, ma andandone comunque alla ricerca. Si pensi quanto bene potrebbe produrre questo sentimento se solo chi commette un’azione nefanda (uno stupro, una brutalità contro un bambino, un atto violento di antisemitismo o di razzismo, ecc) riflettesse: ” E se quanto sto facendo accadesse a me?”

E’ un modo per scoprire la realtà di ciò che vive in un’altra persona e che, in un modo o in un altro, ci coinvolge. Si è, allora, sollecitati a comprendere anche le sue ragioni.

Presuppone la capacità di saper ascoltare, senza preconcetti e senza voler imporre la propria  visione agli altri. Tutto l’inverso di quello che accade ogni giorno (si sprecano gli esempi che ci propinano le televisioni, tutte, attraverso dibattiti politici e non): solo io ho ragione ed alzo la voce a più non posso per esprimerla, senza nemmeno ascoltarti (non dandoti neppure la possibilità di parlare).

E’ anche un modo razionale per integrare tra loro esperienze diverse. Per questo si fa leva sulla  facoltà di arrivare ad intuire ciò che prova l’altro. Ciò che è estraneo a noi, grazie all’empatia si trasforma in relazione, parola e , ancora una volta, ascolto. Con un ossimoro si potrebbe arrivare a dire addirittura il silenzio assordante dell’ascolto.

L’empatia è in grado di  eliminare l’ignoto tra due estranei. E’ il riconoscimento dell’altro. Questo sentimento permette di conoscere (accettandoli o rifiutandoli) i sentimenti dell’altro, partecipando agli stessi, immedesimandoci nel nostro interlocutore.

Si apre, tra due sconosciuti, un mondo in comune, pur nei limiti della propria individualità. Empatia significa immaginarsi l’esperienza dell’altro, acquisire un’assunzione di responsabilità verso l’altro, quale soggetto che soffre, gioisce, odia. Due differenti punti di vista possono trovare (solo se c’è la buona volontà) dei punti in comune.

L’empatia è una forza vitale positiva in quanto tale sentimento sollecita a sondare la vita che riguarda l’altro. Non sempre è necessaria la reciprocità. Anche nel caso in cui, preconcettualmente, questa non ci sia nella controparte, esiste sempre la possibilità che la stessa senta che l’interlocutore è interessato al suo destino. E’ un buon punto di partenza.

Termino questa breve disamina, facendo mia una riflessione di un carissimo amico, nonchè profondo studioso, Claudio Della Valle. La sua esperienza richiama concetti spesso espressi dalla cultura orientale.

E’ una riflessione [quella sull’empatia] che feci già molti anni or sono quando stavo per schiacciare una mosca che mi dava fastidio. Per un attimo mi sono identificato in quella mosca ed ho pensato forse in un tempo lontanissimo o anche ora, perché no?, io avrei potuto essere quella mosca o che una piccola parte di me potesse essere viva in lei pur non avendone ordinariamente coscienza. Come spiegare meglio di così il “senso” di empatia? Ogni essere, ogni cosa ha una sua specifica funzione nel mondo concreto. Tanto più le persone.

Un impegno a far sempre un maggior uso dell’empatia, potrebbe costituire un potente antidoto contro ogni odio.

Uno stupro, un abuso su un bimbo, una violenza su un invalido (che già soffre non poco per questa sua menomazione). Basterebbe sapersi “mettere nei loro panni” per sentire il male che viene loro inferto.

Ebrei ai forni! Quale abisso dell’animo umano, dell’Uomo! Chi bestemmia in tal modo, dovrebbe solo pensare che cosa proverebbe se, al posto di quegli Ebrei, ci fosse sua madre, suo padre, suo fratello, un suo figlio, un suo amico, lui medesimo. Costui dovrebbe sapere che solo per puro caso non è nato Ebreo, oppure negro, oppure un animale, e così via. Se costui è quello che è (per nascita) non è né merito né demerito suo. Rifletta semplicemente!

Due popoli che arrivano ad odiarsi profondamente, non a causa di un torto e di una ragione, ma a motivo di due ragioni, e per questo entrambi hanno già troppo sofferto, non vale forse la pena di cercare una soluzione alternativa per poter vivere in pace tutti e due? La vita su questa terra è una sola (soltanto alla morte non c’è rimedio).  Dell’altra vita nulla sappiamo. Possiamo unicamente  sperare e credere nella sopravvivenza … 

E’ forse un’Utopia pensare che “le persone” si rendano conto che così non si può andare avanti, che c’è il pericolo di “autodistruggersi” con le proprie mani? Io mi auguro fortemente che non lo sia. Sono, infatti, fermamente convinto che siamo ancora in tempo per “rinsavire”. Ma, per questo, è assolutamente necessario rompere gli schemi che non hanno funzionato. Senza, per questo,  dover nuovamente scomodare il solito Barack Obama (cui vanno riconosciute, peraltro, la grande personalità e la voglia, appunto, di cambiare) come fanno attualmente tutti quelli (e sono tanti) che non hanno idee proprie in proposito.

Errare humanum est, perseverare……

Che cosa pensano, in proposito, i lettori?

 

Bibliografia

[1] Enciclopedia WIKIPEDIA

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ARRINGA PER

17 04 2009

LA MIA TERRA.

 

Riporto testualmente un documento di Herbert Pagani (1944-1988), cantante-poeta-scultore-pittore-attore-scrittore-disc-jockey, ebreo di sinistra e sionista, scritto all’indomani dell’infame equiparazione da parte dell’Onu [del Sionismo; NdR]  al razzismo nel 1975.

Lo riporto considerandolo (purtroppo) ancora attualissimo.  

Lo scritto è tratto da un articolo di MORASHA’, la porta dell’Ebraismo italiano in rete. 

Di mio sono solo i grassetti, le Note del Redattore e, mi sia concesso, un “sottotitolo”: I giudizi di un “mondo” ipocrita, fazioso, seminatore d’odio.

 
 
 
 
 
 
 
 

 

  

 

 di Herbert Pagani 

Di passaggio a Fiumicino sento due turisti dire, sfogliando un giornale: “Fra guerre e attentati non si parla che di ebrei, che scocciatori…” È vero, siamo dei rompiscatole, sono secoli che rompiamo le balle all’universo. Che volete. Fa parte della nostra natura.

Ha cominciato Abramo col suo Dio unico, poi Mosè con le Tavole della Legge, poi Gesù con l’altra guancia sempre pronta per la seconda sberla, poi Freud, Marx, Einstein, tutti esseri imbarazzanti, rivoluzionari, nemici dell’ordine. Perché? Perché l’ordine, quale che fosse il secolo, non poteva soddisfarli, visto che era un ordine dal quale erano regolarmente esclusi; rimettere in discussione, cambiare il mondo per cambiare destino, questo è stato il destino dei miei antenati; per questo sono sempre stati odiati da tutti i paladini dell’ordine prestabilito.

L’antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C’erano molti ebrei nel 1917.

L’antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo… È vero ci sono molti capitalisti ebrei.

La ragione è semplice: la cultura, la religione, l’idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall’altra sono stati gli unici valori mobili le sole patrie possibili , per quelli che non avevano una patria.

Ora che una patria esiste, l’antisemitismo rinasce dalle sue ceneri, o meglio, scusate, dalle nostre, e si chiama antisionismo. Prima si applicava agli individui, adesso viene applicato a una nazione. Israele è un ghetto, Gerusalemme è Varsavia. Chi ci assedia non sono più i tedeschi ma gli arabi e se la loro mezzaluna si è talvolta mascherata da falce era per meglio fregare le sinistre del mondo intero.

Io, ebreo di sinistra, me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di questa minoranza. Se la sinistra ci tiene a contarmi fra i suoi non può eludere il mio problema. E il mio problema è che dopo le deportazioni in massa operate dai romani nel primo secolo dell’era volgare, noi siamo stati ovunque banditi, schiacciati, odiati, spogliati, inseguiti e convertiti a forza.

Perché? …perché la nostra religione, cioè la nostra cultura erano pericolose.

Qualche esempio? Il giudaismo è stato il primo a creare il sabato, il giorno del Signore, giorno di riposo obbligatorio. Insomma il week-end. Immaginate la gioia dei faraoni, sempre in ritardo di una piramide. Il giudaismo proibisce la schiavitù. Immaginate la simpatia (sic) dei romani, i più grossi importatori di manodopera gratuita dell’antichità.

Nella Bibbia è scritto: “La terra non appartiene alluomo, ma a Dio“; da questa frase scaturisce una legge, quella della estinzione automatica dei diritti di proprietà ogni 49 anni. Vi immaginate la reazione dei papi del medioevo e degli imperatori del Rinascimento?

Non bisognava che il popolo sapesse. Si cominciò quindi col proibire la lettura della Bibbia, che venne svalutata come Vecchio Testamento. Poi ci fu la maldicenza: muri di calunnie che divennero muri di pietra: i ghetti. Poi ci furono l’indice, l’inquisizione e più tardi le stelle gialle. Ma Auschwitz non è che un esempio industriale di genocidio. Di genocidi artigianali ce ne sono stati a migliaia. Mi ci vorrebbero dieci giorni solo per fare la lista di tutti i pogrom di Spagna, Russia, Polonia e Nord Africa. A forza di fuggire, di spostarsi, l’ebreo è andato dappertutto. Si estrapola il significato e eccoci giudicati (sic)  gente di nessun posto. Noi siamo in mezzo ad altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio.

Io non voglio più essere adottato, non voglio più che la mia vita dipenda dallumore dei miei padroni di casa, non voglio più affittare una cittadinanza, ne ho abbastanza di bussare alle porte della storia e di aspettare che mi dicano: “Avanti!”.

Stavolta entro e grido; mi sento a casa mia [quanto è vero! NdR] sulla terra e sulla terra ho la mia terra. Perché l’espressione terra promessa deve valere per tutti i popoli meno che per quello che lha inventata? Che cos’è il sionismo? …si riduce a una sola frase: lanno prossimo a Gerusalemme. No, non è lo slogan di qualche club di vacanza; è scritto nella Bibbia, il libro più venduto e peggio letto del mondo.

E questa preghiera è divenuta un grido, un grido che ha più di duemila anni, e i padri di Cristoforo Colombo, di Kafka, di Proust, di Chagall, di Marx, di Einstein, di Modigliani, e di Woody Allen l’hanno ripetuta, questa frase, almeno una volta all’anno: il giorno della Pasqua [Pesach, in ebraico. Si veda il mio “glossario” minimo]..

Allora il sionismo è razzismo?

Ma non fatemi ridere. Il sionismo è il nome di una lotta di liberazione e come ogni movimento democratico ha le sue destre e le sue sinistre. Nel mondo ciascuno ha i suoi ebrei. I francesi hanno i còrsi, i lavoratori algerini; gli italiani hanno i terroni e i terremotati; gli americani hanno i negri, i portoricani; gli uomini hanno le donne; la Società ha i ladri, gli omosessuali, gli handicappati.

Noi siamo gli ebrei di tutti.

A quelli che mi chiedono: “e i palestinesi?” Rispondo “io sono un palestinese di duemila anni fa, sono loppresso più vecchio del mondo, sono pronto a discutere con loro ma non a cedergli la terra che ho lavorato. Tanto più che laggiù c’è posto per due popoli e due nazioni”

Le frontiere le dobbiamo disegnare insieme. Tutta la sinistra sionista cerca da trent’anni étenete presente: siamo nel 1975!!]  degli interlocutori palestinesi, ma l’OLP, incoraggiata dal capitale arabo e dalle sinistre europee, si è chiusa in un irredentismo che sta costando la vita a tutto un popolo, un popolo che mi è fratello, ma che vuole forgiare la sua indipendenza sulle mie ceneri. C’è scritto sulla carta dell’OLP: “verranno accettati nella Palestina riunificata solo gli ebrei venuti prima del 1917”.

 

[In seguito, però, Arafat riconobbe Israele e, di conseguenza, ci furono “accordi” tra Israele ed OLP. Oggi Hamas non riconosce Israele.  Come si può pretende che una “controparte” discuta con l’altra che la desidera solo morta, cancellata per sempre?  Che rispondono gli antisemiti- antisionisti?…..NdR].


A questo punto devo essere solidale con la mia gente. Quando gli arabi mi riconosceranno, mi batterò insieme a loro contro i nostri comuni oppressori.

Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.

Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere. Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.

 

Parafrando il celeberrimo titolo del libro di Primo Levi, “Se questo è un uomo” , di Herbert Pagani si dovrebbe dire “Questo è un UOMO“.

 

 


Chi era Herbert Pagani:

 

Il video del testo in francese su YouTube, consigliato a tutti:
http://www.youtube.com/watch?v=LxNEhKdb4uI&feature=channel_page
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M. L. KING – L’ANTISIONISMO

2 04 2009

In un « momento » in cui il livore antisemita si maschera, spesso e volentieri, con il termine « antisionismo », appare quanto mai attuale una famosa lettera scritta da Martin Luther King ad un suo amico antisionista nell’ormai lontano 1967.

Ne riporto la traduzione, rimandando al termine della stessa la versione originale in lingua francese.

 

 

La famosa lettera di Martin Luther King contro l’anti-sionismo nel 1967.

 

Una lettera del 1967, la cui eco risuona attualissima ancora oggi.

Nel mese di agosto 1967, il Pastore americano Martin Luther King, il cantore del pacifismo e della non violenza, che lotta contro la segregazione che interessa le popolazioni nere americane, che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 1964, ha scritto questo testo di notevole valenza.

All’epoca  dell’ambigua e faziosa Conferenza delle Nazioni Unite sul razzismo, tenutasi a Durban nel Sud Africa, contraddistinta da un livore antisemita senza limiti, esternato platealmente dalle delegazioni di numerosi paesi, giunte soprattutto dal mondo arabo-musulmano, di fronte alle innumerevoli difficoltà che le delegazioni israeliane ed ebraiche, così come pure le organizzazioni non governative ebraiche, per potersi esprimere e farsi comprendere per proteggere se stesse [non solo dai vergognosi attacchi verbali] cercando solamente di far sentire le proprie ragioni per essere ascoltati, sono stati costretti a ritirarsi da quella infausta conferenza, insieme alla delegazione degli stati Uniti [e gli altri Stati? A quanti Ponzio Pilato si dovranno ancora addebitare immani massacri, non solo di Ebrei?].

I membri di queste delegazioni e organizzazioni ebraiche e israeliane hanno potuto trovare solo una risposta  all’istante ”T” di questo evento che macchia indelebilmente, ancora oggi, la storia dell’antisemitismo: far  stampare sulle T-shirt questo motto: Anti-sionismo significa anti.- semitismo”.

Detta frase fa [specifico] riferimento ad una lettera che Martin Luther King  aveva scritta ad un amico nel 1967.

 

MARTIN LUTHER KING: Lettera da un amico anti-semita.

 

Estratto da “Letter to an Anti-Zionist Friend”, di Martin Luther King [1]  

 

“(…) Tu dichiari, amico mio, che tu non odii affatto gli Ebrei, che tu sei solamente anti-sionista. Per questo dico che la verità risiede sulla cima della montagna, e che i suoi echi risuonano nelle verdi vallate della terra di Dio. Quando le persone criticano il sionismo, esse pensano agli Ebrei, e questa è  la verità di Dio.

L’antisemitismo, l’odio nei confronti del popolo ebraico, è stata e rimane una macchia sull’anima dell’umanità. Siamo pienamente convinti su  questo punto. E, di conseguenza, sappiamo anche questo: anti-sionismo significa intrinsecamente anti-semitismo [leggasi: ebraismo], e sarà sempre così.

Perché? Per il semplice motivo che il sionismo è niente meno che il sogno e l’ideale del popolo ebraico di tornare a vivere in pace nella propria terra. Il Popolo ebraico, ce lo dicono le Scritture, un tempo ha potuto vivere unito in Terra santa [oggi Israele: quasi un tabù, anche da parte del Vaticano, chiamare col nome proprio questo Stato]. Gli ebrei sono stati espulsi dai tiranni romani, quegli stessi Romani che hanno crudelmente ucciso Nostro Signore. Condizionati dal pensiero della loro patria, ossessionati dal ricordo della loro nazione in cenere, il popolo ebraico è stato costretto a vagare in tutto il mondo. Ancora una volta, un’ennesima volta [l’inizio fu l’esilio Babilonese], il popolo ebraico è caduto nelle mani di un tiranno che lo ha sottomesso.

Il Popolo Nero conosce, amico mio,  che cosa significhi soffrire i tormenti della tirannia sotto un giogo a lui imposto. I nostri fratelli in Africa hanno pregato, invocato, chiesto, preteso il riconoscimento e la realizzazione del proprio diritto naturale a vivere in pace per diritto naturale nel proprio paese. Per chi anela a conquistare questo diritto inalienabile di tutta l’umanità, dovrebbe essere facile comprendere e sostenere il diritto del popolo ebraico a vivere sulla terra dell’antica Israele. Tutti gli uomini di buona volontà, dovrebbero esultare al compimento della promessa fatta da Dio per il suo popolo, che possa vivere nella gioia sulla sua terra “ricostruita” da loro e prima rubata.

 

Questo è il sionismo, niente di più, niente di meno.

 

Se ritieni che il Popolo ebraico meriti di avere uno Stato indipendente, allora sei un sionista. E’ così facile.
Sionismo non è una parolaccia. Si tratta di un credo che rafforza il diritto legittimo del popolo ebraico al’auto-determinazione.

Non devi essere un Ebreo per essere un sionista., allo stesso modo non è necessario essere una donna per essere una femminista, o una persona di colore per credere nella parità di diritti dei Neri.

Essere un sionista non significa ritenere che Israele sia perfetto o non faccia errori. E’ possibile sostenere l’aspirazione nazionale palestinese, e ancora essere un sionista [parole sante. Un credente potrebbe dire: Dio lo volesse!]. Come sionista è possibile essere in disaccordo con le politiche d’Israele, criticare apertamente il suo governo [quasi tutti gli intellettuali israeliani lo fanno. E quelli Islamici….?] E’ possibile intervenire per sollecitare i governanti israeliani a modificare il loro operato, fino a rimostrare nei loro confronti.[ Accade ogni giorno]

Ma non si può togliere il diritto ad Israele di esistere come Stato sovrano

per il popolo ebraico.

 

E che cos’è l’anti-sionismo?

 

E’ la negazione al popolo ebraico di un diritto fondamentale, che noi reclamiamo giustamente per la gente d’Africa e che deve essere giustamente accordato a tutte le nazioni della terra. Questa è una discriminazione contro gli Ebrei, amico mio, solo perché sono ebrei. In una parola è anti-semitismo. L’antisemita coglie ogni occasione per esprimere il suo odio criminale nei confronti degli ebrei. Il tempo ha reso impopolare in Occidente proclamare apertamente il suo odio nei confronti degli ebrei [ancora oggi?]. Stando così le cose, l’anti-semita deve inventare ogni volta nuove forme e nuovi preconcetti per il suo veleno.  Come dovrebbe gioire per questa nuova mascherata! Egli non odia gli ebrei, è soltanto anti-sionista. Amico mio, io non t’accuso deliberatamente di antisemitismo. So che è nel giusto chi sente come me un profondo amore per la verità e la giustizia, una repulsione per il razzismo, i pregiudizi, le discriminazioni. Ma io so che tu hai sbagliato, analogamente agli altri Stati che ritengono si possa essere anti-sionista, pur rimanendo fedeli ai principi che condividiamo sinceramente di cuore entrambi, tu ed io.

Anelo nel profondo del cuore e dell’anima che comprendiate questo. Quando le persone criticano il sionismo, si sbagliano: pensano agli Ebrei.

 

Martin Luther King 

 

[ 1 ] Saturday Review – XLVII (août 1967), p. 76 Rééd. Ristampa. p. 76.

In MLKing Jr,: “This I Believe: Selezioni da Scritti del Dr. Martin Luther King Jr” – (NY:1971), pp. 234-235.

Tratto da L.D.J (05/2005)

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VERSIONE ORIGINALE 

 

La fameuse lettre de Martin Luther King

Contre l’anti-sionisme dès 1967 

 

Une lettre de 1967 qui résonne encore de son écho

En Août 1967, le Pasteur américain Martin Luther King, le chantre du pacifisme et de la non violence, combattant la ségrégation touchant les populations noires américaines, qui avait obtenu le Prix Nobel de la Paix en 1964, écrivait ce texte remarquable. Lors de la fumeuse Conférence de l’ONU sur le Racisme qui s’est tenu à Durban en Afrique du Sud, et face au déchainement antisémite des délégations de nombreux pays principalement venus du monde arabo-musulman, face aux innombrables difficultés que rencontrèrent la délégation israélienne et les organisations non gouvernementales juives, pour s’exprimer, pour se protéger, pour se faire comprendre et seulement pour être écoutées, durent se retirer de cette Conférence damnée, avec la délégation venant des Etats-Unis.

Les membres de ces délégations et organisations juives ne trouvèrent qu’une seule réponse, à l’instant “T” de cet événement qui marque aujourd’hui l’histoire de l’antisémitisme : Inscrire sur des tee-shirts ces mots :

“Antisionisme signifie antisémite”. M. Luther King

Expression qui renvoyait à une lettre que M.L.King avait écrite à un ami en 1967.

MARTIN LUTHER KING : Lettre à un ami anti-sioniste

Extrait de “Letter to an Anti-Zionist Friend”, de Martin Luther King. [1]

Tiré de la Lettre de L.D.J (05/2005).

 

“(…) Tu déclares, mon ami, que tu ne hais pas les Juifs, que tu es seulement anti-sioniste. A cela je dis que la vérité sonne du sommet de la haute montagne, que ses échos résonnent dans les vallées vertes de la terre de Dieu : quand des gens critiquent le sionisme, ils pensent Juifs, et ceci est la vérité même de Dieu. L’antisémitisme, la haine envers le peuple juif, a été et reste une tache sur l’âme de l’humanité. Nous sommes pleinement d’accord sur ce point. Alors, sache aussi cela : antisionisme signifie de manière inhérente antisémite, et il en sera toujours ainsi.

Pourquoi en est-il ainsi ? Tu sais que le sionisme n’est rien moins que le rêve et l’idéal du peuple Juif de retourner vivre sur sa propre terre. Le peuple Juif, nous disent les Ecritures, vécut en union florissante sur la Terre sainte, sa patrie. Ils en furent expulsés par le tyran de Rome, les mêmes Romains qui assassinèrent si cruellement Notre Seigneur. Chassé de sa patrie, sa nation en cendres, le peuple Juif fut forcé d’errer sur le globe. Encore et encore, le peuple Juif souffrit aux mains de chaque tyran qui vint à régner sur lui. Le Peuple Noir sait, mon ami, ce que signifie souffrir les tourments de la tyrannie, sous un joug que l’on n’a pas choisi. Nos frères en Afrique ont supplié, plaidé, demandé, exigé la reconnaissance et la réalisation de leur droit naturel à vivre en paix sous leur propre souveraineté, dans leur propre pays. Pour quiconque chérit ce droit inaliénable de toute l’humanité, il devrait être si facile de comprendre, de soutenir le droit du peuple Juif à vivre sur l’antique terre d’Israël. Tous les hommes de bonne volonté se réjouiront de la réalisation de la promesse de Dieu, que son peuple retourne dans la joie sur la terre qui lui a été volée. C’est cela le sionisme, rien de plus, rien de moins.

Et qu’est l’anti-sionisme ?

 

C’est le déni au peuple Juif d’un droit fondamental que nous réclamons à juste titre pour le peuple d’Afrique et accordons librement à toutes les nations de la terre. C’est de la discrimination envers les Juifs, mon ami, parce qu’ils sont Juifs. En un mot, c’est de l’antisémitisme. L’antisémite se réjouit de chaque occasion qui lui est donnée d’exprimer sa malveillance. L’époque a rendu impopulaire, à l’Ouest, de proclamer ouvertement sa haine des Juifs. Ceci étant le cas, l’antisémite doit à chaque fois inventer de nouvelles formes et de nouveaux forums pour son poison. Combien il doit se réjouir de la nouvelle mascarade ! Il ne hait pas les Juifs, il est seulement antisioniste. Mon ami, je ne t’accuse pas d’antisémitisme délibéré. Je sais que tu ressens, comme je le fais, un profond amour pour la vérité et la justice, et une révulsion envers le racisme, les préjugés, la discrimination. Mais je sais qu’on t’a trompé, comme d’autres l’ont été, en te faisant croire que tu pouvais être antisioniste tout en restant fidèle aux principes que nous partageons, toi et moi, du fond du coeur. Que mes paroles sonnent dans les profondeurs de ton âme : quand les gens critiquent le sionisme, ne te trompe pas, ils pensent les Juifs.”

 

Martin Luther King

 

[1] Saturday Review – XLVII (août 1967), p. 76 Rééd. In M.L.King Jr, This I believe : selections from the Writings of Dr. Martin Luther King Jr.