IL VATICANO E GLI EBREI

9 02 2010

DOPO IL CONCILIO VATICANO II

Il cammino della Speranza

 

 

  

Non vi aspettate un articolo breve: non potrebbe essere esaustivo. Non pensate che io mi accinga ad elaborare un trattato: non sarebbe di alcuna utilità , nè io sarei in grado di predisporlo. Non dovrete andare alla ricerca di migliaia di informazioni su testi o tramite internet: l’avrò fatto io per voi. Sarò quindi in grado di offrirvi un lavoro organico, che mi auguro essere unico nel suo genere su quanto in argomento.

 

                          

Questo scritto fa seguito al saggio [1] da me edito nel 2006, al quale rimando chi volesse approfondire argomenti sui quali, in questo lavoro, faccio solo un breve cenno per non ripetermi.

Questo saggio non tratta l’antisemitismo, ma vuole rappresentare il contributo personale (una goccia in un oceano)  che intendo dare per combattere questo “cancro dell’umanità”.

Quale futuro senza memoria?

 

PRESENTAZIONE

La conclusione del Concilio Vaticano II (7.12.65) ha stabilito, nella storia veramente  travagliata dei rapporti tra ebraismo e cattolicesimo, un netto spartiacque.

Quasi in analogia all’avvento di Gesù, che ha diviso la Storia dell’umanità in un ben definito avanti e post Era Volgare.

Fino a questa importante data (conclusione del Concilio), vale a dire per quasi duemila anni dalla nascita del cristianesimo, si sprecarono le vessazioni, le persecuzioni, gli atti ostili che spesso e volentieri si trasformavano in veri e propri eccidi, anche di massa, contro chi aveva la sola colpa di professare la religione israelitica.

Non ho alcuna intenzione di ripetermi su quanto ampiamente argomentato in [1] a riguardo dell’antisemitismo di matrice religiosa e delle sue nefande conseguenze.

Due, principalmente, le accuse rivolte agli Ebrei, a partire dai tempi di Gesù per arrivare a quelli moderni: la calunnia del “deicidio” e, conseguente, quella della “maledizione divina”. Tanto orrende e devastanti le stesse, da provocare direttamente uccisioni di massa durate per secoli e, indirettamente, quanto la storia recente ci ha tristemente lasciato in eredità.

Si avrà modo di vedere, in seguito, più nel dettaglio ciò che ha rappresentato il Concilio nei rapporti tra cristianesimo ed ebraismo.  

Nell’era del dopo-Concilio, le relazioni tra il Papato e gli Ebrei sono state molto simili ad una strada fatta prima di discese, e poi di salite. Ma (almeno così si spera) essa rappresenta ormai un percorso unidirezionale,  quale quello del tempo (sempre in avanti, impossibile fermarlo). Un cammino analogo a quello di ogni vita umana.

Il cammino della Speranza.

Proprio riflettendo su tutto ciò, intendo elaborare un saggio (non certamente un trattato) che sia esaustivo ma, nello stesso tempo, sintetico. Un lavoro soprattutto organico, in grado cioè di offrire un quadro “unico”, non frammentato della storia del post-Concilio, di fatto appena iniziata. Valutando gli aspetti positivi, ma anche gli “intoppi” che, lungo questo cammino, si sono manifestati. Questi ultimi, a mio avviso, possono tuttavia trasformarsi in uno stimolo per superarli e proseguire ancora con maggior lena lungo la strada del Dialogo.

Tuttavia, prima di iniziare il lavoro, mi sembrano opportune alcune puntualizzazioni.

Innanzitutto, perché ho scelto di parlare di Vaticano e non di Cristianesimo in generale, o di Chiesa in particolare? Tutta la cristianità, e non solo la Chiesa cattolica, fu da sempre impregnata di un feroce e “convinto” antisemitismo, di vero “astio” nei confronti degli ebrei. Sfociato in vessazioni, insegnamento del “disprezzo”, persecuzioni contro gli stessi, Inquisizione, pogrom, ecc. Basti, ad esempio, ricordare cosa rappresentarono in tal senso il disumano antisemitismo di Martin Lutero e, quello non certamente tenero, di  Giovanni Calvino.

Ciò è, tra l’altro, addebitabile al fatto che una lettura letterale, piuttosto che sapienziale,  delle proprie scritture può alimentare avversione verso gli altri, con tutto quello che ne può conseguire. 

Dopo la Shoà, si potè assistere ad un “ravvedimento” di buona parte delle confessioni cristiane, compresa quella cattolica ed ortodossa.

In secondo luogo,  perchè intendo esaminare il comportamento della Chiesa cattolica e, nello specifico, del Vaticano? Poiché essa è ben rappresentata nella sua totalità dal Pontefice (il successore di Pietro) che ne indirizza, di fatto, la “politica”.  Il Vaticano, nel suo complesso è gerarchizzato al massimo, presente in ogni parte del mondo, parlante con una sola voce: quella del Papa..

Ritengo anche utile spendere due parole sul Revisionismo storico,  che oggi va tanto di moda. Da parte di alcuni  personaggi (ai quali negli ultimi anni si è pure aggiunto uno Stato non solo sovrano, ma anche membro dell’ONU), che si auto-definiscono storici [?], viene propugnato il “negazionismo”. Essi, cioè, negano che sia mai stata progettata e, men che meno, attuata (ma, grazie al Cielo, non portata a pieno compimento) soluzione finale nel confronto degli Ebrei (la Shoà). Di conseguenza, costituisce un’eresia il solo accennare all’esistenza dei campi di concentramento  (i Lager nazisti) e dei forni crematori. Sono tutte frottole, fandonie, invenzioni.

Rimango, a tal punto, semplicemente esterrefatto. Si arriva ad avere la spudoratezza di negare addirittura l’evidenza di quanto “provato” a livello mondiale, tramite resoconti di prima mano da parte di chi ha partecipato alla liberazione dei campi di concentramento (tuttora visibili), attraverso filmati, interviste, foto e quant’altro dei sopravvissuti. Lo si nega spudoratamente. Ne deduco, allora, che si possa smentire e stravolgere non solo la preistoria (che documentazione abbiamo a suo supporto?), ma anche la stessa Storia, “raccontata” prima verbalmente e, solo successivamente, per iscritto. Senza neppure l’appoggio di documentazione, di immagini fotografiche, né tantomeno di riprese filmate. E che dire (a riprova) della mancanza  dei  “sopravvissuti” di quei tempi (comprendendo, tra questi, sia  Gesù sia Maometto)?

Ma allora che cosa abbiamo, fin qui, studiato ed imparato dai libri di scuola?

E  sì, poiché oggi è diffuso il timore che, quando non ci saranno più i sopravvissuti della Shoà (nel mondo manca oramai poco, essendo trascorsi già troppi anni da allora), verrà a mancare la “documentazione vivente”, a riprova di questa immane tragedia umana, di chi ha vissuto sulla propria pelle ciò che ha rappresentato ed attuato il  nazismo.

Che assurdità!

Tuttavia, affinchè tutte le generazioni future possano ricordare l’immane tragedia generata dal nazismo, è stato raccolto un immenso volume di documentazioni in proposito. Non solo Israele, ma anche molti altri Stati, dispongono di testimonianze di sopravvissuti, documentazione scritta, fotografica, filmata su quanto è accaduto nei campi di sterminio  (termine più appropriato di concentramento). Attestati sempre in via di integrazione.

Primo Levi “parla e racconta” attraverso i suoi libri come se fosse ancora presente. Egli “vive” nel ricordo che di lui ha tutta l’umanità. 

A me non risulta che la Storia (quella con la esse maiuscola) si sia mai basata sui sopravvissuti in grado di raccontarla. Non c’è, dunque, qualcosa che “non quadra”?  

Se si nega l’evidenza, i documentari, i filmati, le foto e i racconti dei “salvatori”, quelli dei sopravvissuti, allora di che si parla?

E, per finire, una personale riflessione proprio sull’argomento in discussione: il tema stesso del saggio, che riguarda, in definitiva, quello che va sotto la dizione Dialogo Interreligioso.

E’ vero che Ebraismo e Cristianesimo (ma anche Islamismo) hanno radici comuni. E’ innegabile. Ma è altrettanto vero che, lo si voglia o no, le due Fedi sono teologicamente inconciliabili.  Ma è normale. Altrimenti non esisterebbe né il Cattolicesimo né l’Ebraismo (e neppure le altre confessioni Cristiane). Il sincretismo non è mai stato (a mio avviso, giustamente) mai ricercato né voluto. Mi conforta, in questo mio convincimento, un altro studioso delle Religioni [2].

Ma proprio partendo da queste evidenti, connaturate diversità, e accettandole come “dono” divino, è possibile adoperarsi per  far sì che le Religioni, anziché fomentatrici di odio, di guerre, di spargimenti di sangue innocente, divengano sollecitatrici di Pace. Quella vera, però, e non la mors tua, vita mea. Si può e si deve perseguire proprio questo, attraverso il dialogo interreligioso.

Esso  è come un’automobile, costruita e già in movimento, la quale, per continuare il viaggio, ha però bisogno di essere sempre rifornita di carburante, e che i “guidatori” non facciano troppo uso del freno. 

Che le Fedi possano trasformarsi in Religioni per la Pace.

Mi propongo, dunque, di elaborare un’analisi dettagliata, una “cronistoria” organica e ragionata (laddove possibile) sulla tematica in argomento, guardando con ottimismo al futuro. Perché il presente rappresenta le radici del tempo che verrà. Che sarà come noi lo progetteremo, e saremo determinati a costruirlo. Nulla di quanto l’uomo, la persona, può fare è predestinato. Il futuro è nelle nostre mani.

Personalmente  non sono affatto fatalista, non credo nell’astrologia, né tantomeno negli oroscopi. Il futuro non si può prevedere, ma lo si può creare.

Solo che lo si voglia.

IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

Gli accadimenti significativi che segnarono pesantemente i rapporti tra cristianesimo ed ebraismo sono stati da me trattati in [1]. Ad esso rimando gli eventuali interessati.

I Documenti conciliari sono formati da 4 Costituzioni, 9 Decreti, 3 Dichiarazioni.

Facciamo, allora, una breve cronistoria di come si è giunti ad indire questo Concilio [3], le cui risultanze hanno drasticamente mutato,  si potrebbe dire addirittura “stravolto” in positivo, l’approccio tra le due fedi monoteistiche.

Per una migliore comprensione della portata che questo Documento del Cattolicesimo ha rappresentato, allora come ora, è bene tuttavia fare un passo indietro.

Alla figura di Papa Giovanni XXIII (Angelo Roncalli, nato a Sotto il Monte [BG], il 25.11.1881, morto il 3.06.1963). Ebbi a definire, nello scritto citato, geniale questo Pontefice (analogamente a Papa Wojtyla). Lo riconfermo oggi. Egli, infatti, con tutti i suoi concreti atti, “rivoluzionò” letteralmente l’approccio tra Ebrei e Cristiani.

Salì al soglio pontificio il 28.10.1958, succedendo a Pio XII (Eugenio Pacelli, nato a Roma il 2.03.1876 e morto il 9.10.1958).

La straordinarietà di questo Vicario di Cristo fu evidenziata lungo tutto l’arco della sua vita, da semplice prete fino ad arrivare a Pontefice. Solo per analizzare la storia più recente, appare significativo ricordare la benedizione che Giovanni XXIII impartì agli ebrei che erano appena usciti dalla Sinagoga.

Una benedizione ai Giudei? Nessun Papa aveva mai osato tanto!

E ancora. Durante la liturgia solenne del Venerdì Santo precedente la Pasqua del 1959, Papa Roncalli, senza alcun preavviso, diede ordine di cancellare dalla tristemente (per gli ebrei) nota preghiera Pro perfidis Judaeis, che veniva recitata proprio in quel giorno, il penoso aggettivo che qualificava come “perfidi” gli Ebrei. Questo gesto commosse profondamente tutta l’opinione pubblica israelitica, suscitando, nel contempo, molte speranze.

Ma, ritornando al Concilio, fu proprio questa abolizione dalla preghiera pasquale, che indusse Jules Isaac, insigne studioso ebreo, [4] [5] a chieder un’udienza a Giovanni XXIII. Gli venne accordata il 13.06.1960. In questa occasione il Prof. Isaac consegnò al Pontefice un documento, il cui contenuto si può sintetizzare nel modo seguente.

Nei rapporti con gli Ebrei viene tuttora promosso dalla Chiesa un disgustoso “insegnamento del disprezzo” che, nella sua essenza, è anticristiano.

E’ certo, per testimonianza diretta di Mons. Loris Francesco Capovilla , segretario personale del Papa, che quello fu il giorno in cui il Pontefice decise che il Concilio Ecumenico Vaticano II, dovesse occuparsi anche della questione ebraica e dell’antisemitismo (punto 4 della futura Dichiarazione Nostra Aetate).

Questo fu certamente, per l’ebraismo,  il capolavoro in assoluto di Giovanni XXIII, in ordine al riavvicinamento tra le due fedi monoteistiche.

Ecco, sinteticamente, la cronistoria (alquanto travagliata) ed i passi che hanno accompagnato il cammino del Concilio Ecumenico Vaticano II, pietra basilare anche per il Cattolicesimo.

Il Concilio Ecumenico Vaticano Primo fu il ventesimo concilio ecumenico, ovvero una riunione di tutti i vescovi del mondo per discutere di argomenti riguardanti la vita della Chiesa cattolica. Fu convocato da Papa Pio IX con la bolla Aeterni Patris del 29 giugno 1868.

Il secondo di questi Sinodi, quello in argomento, fu indetto nella Basilica di San Paolo da Giovanni XXIII il 25.01.1959, a soli tre mesi dalla sua elezione.

Il 16 maggio dello stesso anno venne insediata una apposita Commissione antipreparatoria.

Il 25.12.61 il Pontefice licenziò il documento con cui convocava ufficialmente il Concilio.

Il 2.02.1962 Papa Roncalli promulgò infine il motu proprio “Consilium”, con il quale stabiliva il giorno di apertura dello stesso.

In base a questa decisione, il Concilio fu infatti aperto ufficialmente l’11.10.1962 con cerimonia solenne all’interno della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Dopo la morte, avvenuta nel 1963, di questo impareggiabile Pontefice, la ritrosia di alcuni Vescovi conservatori nel continuare le discussioni spinse gli stessi a ritenere opportuna la sospensione dei lavori attinenti al Concilio.

L’elezione al Soglio pontificio di Papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini, nato a Roma il 26.09.1897, morto il 6.08.1978) avvenne il 21 giugno 1963. Nel suo primo radiomessaggio (22.06.1963), egli parlò della continuazione del Concilio come dell’”opera principale” e della “parte preminente” del suo pontificato, facendo così propria la volontà del suo predecessore.

Considerando tutti i precedenti,  nonché le numerose (e potenti) resistenze all’interno stesso dei Padri conciliari, viene proprio da pensare che certe scelte siano supportate direttamente dal “Signore”.

Il Concilio venne ufficialmente chiuso il 7.12.1965 nella Basilica Vaticana. Fu “licenziato” con 1763 voti a favore e 250 contrari. Un numero niente affatto trascurabile, per la verità!. Significa che oltre il 12% dei Padri conciliari “osteggiarono” la sostanza del Concilio.

A tal punto però, mi sembra poco corretto trascurare il ruolo che, dall’inizio fino alla definitiva stesura dei Documenti, ebbe all’interno dei Padri Conciliari il Cardinale Agostino Bea (nato il 28.05.1881, morto il 16.11.1968). Gli Ebrei devono molto a questo porporato, tenace quanto non mai.

In data 18.09.1960, Papa Roncalli affidò proprio a lui l’incarico per le relazioni con l’Ebraismo. Il Card. Bea fu il vero tenacissimo protagonista, non solo del documento sull’unità dei cristiani, ma anche e soprattutto della stesura della Dichiarazione 4 Nostra Aetate.

Non ho alcuna intenzione di ripetermi su ciò che scrissi in proposito in [1], anche per evitare di annoiare inutilmente chi legge. Voglio solo sottolineare l’immane fatica ed i numerosissimi intoppi che l’instancabile Card. Bea dovette superare. E dargliene atto, giustamente.

Spesso e volentieri, per appianargli la strada, dovette addirittura intervenire personalmente Papa Giovanni XXIII.

A puro titolo esemplificativo, riporto unicamente un mio passo.

Le vere resistenze derivavano, oltre che da una forte opposizione da parte degli stati Arabi (con conseguente timore dei cristiani per ritorsioni nei loro confronti), anche da una “minoranza”, peraltro ben agguerrita e rappresentativa, che si trovava sia dentro sia al di fuori del Concilio. Essa si dava alacremente da fare divulgando scritti critici e tendenziosi, tanto sulla persona stessa del Card. Bea, quanto sullo “schema” da lui distribuito ai membri del Concilio e predisposto per la redazione definitiva.

 

Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”

Significa “Nel nostro tempo”, e fa parte della Dichiarazione “Sulle relazioni con le religioni non cristiane”, n.4 Ebraismo. 

Analizziamo, molto sinteticamente, il contenuto del testo di questo importante Documento, rimandando ad [1] gli eventuali approfondimenti.

Viene innanzitutto affermato il vincolo spirituale che lega intrinsecamente la Chiesa cattolica agli Israeliti. Dopo aver riconosciuto il grande patrimonio spirituale comune ai cristiani e agli ebrei, essa ricorda anche che dal Popolo ebraico sono nati gli Apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, così come quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo. Si passa, quindi, ad affermare quanto segue:

(omissis) gli Ebrei non devono essere presentati  come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.

Dalla lettura del testo originale [6], si può tuttavia rilevare come sia stata abolita del tutto la frase che, nella prima elaborazione, scagionava esplicitamente gli Ebrei dalla accusa specifica di “deicidio”. Vale a dire che la condanna esplicita dell’antisemitismo è stata sostituita da una più semplice e blanda deplorazione dello stesso. Evidente la differenza!

Una volta di più si comprende quali “scogli” (un eufemismo) abbia dovuto superare il Card. Bea per mantenere ciò che lo stesso Papa Giovanni XXIII gradiva conseguire.

Solo confrontando il testo finale della Dichiarazione Conciliare (comunque alquanto  distante dal progetto originale) con le cento e più Bolle papali emanate contro gli Ebrei, con le decisioni prese dai vari Concili succedutisi tra il VI e il XIX secolo, nonché con le “disposizioni” vessatorie messe in atto da numerosi Pontefici, è possibile valutare positivamente questo documento nella prospettiva della storia cristiana.

A mio avviso si può concludere questo capitolo avendo la netta percezione che il Concilio Vaticano II abbia, in ogni caso, segnato una storica, epocale svolta nei rapporti tra cristiani ed ebrei.

Una “partenza” di un cammino difficile, che potrà presentarsi talvolta tormentato ma, personalmente ne sono convinto, comunque irreversibile.

 

I PONTIFICATI POST- CONCILIO

In questo capitolo desidero parlare solo di quegli interventi dei Pontefici che, dopo il Concilio, hanno avuto riflessi significativi sui rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo.

Uno degli “scogli” che si sono incontrati nell’era post-conciliare, è indubbiamente da attribuirsi al “non- riconoscimento” dei contenuti del Concilio Vaticano II in relazione al rapporto con gli Ebrei. Da parte di chi? Della Fraternità fondata da Marcel Lefebvre nel lontano 1970.

Allo scopo di mantenere viva la tradizione liturgica di San Pio V e più in generale la tradizione della Chiesa, Marcel Lefebvre fonda questa Comunità ad Econe, in Svizzera, il 7 ottobre 1970. Questa decisione di Lefebvre faceva seguito alla sua  ribellione alla frettolosa attuazione delle riforme conciliari. Mons. Lefebvre, infatti, annunciò ai suoi seminaristi il rifiuto di accettare quanto deliberato dal Concilio Ecumenico Vaticano II. In seguito egli ne annunciò il rigetto totale, definendo questo importante Documento della chiesa cattolica “Il colpo da maestro di Satana”.

Una precisazione mi pare opportuna, per comprendere meglio la “ideologia” su cui poggia   questa Confraternità. Essa si rifà completamente alla tradizione liturgica di San Pio V. Questi è il papa ideatore fra l’altro, il 12 luglio 1555 attraverso l’enciclica “Cum nimis absurdum” (cioè, quando il troppo [leggasi Ebrei] è inopportuno) del “Ghetto ebraico in  Roma” che, come si vede, non è stata un’innovazione nazista. Nella stessa Enciclica, non bastando questo, vennero  imposte altre severe misure nei confronti della comunità ebraica.

Di quanti santi, come questi, è “affollata” la Chiesa cattolica?

Quello dei Lefebvriani è quindi, come si può ben intuire, un argomento complesso, di portata mondiale, spinoso che, in modo diretto, ha coinvolto (e, ad oggi, febbraio 2010, la “faccenda è tutt’altro che conclusa) ben tre pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI.

 

 

Papa Paolo VI

Paolo VI  va innanzitutto ricordato come il Pontefice che “sostenne”, e riuscì a concludere, il Concilio Ecumenico Vaticano II. Il 29.04.1965 venne pubblicata la sua lettera enciclica “Mense Maio”, con la quale invitava a pregare la Madonna per il felice esito del Concilio e per la pace nel mondo. A riguardo del Concilio, ecco cosa scrisse testualmente ”E’ la grande ora di Dio nella vita della Chiesa e nella storia del mondo”. 

Fu il primo Pontefice a viaggiare in aereo, nonché il primo ad effettuare un Pellegrinaggio in Terra Santa nel 1964. Visitò, in tale occasione, anche Israele [allora non erano ancora state allacciate le Relazioni diplomatiche tra i due Stati], incontrando, il 5.01.1964 il Presidente di questa Nazione, Salman Shazar.  

Il 15 gennaio 1973 il primo ministro israeliano Golda Meir venne ricevuto in Vaticano. L’udienza fu considerata un evento ”storico” e fuin effetti la prima volta che un capo di governo israeliano veniva ricevuto da un Pontefice. L’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali contribuì a rendere elevato l’interesse per l’avvenimento, ma occorre ricordare che nel 1964 con la precedente visita di Paolo VI, la S. Sede aveva già operato una sorta di riconoscimento de facto dello Stato di Israele. L’incontro, richiesto dalla stessa Golda Meir, fu accettato di buon grado dalla Santa Sede, desiderosa di trovare un accordo con le autorità israeliane per regolare la questione dei Luoghi Santi e la situazione della comunità cattolica palestinese.

Nel luglio 1976 Marcel Lefebvre venne sospeso a divinis da Papa Paolo VI  (ovvero gli fu imposto il divieto di celebrare i sacramenti usando i nuovi riti), poiché, a seguito di un incontro con questo Pontefice nel settembre dello stesso anno, aveva rifiutato di sottomettervisi per motivi di coscienza.

Questi sono i principali eventi che hanno sottolineato il contributo tangibile di Papa Montini in ordine al riavvicinamento dell’ebraismo al cristianesimo, in generale, ed al cattolicesimo nello specifico.

Per volere di Papa Giovanni Paolo II, l’11 maggio 1993, il cardinale Camillo Ruini, Vicario per la Città di Roma, ha aperto il processo diocesano per la causa di Beatificazione di Papa Paolo VI.

 

Papa Giovanni Paolo I 

Alla morte di quest’ultimo Pontefice (6.08.1978), gli succedette, il 26.08.1978, Albino Luciani (nato a Canale d’Agordo [BL] il 17.10.1912 e morto il 28.09.1978), il quale prese il nome di Papa Giovanni Paolo I (in onore dei suoi due predecessori). Il suo pontificato fu brevissimo (di soli 33 giorni). Purtuttavia, anche Papa Luciani ebbe il tempo di dare il proprio personale contributo positivo lungo il cammino di riconciliazione con l’ebraismo.

Sembra addirittura [7] che egli fosse deciso a spingersi ancora oltre a quanto proposto dallo stesso Concilio Vaticano II. Avrebbe, infatti, detto ad un sacerdote suo amico.

 

“Ci sono voluti i campi di sterminio per ridestare la coscienza dell’umanità e dei cristiani verso gli ebrei. L’Olocausto è anche un fatto religioso. Gli ebrei sono stati uccisi anche per la loro religione. Il pensiero e l’atteggiamento della Chiesa sono profondamente cambiati nei confronti degli Ebrei. Noi dobbiamo illuminare i cristiani e spronare preti e vescovi a parlare chiaramente e apertamente. Noi cristiani abbiamo ancora molto da imparare dai fatti e dalla storia del popolo ebraico. Dobbiamo togliere al venerdì Santo il significato di memoria contro gli ebrei, che durò per quasi duemila anni (e lo rileva un Pontefice!). Papa Giovanni XXIII lo ha già fatto, ma occorre fare di più. Non dimentichiamo che queste due parole “Venerdì Santo” suonano ancora oggi nella mente dei vecchi ebrei, sparsi nel mondo, come un triste ricordo, a volte tragico, per i fatti che accadevano contro le loro comunità”.

Parole pesanti come macigni, ma  colme di ottimismo e di speranza. E quale grandezza d’animo, quale insegnamento importante per molti cristiani.

 

Papa Giovanni Paolo II 

A Papa Luciani succedette Karol Jozef Wojtyla (nato in Polonia il 18.05.1920, morto il 2.04.2005) che venne eletto Pontefice il 16 ottobre 1978, assumendo il nome Giovanni Paolo II. E’ stato il primo papa non italiano negli ultimi 455 anni.

Si dimostrò subito un Pontefice iperattivo, sia per le idee sia per la capacità di  concretizzarle  rapidamente.

Come giovane Vescovo egli aveva avuto modo di partecipare al Concilio Vaticano II dal primo all’ultimo giorno. Dal suo testamento olografo si è venuti a conoscere che Papa Giovanni Paolo II ha inteso affidare questo patrimonio (le risultanze del Concilio Vaticano II) a tutti coloro che sono, e lo saranno in futuro, chiamati a realizzarlo. Il Pontefice continua (sempre nel Testamento) dicendo di essere convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo è in grado di elargire. 

Papa Wojtyla difese gli Ebrei in ogni occasione, sia quando era un semplice prete in Polonia sia durante tutti i 26 anni di pontificato.

L’apertura verso l’Ebraismo fu tanto dirompente, quanto inaspettata. Troppo numerosi sono gli avvenimenti di cui egli fu l’artefice instancabile del riavvicinamento tra le due fedi monoteistiche [1]. Per tale motivo, in questo lavoro ne sintetizziamo solo quelli più significativi. Ma non per questo, gli altri assumono minor valore.

Giovanni Paolo II si può ben definire il Papa delle molteplici “prime volte”.

Nel giugno del 1983 Giovanni Paolo II effettuò l’eloquente visita ad Auschwitz, il famigerato campo di sterminio nazista che dista solo 30 chilometri da Wadowice, villaggio natale del Pontefice. Qui invocò il primo “mea culpa” a nome della Chiesa, facendola salire sul banco degli imputati, essendo essa chiamata a rispondere del silenzio sull’Olocausto, la Shoà (catastrofe).

A ciò fece seguito la sua storica visita al Tempio Maggiore di Roma, avvenuta Il 13 aprile 1986. Essa fu la “prima” di un papa dai tempi di Pietro: un viaggio lungo meno di quattro chilometri, ma distante quasi venti secoli. Fu accolto dal Capo Rabbino di Roma, il Prof. Elio Toaff. E’ rimasta famosa la frase pronunciata dal Pontefice rivolgendosi agli Ebrei presenti, meravigliati, ma pieni di gioia per l’evento eccezionale: “Siete i nostri fratelli prediletti e, in certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori”. Una frase che divenne storica.

Questa visita suggellò anche una “fraterna”, sincera e duratura amicizia tra il Pontefice e il Capo Rabbino di Roma che, come si vedrà più avanti, sarà consegnata ai posteri direttamente tramite il “testamento” di Papa Wojtyla (scritto da lui stesso a più riprese, come si verrà a sapere alla sua morte).

Il 5 maggio 1988 Lefebvre ed il cardinale Ratzinger firmano un protocollo d’intesa per l’utilizzo dei libri liturgici approvati nel 1962.  In tale documento, Lefebvre, a nome suo e della Fraternita, promette obbedienza alla Chiesa ed al Papa, e dichiara di non voler più discutere il Vaticano II in termini polemici. Riconosce la validità dei nuovi riti della Messa.

Nonostante un’ammonizione formale, il 30 giugno 1988 Lefebvre ordinava quattro vescovi  e compiva così un atto scismatico,avendo egli apertamente rifiutato la sottomissione al Pontefice.

La sua scomunica fu formalizzata il2 luglio 1988 da Giovanni Paolo II, con il motu proprio Ecclesia Dei afflicta.

La formalizzazione della somunica riguardò solo i due vescovi consacranti ed i quattro vescovi appena consacrati (tra i quali Richard Williamson. Lo ritroveremo…).

Il 28 dicembre 1993 furono ufficialmente allacciate le relazioni diplomatiche tra il Vaticano (la Santa Sede) ed Israele, uno Stato di estrema importanza, nonché emblematico, per tutti gli Ebrei del mondo. La Nazione ebraica nacque, infatti, soprattutto a seguito del senso di colpa (malauguratamente tardivo) che i paesi europei, e non solo, provarono dopo la Seconda Guerra mondiale per aver permesso (direttamente o per vile silenzio) la Shoà.

L’iniziativa forse più singolare fu l’apertura del Grande Giubileo del 2000 ed il pronunciamento, da parte di Papa Giovanni Paolo II, dei “Mea Culpa” (intesi come purificazione della memoria) per i peccati commessi in passato dalla Chiesa Cattolica, non solo nei confronti degli ebrei. Si esplicò in un grande bagno di pentimento per tutti i mali compiuti in nome del cattolicesimo (inteso non certamente come “Religione”, bensì riferito a quelle persone che, molto indegnamente, ebbero a rappresentarlo fin dal suo avvento).

Furono circa una ventina i temi toccati. Tra questi, l’Inquisizione, le guerre di religione, le Crociate, la riabilitazione di Galileo, il razzismo nonchè, per quanto riguarda più da vicino il tema in argomento, le colpe nei confronti del Popolo d’Israele.

Fu questa un’iniziativa strettamente “personale” di Giovanni Paolo II, portata a termine nonostante i “molti pareri contrari” espressi da alcuni collaboratori, Cardinali, e teologi.

Appartengono infatti all’ufficialità gli aspri appunti rivolti a Papa Wojtyla dal Cardinale di Bologna, Giacomo Biffi, che si fece carico di illustrarglieli di persona, in un colloquio che ebbe con il Pontefice.

Trascorsero solo due domeniche dalla esternazione dei mea culpa, e quel gesto venne ripetuto in occasione del suo viaggio in Terra Santa [Israele]  (maggio 2000), nel luogo più sacro per il  popolo ebraico: il Muro Occidentale del Tempio di Gerusalemme. Il Papa pregò davanti allo stesso. Lesse il mea culpa, riportato su una lettera con inciso lo stemma pontificio in oro a sottolineare la rilevanza dell’atto. Poi, come i fedeli israeliti sono usi a fare, lasciò la lettera in una fenditura del Muro del Pianto (così è chiamato dagli Ebrei, a ricordo della distruzione del Tempio nel 70 d.C. da parte di Tito).

In questa occasione, il Pontefice si recò pure a visitare lo “Yad Vashem” (il monumento all’Olocausto). Fu un gesto che scosse e toccò profondamente i cuori di tutti gli Ebrei del mondo.

In occasione del centenario della Sinagoga di Roma (22.05.2004), il Pontefice inviò una lettera di auguri al nuovo Rabbino Capo Riccardo Di Segni (contenente anche un saluto particolare al Rabbino emerito Toaff). Nella stessa, il Papa ripercorreva il cammino fin allora fatto per il riavvicinamento tra le due religioni, e sottolineava (queste, testualmente, le parole del Papa) il fatto che

la Chiesa non ha esitato a deplorare le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca, ed in un atto di pentimento (teshuvà: in ebraico) essa ha chiesto perdono per le loro responsabilità in qualsiasi modo collegate con le piaghe dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo..”

  

Il 18.01.05, in occasione del quarantesimo anniversario della Dichiarazione Conciliare “Nostra Aetate”, ebbe luogo l’udienza privata concessa da Paolo Giovanni II a 160 Rabbini provenienti da tutto il mondo, e rappresentanti tutte le branche dell’Ebraismo moderno. Durante l’incontro, i Rabbini hanno recitato una preghiera speciale in onore del Pontefice, per sottolineare il fatto che egli aveva improntato tutto il suo pontificato alla lotta contro l’antisemitismo, che Papa Wojtyla considerava come contrapposto al vero spirito della cristianità. 

Come non ricordare anche gli “Incontri interreligiosi” volutamente promossi da Papa Giovanni Paolo II. La prima, senza precedenti in assoluto, avvenne ad Assisi il 27.10.1986. L’ultima fu tenuta, sempre ad Assisi, il 24.10.2002.

Non è possibile terminare questa pur breve sintesi delle opere portate a compimento da Papa Wojtyla, senza accennare al contenuto del suo “Testamento” che può ben essere ricordato come l’ultimo “regalo” fatto da questo Papa agli Ebrei, suoi fratelli maggiori.

Il fatto veramente singolare è che Giovanni Paolo II nel testamento richiama esplicitamente due sole persone: Don Stanislao, e il Rabbino emerito di Roma Elio Toaff.

Se ne riportano le testuali parole.

“(omissis)….don Stanislao (Dziwisz, segretario del Papa fin dal lontano 1963. Era per il Pontefice come un figlio adottivo- N.d.r.) che ringrazio per la collaborazione e l’aiuto così prolungato negli anni e così comprensivo…” (omissis)…..Come non ricordare anche tanti Fratelli cristiani-non cattolici! E il rabbino di Roma….”.

Karol Wojtyla ebbe modo di definire il Rabbino emerito di Roma Toaff un “uomo straordinario”.

Durante un’intervista fatta subito dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II, fu chiesto al Prof. Toaff quale fosse stato il suo primo pensiero, quando venne a sapere del contenuto del testamento. Questa la sua risposta: “Dopo la gratitudine, la curiosità di immaginare come la Curia valuti quest’atto eccezionale. A me ha fatto un’impressione immensa!”.

Nel Testamento, Papa Giovanni Paolo II dichiara anche di considerare il testo contenuto nel Concilio Vaticano II un “pilastro” per i futuri nuovi rapporti tra la religione cattolica e quella ebraica.   

Tanti ostacoli millenari, con l’azione di Giovanni Paolo II furono letteralmente spazzati via in breve tempo. Elio Toaff ha esplicitamente detto che gli Ebrei tutti devono a questo Papa (una Persona così vive per sempre) una gratitudine eterna, e che ci si può sdebitare, per quanto egli ci ha regalato, solo con il ricordo e con la memoria, che è comunque e sempre qualcosa di estremamente importante.

Un solo neo (per me veramente inspiegabile) nell’eccezionale Pontificato Wojtyla: la beatificazione di Alojzije Stepinac, nel 1998 durante il suo viaggio in Croazia, divenuta indipendente nel 1991.

Mi sembra opportuno spendere due parole su questa fosca e, nello stesso tempo, controversa figura.

A capo della Croazia (1941-1945) fu messo, da Hitler e Mussolini, il poglavnik (duce) Ante Pavelic, fanatico cattolico, anticomunista, antiortodosso e antisemita. Il suo riferimento ideologico era l’arcivescovo Alojzije Stepinac, il più giovane vescovo d’Europa (lo divenne a 36 anni). Stepinac era la mente e Pavelic il braccio.

La Croazia era allora retta dal  regime dittatoriale degli Ustascia [Croato=insorto. Organizzazione fascista e nazionalista croata, in combutta con il nazismo, fondata da Ante Pavelic nel 1929].

Le imprese descritte in [8], commesse dagli ustascia croati ai danni dei serbo-ortodossi di Croazia e Bosnia, fanno impallidire quelle, pur inconcepibili, perpetrate dalle SS tedesche contro gli ebrei, ed è tutto dire. Anticiparono le nefandezze (un eufemismo) passate alla storia come i “massacri delle Foibe”. Con tale dizione si intendono gli eccidi perpetrati, dall’Armata popolare di liberazione, ai danni di migliaia di cittadini italiani per motivi etnici e politici durante ed anche alla fine della seconda guerra mondiale. Alojzije Stepinac ebbe un ruolo di primo piano nella creazione e nel consolidamento della dittatura ustascia tanto da essere da loro decorato al merito con la massima onorificenza 

Stepinac fu un antisemita al cubo [8], che arrivò a dichiarare: «ho fatto notare in Vaticano [!] che le leggi ustascia varate contro il crimine dell’aborto giustificano le leggi contro gli ebrei, i quali sono in Croazia i più grandi difensori, i più frequenti esecutori di questo crimine». Un’altra delle tante falsità [9] per calunniare l’ebraismo.

Infatti, la Bibbia condanna l’omicidio come peccato e quindi la morte del feto, che viene già considerato essere umano, secondo la propria crescita ed evoluzione, dopo i 40 giorni dal concepimento, e l’aborto  sono considerati peccato.     [Addirittura]   Dio stabilisce che se due uomini vengono alle mani e nella lotta colpiscono una donna incinta causandone l’aborto o la nascita prematura del bambino, essi devono essere multati secondo il danno causato al bambino [3].

Dunque, Stepinac beatificato da Papa Wojtyla. I misteri della vita!

 

 

Papa Benedetto XVI

Alla morte di Papa Wojtyla (2.04.2005), il Cardinal Ratzinger ne officiò l’omelia funebre.

Egli fu quindi eletto Papa durante il secondo giorno del Conclave, subito indetto. Al quarto scrutinio, nel pomeriggio del 19 aprile. Scelse il nome di Papa Benedetto XVI.

Questa, in estrema sintesi, la sua sfolgorante carriera nella gerarchia ecclesiastica cattolica. 

Un’esperienza fondamentale fu la sua  partecipazione, fin dal 1962, al Concilio Vaticano II, dove acquisì notorietà internazionale.

Il 24 marzo 1977 venne nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga da papa Paolo VI, che il successivo 27 giugno elevò Ratzinger a Cardinale. Montini ebbe a definirlo un «insigne maestro di teologia».

Nel 1978 prese parte ai conclavi che elessero i Pontefici Papa Giovanni Paolo, sia I sia II.

Il 25 novembre 1981 papa Wojtyla lo nominò Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’organo della Santa Sede che si occupa di vigilare sulla correttezza della dottrina cattolica, carica che manterrà fino all’elevazione al Soglio pontificio.

L’asteroide 8661 Ratzinger è stato a lui dedicato, in ricordo del suo impegno da cardinale in favore degli archivi vaticani.

Inizia, quindi, nel 2005 il Papato di Benedetto XVI.

Egli, fin dal suo insediamento a Pontefice, si è più volte espresso nel voler continuare sulla via aperta dal Concilio Vaticano II. I Documenti dello stesso sono stati richiamati in numerose occasioni da Papa Ratzinger nei suoi discorsi e scritti. A quarant’anni dalla sua conclusione, egli pregò affinché il Concilio potesse continuare a guidare la Chiesa «per contribuire ad instaurare nel mondo quella fraternità universale che risponde alla volontà di Dio sull’uomo». L’attualità di quei documenti, secondo il Pontefice, è oggi addirittura aumentata, pur ribadendo, nel contempo, che il Vaticano II non va interpretato come un procedimento di rottura rispetto alla tradizione della Chiesa.

Altri segnali sono da aggiungere per rimarcare la buona fede di Papa Ratzinger nel voler proseguire lungo la via della riconciliazione tra cattolicesimo ed ebraismo.

Un esempio scaturisce pure da ciò che avvenne durante alcuni dei suoi viaggi apostolici.

Ne segnaliamo solo i più significativi per quanto in argomento.

Durante il suo Viaggio in Germania (18-21.08.2005),  è avvenuta la storica visita alla Sinagoga di Colonia. “Shalom alechem (La pace sia su di voi)” furono le sue prime parole. In tale occasione Papa Ratzinger ha parlato del forte legame che unisce ebrei e cattolici, condannando ogni forma di antisemitismo. È stato il terzo Pontefice nella storia, dopo l’Apostolo Pietro e Papa Wojtyla a visitare una sinagoga.

Il 28 maggio 2006 Papa Benedetto XVI ha effettuato la visita storica al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove ha pregato per onorare la memoria degli ebrei, dei polacchi, dei russi, dei rom, e dei rappresentanti di venticinque nazioni uccisi dall’odio nazista. Il Papa è entrato a piedi e da solo nel campo di concentramento di Auschwitz passando sotto l’inquietante scritta Arbeit macht frei (“Il lavoro rende liberi”), sotto la quale sono passati milioni di ebrei destinati allo sterminio. Dopo aver pregato davanti al “muro della morte”, dove vennero fucilati 20.000 detenuti, ha salutato un gruppo di ex deportati di Auschwitz

Si è poi trasferito al vicino campo di Birkenau dove si trova il Monumento internazionale alle vittime dell’Olocausto, composto da 22 lapidi che in varie lingue ricordano tutti i morti nei campi di Auschwitz-Birkenau. Qui si è anche tenuto un incontro di preghiera interconfessionale con un gruppo di ex prigionieri, nel corso del quale è stato cantato il Kaddish, un cantico funebre ebraico.

Il punto principale del discorso, è stato l’interpretazione del tentativo di annientamento degli ebrei come un progetto per uccidere Dio, della cui esistenza il popolo ebraico sarebbe testimonianza: cancellando Israele gli autori dello sterminio «volevano strappare anche la radice su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte».

Mentre veniva cantato il Kaddish, a memoria dei morti della Shoah, è spuntato sopra il campo di Birkenau uno spettacolare arcobaleno, simbolo della pace. Il Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, dopo aver definito la visita del Pontefice «un momento storico, con un discorso grande all’inizio e alla fine problematico nel suo contenuto» ha aggiunto: «Si deve riflettere su un segno spettacolare: quell’arcobaleno che spunta nel cielo mentre il Papa compie la sua visita. L’arcobaleno è il segno biblico dell’impegno divino a non distruggere l’umanità: Dio non distrugge l’uomo, ma lascia agli uomini il libero arbitrio di farlo». Queste ultime parole rafforzano ciò che io, più volte, ho avuto modo di esternare in relazione a ciò che viene definita l’”eclissi di Dio”, riferendosi all’orrore che la storia ci ha consegnato attraverso il Nazismo.

Sono solo gli uomini che, facendo uso del libero arbitrio, scelgono (ed attuano scientemente) il Male, piuttosto che il bene. Con lo spargimento di sangue innocente (sopruso di uomo su uomo) che ne consegue.

Per il suo quarto viaggio apostolico il Papa si è recato nella sua terra natale, la Baviera (9-14.09.2006). Il 9 settembre 2006 Papa Ratzinger è giunto a Monaco di Baviera eprimendo la sua gioia per la possibilità di rivedere almeno una volta la sua patria e i luoghi in cui è vissuto da giovane. Il Papa ha visitato la città di Frisinga dove fu ordinato sacerdote e Marktl am Inn (suo paese natale), con varie celebrazioni e momenti di preghiera. Il 13 settembre, il Papa ha fatto tappa all’Università di Ratisbona tenendo una vera e propria lezione sul rapporto tra fede e ragione in un discorso davanti ai cattedratici (discorso divenuto poi celebre perché inizialmente male interpretato da alcuni leader religiosi musulmani), ha anche ribadito la sua ferma condanna dell’uso della violenza per scopi religiosi,: «La violenza» ha detto Ratzinger, «è in contrasto con la natura di Dio» e «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio».

Durante il suo Viaggio negli Stati Uniti (15 aprile – 21 aprile 2008),  il Papa ha fatto visita alla Park East Synagogue di New York, città con significativa presenza ebraica (oltre 1 milione e mezzo di ebrei), dove si è intrattenuto con il Rabbino capo e numerosi fedeli.

Infine (scrivo a febbraio 2010) la più recente vista del Papa In Terra Santa (8-15.05. 2009).

L’11 maggio il Papa ha lasciato la Giordania ed è giunto a Tel Aviv per iniziare la sua visita in Israele. Nel suo primo discorso ufficiale in questo Stato, davanti al Presidente israeliano Shimon Peres e al premier Benjamin Netanyau, giunti ad accoglierlo all’aeroporto, ha subito posto l’accento sul tema della pace tra israeliani e palestinesi, auspicando che si possa «esplorare ogni via possibile per raggiungere una soluzione giusta al conflitto, cosicche’ entrambi i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri e riconosciuti internazionalmente».

Ha poi reso omaggio al memoriale dell’Olocausto, Yad Vashem ed ha condannato il negazionismo, lanciando un forte appello affinchè «il nome delle vittime possa non morire mai e che le loro sofferenze non vengano mai dimenticate, sminuite o negate». Gran parte della stampa israeliana non ha mancato tuttavia di sottolineare la delusione per alcune cose non dette dal Papa, come ad esempio la citazione esplicita del nazismo.

Il 12 maggio si è recato al Muro del Pianto, dove (come già aveva fatto Giovanni Paolo II) ha deposto una preghiera ed ha pregato assieme ai Rabbini, elevando al Dio comune una accorata invocazione per la pace («Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe, ascolta il grido degli afflitti, dei timorosi e dei deprivati; manda la tua pace sulla Terrasanta [perché non citare mai Israele?], su tutto il Medio oriente e sull’intera famiglia umana: smuovi i cuori di tutti coloro che invocano il tuo nome perché camminino umilmente sulla via della giustizia e della compassione»). Al centro Hechal Shlomo ha poi incontrato le massime autorità religiose ebraiche, i Gran Rabbini di Israele, Shlomo Amar e Yona Metzger.

Queste continue e significative sottolineature, espresse durante gli incontri di Papa Benedetto XVI con le comunità ebraiche ed i loro Rappresentanti ufficiali, dimostrano, se ancora ve  ne fosse bisogno, la genuina volontà di questo Pontefice ad avvicinare ebrei e cattolici.

Se, dunque, non possono sussistere fondati dubbi a tal riguardo, bisogna tuttavia rilevare anche che, durante questi primi anni del Pontificato Ratzinger, si è potuto assistere ad esternazioni ed atti che, a dir poco, lasciano quantomeno perplessi.

Li intendo segnalare, solo al fine di fare alcune riflessioni in merito, conscio (è questa una sensazione prettamente personale, di cui mi assumo la piena responsabilità) che esse possono essere valutate come degli (pure inesplicabili) intoppi. Che, per ciò solo, è lecito sperare di riuscire a superarli (se lo si desidera veramente ) per ripianare una via ormai tracciata, dalla quale non si torna più indietro.

Ecco gli “intoppi”, analizzati punto per punto.

 

Punto primo – La “preghiera per gli ebrei”

Il 7 luglio 2007, con il “motu proprio” Summorum Pontificum, Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare (per la preghiera per gli ebrei) la formula liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica. A seguito di tale provvedimento, il 6 febbraio 2008 – nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri – il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum, anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al «popolo accecato [che deve essere] strappato dalle tenebre» con l’espressione «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini». Il testo da usare è quello del 1962, che si intitola “Pro conversione Judaeorum” (per la conversione degli ebrei). La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede.

Per comprendere meglio i termini del problema e le sue implicazioni nei rapporti ebraico-cristiani, è necessario ricostruire la storia della vicenda, almeno a far data dall’ottavo secolo in poi [10].

A quei tempi si recitava la preghiera Pro perfidis judaeis, avente la seguente formulazione:  

Preghiamo anche per i perfidi Giudei: affinché Dio e Nostro Signore tolga il velo dai loro cuori, affinché riconoscano Gesù Cristo nostro Signore.”  (omissis..)

 “Onnipotente eterno Dio, che dalla tua misericordia non respingi neppure la perfidia giudaica, esaudisci le nostre preghiere che ti rivolgiamo per l’accecamento di quel popolo, affinché, riconosciuta la luce della tua verità, che è Cristo, escano dalle loro tenebre” [i grassetti sono miei].

Varie versioni si sono succedute nell’arco di tempo che va dal 1959 al 1962. Sotto il pontificato di Giovanni XXIII venne eliminato il doppio riferimento alla perfidia ebraica, il resto rimase invariato. Si aggiunse anche un nuovo titolo: “Pro conversione Judaeorum”.

Nel 1965, con Paolo VI, appena finito il Concilio Vaticano II, comparve una nuova versione. Cambiò ancora il titolo, che diventò “Pro Judaeis”. Eccone il testo:

Preghiamo per i Giudei, affinché il Dio e Nostro Signore illumini il loro cuore, affinché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti di gli uomini.”  (omissis)

 “Onnipotente eterno Dio, che vuoi che tutti gli uomini siano salvi e giungano al riconoscimento della verità, concedi propizio che con l’ingresso della pienezza delle genti nella Tua Chiesa tutto Israele sia salvo.”   

Dopo diverse assicurazioni (indotte direttamente dal motu proprio di Benedetto XVI del  2007), l’Osservatore Romano del 6 febbraio 2008 riconferma quest’ultima versione.

Questa, in breve sintesi, la cronistoria della “preghiera per gli ebrei”.

Dall’esame delle numerose modifiche apportate alla preghiera negli ultimi 50 anni, si evince una crescente disponibilità della Chiesa Cattolica a rivedere il suo atteggiamento nei confronti degli ebrei, anche nelle sue forme liturgiche.

Questo è il lato positivo della questione in essere.

Tuttavia, se questo ripensamento da parte di Papa Ratzinger è stato possibile in un sol colpo, ci si chiede (con riferimento specifico al cosiddetto dialogo tra ebrei e cattolici)  come ogni altra cosa non sia possibile, e quale sia l’affidabilità dell’interlocutore.

Una cosa appare comunque chiara. Un dialogo che abbia per scopo la conversione degli ebrei, non interessa minimamente i medesimi. Essi non hanno alcun dovere di interloquire con chi usa il dialogo per salvarli (da chi, da che cosa?). 

Da rilevare, ancora, che questa in argomento è comunque l’unica occasione in cui la Chiesa prega per gli ebrei. Possibile che in tale circostanza questo sia, da parte della stessa, il solo desiderio esprimibile?

Ebbi modo, anche io, di esprimere la “perplessità” per la decisione di Benedetto XVI. Stralcio, dall’articolo La “preghiera” solo queste riflessioni.

Il ripristino da parte del Vaticano della “preghiera” per gli Ebrei durante il periodo pasquale è un atto oltrechè provocatorio, fuori luogo in pieno svolgimento del “dialogo interreligioso” ma, soprattutto, offensivo per gli Ebrei.

Mi chiedo solo: se gli Ebrei avessero (per fortuna, non ce l’hanno!) una preghiera nella quale si invocasse il Signore chiedendo di ravvedere i Cristiani per lo sbaglio che hanno fatto, che cosa accadrebbe?

Lo lascio immaginare a chiunque non sia in mala fede.

E ancora. Se i Cristiani pregassero per il ravvedimento degli Islamici, come verrebbe accolta una tale preghiera dagli stessi? I Musulmani condannano apertamente, senza mezzi termini, la Trinità. Apriti Cielo, allora! Altro che paventare la Guerra Santa: la metterebbero in atto. Basti riflettere su che cosa hanno comportato solo alcune vignette umoristiche…

 

Punto secondo. Il caso Lefebvriani e Williamson

Ricapitoliamo brevemente. Nel luglio 1976 il Vescovo Marcel Lefebvre venne sospeso a divinis da Papa Paolo VI (ovvero gli fu imposto il divieto di celebrare i sacramenti usando i nuovi riti), poiché, a seguito di un incontro con questo Pontefice nel settembre dello stesso anno, egli aveva rifiutato di sottomettervisi per motivi di coscienza.

Come già segnalato, il 2 luglio 1988 fece seguito la formale scomunica da parte di Papa Giovanni Paolo II.

Il 24 gennaio 2009 Papa Benedetto XVI revocò la scomunica a quattro Vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, tra cui il britannico Williamson, che aveva più volte  negato sia la Shoà sia l’esistenza delle camere a gas..

L’atto del «perdono» pontificio fu  pubblicato il successivo sabato mattina dalla Sala Stampa Vaticana. E dalla Santa Sede arrivarono immediati i chiarimenti a proposito delle polemiche già scatenate nel mondo ebraico e internazionale dalle dichiarazioni revisioniste e negazioniste sull’olocausto ebraico del vescovo lefebvriano Richard Williamson. Il Vaticano, spiega padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, non condivide in nessun modo le dichiarazioni revisioniste del presule britannico, ma la «revoca della scomunica non c’entra assolutamente nulla» e non significa «sposare le sue idee e le sue dichiarazioni, che vanno giudicate in sé». [e allora, che significa?].

Il 26 febbraio 2009 il vescovo lefebvreiano Richard Williamson così si esprime. “Chiedo perdono davanti a Dio a tutte le anime che si sono giustamente scandalizzate per ciò che ho detto”. Il monsignore avrebbe affermato, in una nota, il suo “rammarico” di avere espresso le dichiarazioni negazioniste in merito alla Shoà, precisando che “ se avessi saputo in anticipo il danno e il dolore che avrebbero arrecato, soprattutto alla Chiesa, ma anche ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime che hanno subito ingiustizie sotto il Terzo Reich, non le avrei rilasciate”. Il presule constata di aver rilasciato alla televisione svedese solo un’”opinione” di un “non-storico”.  

Siamo sicuri che il vescovo Williamson abbia davvero cambiato idea sugli ebrei o ha semplicemente ritrattato solo per fare contenti i suoi superiori? La domanda non è affatto campata in aria.

Vediamo, infatti, come si evolve il “caso”.  

Il 2 luglio 2009, nell’emanare il motu proprio Ecclesiae unitatem, il Papa ritorna sulla questione della remissione delle scomuniche, confermando le motivazioni già esposte, e chiarisce esplicitamente che «le questioni dottrinali [con la Fraternità S. Pio X] rimangono e, finché non saranno chiarite, la Fraternità non ha uno statuto canonico nella Chiesa e i suoi ministri non possono esercitare in modo legittimo alcun ministero».

Sei mesi dopo, però, un’ulteriore “giravolta”.

Subito dopo la visita del Papa alla Sinagoga di Roma, avvenuta il 17.01.2010, Williamson (che coincidenza!) torna a negare la Shoà. Lo fa con alcune e-mail inviate alla Fraternità di San Pio X e pubblicate da Der Spiegel il 31.01.2010. Diventa sempre più difficile per l’alto prelato britannico preparare una difesa credibile al processo che lo attende, con l’accusa di “sedizione di massa” il prossimo aprile 2010 a Ratisbona (Germania). Le mails appaiono inequivocabilmente esplicite. Scrive Williamson “La Shoà fu solo una “gigantesca bugia” servita per “creare un nuovo ordine mondiale” [questa calunnia, che ritorna, spesso, è un vero chiodo fisso per gli antisemiti].. (omissis).. “1,3 milioni [da dove trae questa “correzione” sulla verità?] di deportati ai campi di sterminio [n.b.: sì, usa questo termine] di Treblinka (omissis) non finirono nelle camere a gas, ma furono trasferiti dai nazisti nei territori dell’Unione Sovietica occupati dalle truppe di Hitler”.  

La Procura di Ratisbona [in Germania la negazione dell’Olocausto è un reato punibile con multe e con il carcere] aveva accusato Williamson, appunto, di sedizione di massa, dopo un’intervista da lui rilasciata alla TV svedese in cui “negava la Shoà, ecc.”. L’intervista aveva sollevato un enorme scandalo perché diffusa subito dopo che Benedetto XVI , con il suo gesto di “paterna misericordia”, aveva revocato la scomunica, generando una delle fasi più controverse del suo pontificato.

Viene, allora, spontaneo chiedersi quale sia la coerenza del Vaticano in questa incresciosa vicenda, e quali siano le basi su cui la Chiesa Cattolica “desidera” proseguire il dialogo con l’ebraismo.

E poi si usa il termine “fariseismo” quale sinonimo di ipocrisia. Bella coerenza!

Tutto ciò è quantomeno deprimente.

A fronte di tale pessimismo, devo però, per onestà intellettuale, spendere due parole a favore di Papa Ratzinger. Lo faccio ricollegandomi alla lettera ai Vescovi che egli scrisse con riferimento alla remissione della scomunica il 10 marzo 2009. Molto interessante è la sua lettura integrale, cui rimando gli interessati.

Io, invece, per sinteticità ne stralcio solo i passaggi più significativi.

Ne esce comunque una figura, quella del Pontefice, coraggiosa, sincera, sicura di sé: certamente inaspettata.

Per comprendere dovutamente l’amaro sfogo del Papa che emerge dallo scritto, va ricordato che da più parti era stata rinfacciata al Vaticano una “sufficienza” nel seguire il “fatto”: specialmente alla Segreteria di Stato per non essere stata in grado di pilotare la Curia.

Infatti, esplode il caso più clamoroso di disordine in Vaticano, proprio quando viene revocata la scomunica ai vescovi lefebvriani, senza che alla Chiesa e al mondo venga spiegato il perché. Deve, allora, intervenire addirittura il Papa in persona per riparare il disastro di comunicazione e di governo. Egli lo fa proprio con la lettera ai Vescovi di cui sopra.

E’ evidente anche una severa denuncia della confusione che alligna nella gerarchia e nella stessa curia.

La remissione della scomunica, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Ecco perché si sente in obbligo di intervenire il Papa in persona che, tra l’altro, scrive (i grassetti sono miei):

Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli organi competenti della Santa Sede”.

(omissis)

“Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio – passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all’interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere.

Così continua il Papa.

“Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione”.

L’imputazione è rivolta, chiaramente, alla Segreteria di Stato. (omissis) 

“Ora però rimane la questione: era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti”. Non si trae indietro Benedetto XVI, anzi si spiega anche in questo. Ne va tutto ad onor suo. (omissis)

“E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo”. Il rammarico di essere stato abbandonato è forte. (omissis)

Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso.

Pochissimi, però, sanno che questo “comandamento” è squisitamente  ebraico. Nel Levitico 19.18  si legge, infatti, testualmente:  Ama il tuo prossimo come te stesso. La sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C., sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte [3].

Quasi in conclusione, Papa Ratzinger termina con queste parole che mi trovano totalmente concorde, e che sottoscrivo pienamente.

A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce – è questo il dialogo interreligioso”.

L’intero contenuto della lettera mette in risalto sia la buona fede del Pontefice, sia la grandezza di chi, conscio di un errore, ha “il coraggio” di scusarsi. Con tutti.

Da stimare!

Punto terzo – La beatificazione di Pio XII

Con un atto decisivo, il 19.12.2009 Benedetto XVI ha firmato il decreto che riconosce le «virtù eroiche» sia di Pio XII sia di Giovanni Paolo II, dando così avvio alla loro “beatificazione”.

Pacelli (1939-1958), il papa che ha attraversato la Seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto, e la prima parte della Guerra Fredda, e Wojtyla (1978-2005), il papa che ha contribuito in modo determinante al crollo dell’impero sovietico, sono adesso «venerabili.

La decisione riguardante Pio XII ha sollevato aspre critiche da parte di numerosi rappresentanti dell’ebraismo, sia italiano sia mondiale. Pur sottolineando, gli stessi, di «non poter in alcun modo interferire su decisioni interne della Chiesa».

La beatificazione di questo Pontefice rappresenta uno dei capitoli più delicati nelle già complesse relazioni post conciliari tra Santa Sede e «fratelli maggiori» ebrei.

Viene spontaneo chiedersi se questo intervento papale fosse opportuno, specialmente  alla vigilia della già programmata visita alla grande Sinagoga di Roma, fissata per il 17 gennaio 2010.

Non intendo minimamente entrare nel merito della questione riguardante i “silenzi” di Pio XII nei confronti dell’Olocausto che si stava consumando sotto il suo Pontificato. Innanzitutto perché non ne ho l’autorità. In secondo luogo perché neppure gli storici di mestiere sono in grado di dare un’interpretazione oggettiva, quindi non di parte, sul periodo in cui fu Papa Pacelli. Ciò potrà avvenire solo quando saranno stati aperti ufficialmente gli Archivi vaticani, e la “storia” di quel travagliato periodo (dal 1939 al 1958) potrà essere valutato da studiosi, vaticanisti, storici.

Mi permetto di fare solo due riflessioni al riguardo.

La prima. Pio XII (che scomunicò i comunisti ma ignorò, con documenti ufficiali, le persecuzioni naziste) non poteva non essere a conoscenza di ciò che il Nazismo stava mettendo in atto per la “soluzione finale” nei confronti degli ebrei. Numerose sono le  documentazioni che lo testimoniano.

La seconda. Allo stesso tempo, Pio XII non poteva non essere a conoscenza di quanto gli Istituti religiosi cattolici (Chiese, conventi, ecc.) stavano facendo per “salvare” gli ebrei.  Senza assolutamente dimenticare le persone di fede cattolica che, anche a scapito della propria vita, si prodigarono per proteggere un elevatissimo numero di israeliti. Lo Stato d’Israele “iscrive” queste “persone” tra i Giusti di ogni tempo

Certo ciò è cosa ben differente dal non aver preso posizione netta contro quanto il nazismo stava perpetrando nei confronti degli ebrei.

La visita alla Sinagoga di Roma

Pur tra molteplici perplessità del mondo ebraico sull’avio di beatificazione di Pio XII, si è giunti alla tanto attesa visita alla Sinagoga di Roma.

L’evento ha avuto una risonanza a livello mondiale, e non solo italiano. Ne fanno fede i reportage al riguardo su giornali e televisioni estere, nonché internet. I giudizi, salvo alcune  voci di dissenso (veramente minoritarie, ancorchè autorevoli), sono stati positivi, da parte sia ebraica sia cattolica.

Mi sembra indicativo, oltreché emblematico, citare un articolo di Andrea Monda apparso su L’Osservatore Romano del 20 gennaio 2010 dal titolo: “Il Papa in Sinagoga? Un evento grandioso”. A colloquio con il Rabbino Jacob Neusner.

Stralcio alcuni passaggi dell’intervista.

Non c’era persona più adatta del rabbino Jacob Neusner – uno dei maggiori conoscitori e studiosi viventi del giudaismo – per dialogare con l’arcivescovo e teologo cattolico Bruno Forte sul Discorso della montagna. (omissis)

Nel 1993, Neusner scrisse il libro “ A Rabbi Talks with Jesus” (un Rabbino parla con Gesù). Ne suggerisco la lettura.

Prima dell’inizio del dialogo l’anziano rabbino di Hartford (Connecticut) ci ha raccontato la storia di quel libro:  “Quando stava per uscire proposi al mio editore di chiedere un giudizio, da inserire nelle note di copertina, al cardinale Ratzinger, che era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Egli mi diede del pazzo perché secondo lui il porporato non avrebbe mai accettato. Facemmo una scommessa e la vinsi. Ratzinger definì, tra l’altro, il mio saggio “il più importante uscito nell’ultimo decennio per il dialogo ebraico-cristiano” e aggiunse:  “L’assoluta onestà intellettuale, la precisione dell’analisi, il rispetto per l’altra parte unito a una radicale lealtà verso la propria posizione caratterizzano il libro e lo rendono una sfida, specialmente per i cristiani, che dovranno riflettere bene sul contrasto tra Mosè e Gesù”. Quando poi nel 2007 Benedetto XVI ha scritto il suo primo volume su Gesù di Nazaret [assolutamente da leggere, anche questo] ha avuto la finezza di riprendere il dialogo tra noi due dedicando diverse pagine a quel mio saggio del 1993″.

Benedetto XVI ha, infatti, in quest’opera citato Neusner più volte rispetto ad  altri giganti della Chiesa, quali, ad esempio, Sant’Agostino.

Un altro indice indiscutibile di questo dialogo è stata l’udienza privata che il Papa ha riservato lunedì 18 gennaio (il giorno dopo la Visita alla Sinagoga) a Jacob Neusner e a sua moglie Suzanne.

(omissis) Dice Neusner: “Abbiamo parlato dei nostri libri e lui [il Papa] mi ha confidato di aver finito di scrivere il secondo volume su Gesù” [che è di prossima uscita: ndr].

Continua così il Rabbino.

“I cattolici hanno appreso dal giudaismo l’interpretazione del mandato delle Scritture e gli ebrei hanno imparato dalla lettura cattolica. È una sfida profetica per entrambi. Ciascuno porta del suo e questo beneficia tutti, è un patrimonio che sosterrà le generazioni future».

E ancora.

“Ogni generazione ha la responsabilità per il futuro, e ce l’ha oggi, qui ed ora. Bisogna guardare avanti,e non solo indietro”.

Il rabbino Jacob Neusner, con le cui tesi il Papa aveva intessuto un dialogo teologico nel suo Gesù di Nazaret, ha sostenuto che è proprio grazie a uomini come questo Pontefice  che il dialogo ebraico-cristiano vive e prospera. Egli ha riconosciuto la bontà delle intenzioni del Papa, osservando che il nuovo corso iniziato con il Concilio

«è stato riaffermato nella risposta che con cuore puro il Papa ha dato alla mia conversazione immaginaria inserita nel mio libro».

È un corso che potrà avere intoppi, ha dichiarato Neusner, ma è irreversibile. E la stragrande maggioranza dell’ebraismo mondiale ha aderito a tesi simili riprendendo in pieno il cammino del dialogo.

Professore di storia e teologia del giudaismo al Bard College di New York, Neusner ha parole più che generose per l’attuale pontefice e sulla necessità del dialogo fra i due rami del monoteismo biblico. «Un grande rapporto di buone intenzioni anima le relazioni fra il giudaismo e la cristianità cattolica», dice il rabbino Neusner in un’intervista a Tempi.

Time Magazine lo ha definito «il rabbino preferito del Papa», ma ancora prima era «l’amico ebreo del cardinal Ratzinger».

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Il cammino della Speranza continua.

Un cammino verso la comprensione ed accettazione reciproca della diversità teologica.

Un cammino che prosegue, lentamente, con difficoltà, ma solo in una direzione: verso il futuro.

Senza assolutamente dimenticare ciò che di terribile è successo nel passato. Anzi per ricordarlo sempre.

Il resto è storia di questi giorni.

Roma, 14 marzo 2010

 

 

BIBLIOGRAFIA

[1] G. Korn – Il “deicidio” smentito dagli stessi Vangeli – Morashà, 2006

[2] C. Della Valle – Sul dialogo interreligioso (Blog nei miei links)

[3] Wikipedia, l’enciclopedia libera 

[4] J. Isaac – Verità e mito (titolo originale: L’insegnamento del disprezzo) – Carabba, 1963

[5] J. Isaac- Gesù e Israele- Marietti, 2001 

[6] Wikipedia- Concilio Ecumenico Vaticano II 

[7] S. Romano – Lettera a un amico ebreo – Longanesi, 1997

[8] M. A. Rivelli – L’arcivescovo del genocidio. Monsignor Stepinac, il Vaticano e la dittatura ustascia in Croazia, 1941-1945- Kaos Edizioni, 1999

[9] G.Korn – EbraismoNel mio Blog

[10] R. Di Segni – La preghiera per gli ebrei

 

 

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