IL PAPATO E GLI EBREI

22 01 2010

DOPO IL CONCILIO VATICANO II

Il cammino della Speranza

 

Prosegue nel nuovo articolo IL VATICANO E GLI EBREI

 

Questo scritto fa seguito al saggio [1] da me edito nel 2006, al quale rimando chi volesse approfondire argomenti sui quali, in questo lavoro, faccio solo un breve cenno per non ripetermi.

Il  saggio non tratta l’antisemitismo, ma vuole rappresentare il contributo personale (una goccia in un oceano)  che intendo dare per combattere questo “cancro dell’umanità”.

Quale futuro senza memoria?

 

PRESENTAZIONE

La conclusione del Concilio Vaticano II (7.12.1965) ha stabilito, nella storia veramente  travagliata dei rapporti tra ebraismo e cattolicesimo, un netto spartiacque.

Quasi in analogia all’avvento di Gesù, che ha diviso la Storia dell’umanità in un ben definito avanti e post Era Volgare.

Fino a questa importante data (conclusione del Concilio), vale a dire per quasi duemila anni dalla nascita del cristianesimo, si sprecarono le vessazioni, le persecuzioni, gli atti ostili che spesso e volentieri si trasformavano in veri e propri eccidi, anche di massa, contro chi aveva la sola colpa di professare la religione israelitica.

Non ho alcuna intenzione di ripetermi su quanto ampiamente argomentato in [1] a riguardo dell’antisemitismo di matrice religiosa e delle sue nefande conseguenze.

Due, principalmente, le accuse rivolte agli Ebrei, a partire dai tempi di Gesù per arrivare a quelli moderni: la calunnia del “deicidio” e, conseguente, quella della “maledizione divina”. Tanto orrende e devastanti le stesse, da provocare direttamente uccisioni di massa durate per secoli e, indirettamente, quanto la storia recente ci ha tristemente lasciato in eredità.

Si avrà modo di vedere, in seguito, più nel dettaglio ciò che ha rappresentato il Concilio nei rapporti tra cristianesimo ed ebraismo.  

Nell’era del dopo-Concilio, le relazioni tra il Papato e gli Ebrei sono state molto simili ad una strada fatta prima di discese, e poi di salite. Ma (almeno così si spera) essa rappresenta ormai un percorso unidirezionale,  quale quello del tempo (sempre in avanti, impossibile fermarlo). Un cammino analogo a quello di ogni vita umana.

Il cammino della Speranza.

Proprio riflettendo su tutto ciò, intendo elaborare un saggio (non certamente un trattato) che sia esaustivo ma, nello stesso tempo, sintetico. Un lavoro soprattutto organico, in grado cioè di offrire un quadro “unico”, non frammentato della storia del post-Concilio, di fatto appena iniziata. Valutando gli aspetti positivi, ma anche gli “intoppi” che, lungo questo cammino, si sono manifestati. Questi ultimi, a mio avviso, possono tuttavia trasformarsi in uno stimolo per superarli e proseguire ancora con maggior lena lungo la strada del Dialogo.

Tuttavia, prima di iniziare il lavoro, mi sembrano opportune alcune puntualizzazioni.

Innanzitutto, perché ho scelto di parlare di pontificato e non di Cristianesimo in generale, o di Chiesa in particolare? Tutta la cristianità, e non solo la Chiesa cattolica, fu da sempre impregnata di un feroce e “convinto” antisemitismo, di vero “astio” nei confronti degli ebrei. Sfociato in vessazioni, insegnamento del “disprezzo”, persecuzioni contro gli stessi, Inquisizione, pogrom, ecc. Basti, ad esempio, ricordare cosa rappresentarono in tal senso il disumano antisemitismo di Martin Lutero e, quello non certamente tenero, di  Giovanni Calvino.

Ciò è, tra l’altro, addebitabile al fatto che una lettura letterale, piuttosto che sapienziale,  delle proprie scritture può alimentare avversione verso gli altri, con tutto quello che ne può conseguire.  

Dopo la Shoà, si potè assistere ad un “ravvedimento” di buona parte delle confessioni cristiane, compresa quella cattolica ed ortodossa.

In secondo luogo,  perchè intendo esaminare il comportamento della Chiesa cattolica e, nello specifico, il Papato? Poiché essa è ben rappresentata nella sua totalità proprio dal Pontefice (il successore di Pietro), gerarchizzata al massimo, presente in ogni parte del mondo, e parlante con una sola voce.

Ritengo anche utile spendere due parole sul Revisionismo storico,  che oggi va tanto di moda. Da parte di alcuni  personaggi (ai quali negli ultimi anni si è pure aggiunto uno Stato non solo sovrano, ma anche membro dell’ONU), che si auto-definiscono storici [?], viene propugnato il “negazionismo”. Essi, cioè, negano che sia mai stata progettata e, men che meno, attuata (ma, grazie al Cielo, non portata a pieno compimento) soluzione finale nel confronto degli Ebrei (la Shoà). Di conseguenza, costituisce un’eresia il solo accennare all’esistenza dei campi di concentramento  (i Lager nazisti) e dei forni crematori. Sono tutte frottole, fandonie, invenzioni.

Rimango, a tal punto, semplicemente esterrefatto. Si arriva ad avere la spudoratezza di negare addirittura l’evidenza di quanto “provato” a livello mondiale, tramite resoconti di prima mano da parte di chi ha partecipato alla liberazione dei campi di concentramento (tuttora visibili), attraverso filmati, interviste, foto e quant’altro dei sopravvissuti. Lo si nega spudoratamente. Ne deduco, allora, che si possa smentire e stravolgere non solo la preistoria (che documentazione abbiamo a suo supporto?), ma anche la stessa Storia, “raccontata” prima verbalmente e, solo successivamente, per iscritto. Senza neppure l’appoggio di documentazione, di immagini fotografiche, né tantomeno di riprese filmate. E che dire (a riprova) della mancanza  dei  “sopravvissuti” di quei tempi (comprendendo, tra questi, sia  Gesù sia Maometto)?

Ma allora che cosa abbiamo, fin qui, studiato ed imparato dai libri di scuola?

E  sì, poiché oggi è diffuso il timore che, quando non ci saranno più i sopravvissuti della Shoà (nel mondo manca oramai poco, essendo trascorsi già troppi anni da allora), verrà a mancare la “documentazione vivente”, a riprova di questa immane tragedia umana, di chi ha vissuto sulla propria pelle ciò che ha rappresentato ed attuato il  nazismo.

Che assurdità!

Tuttavia, affinchè tutte le generazioni future possano ricordare l’immane tragedia generata dal nazismo, è stato raccolto un immenso volume di documentazioni in proposito. Non solo Israele, ma anche molti altri Stati, dispongono di testimonianze di sopravvissuti, documentazione scritta, fotografica, filmata su quanto è accaduto nei campi di sterminio  (termine più appropriato di concentramento). Attestati sempre in via di integrazione.

Primo Levi “parla e racconta” attraverso i suoi libri come se fosse ancora presente. Egli “vive” nel ricordo che di lui ha tutta l’umanità. 

A me non risulta che la Storia (quella con la esse maiuscola) si sia mai basata sui sopravvissuti in grado di raccontarla. Non c’è, dunque, qualcosa che “non quadra”?  

Se si nega l’evidenza, i documentari, i filmati, le foto e i racconti dei “salvatori”, quelli dei sopravvissuti, allora di che si parla?

E, per finire, una personale riflessione proprio sull’argomento in discussione: il tema stesso del saggio, che riguarda, in definitiva, quello che va sotto la dizione Dialogo Interreligioso.

E’ vero che Ebraismo e Cristianesimo (ma anche Islamismo) hanno radici comuni. E’ innegabile. Ma è altrettanto vero che, lo si voglia o no, le due Fedi sono teologicamente inconciliabili.  Ma è normale. Altrimenti non esisterebbe né il Cattolicesimo né l’Ebraismo (e neppure le altre confessioni Cristiane). Il sincretismo non è mai stato (a mio avviso, giustamente) mai ricercato né voluto. Mi conforta, in questo mio convincimento, un altro studioso delle religioni [2].

Ma proprio partendo da queste evidenti, connaturate diversità, e accettandole come “dono” divino, è possibile adoperarsi per  far sì che le Religioni, anziché fomentatrici di odio, di guerre, di spargimenti di sangue innocente, divengano sollecitatrici di Pace. Quella vera, però, e non la mors tua, vita mea. Si può e si deve perseguire proprio questo, attraverso il dialogo interreligioso.

Esso  è come un’automobile, costruita e già in movimento, la quale, per continuare il viaggio, ha però bisogno di essere sempre rifornita di carburante, e che i “guidatori” non facciano troppo uso del freno. 

Che le Fedi possano trasformarsi in Religioni per la Pace.

Mi propongo, dunque, di elaborare un’analisi dettagliata, una “cronistoria” organica  e ragionata (laddove possibile) sulla tematica in argomento, guardando con ottimismo al futuro. Perché il presente rappresenta le radici del tempo che verrà. Che sarà come noi lo progetteremo, e saremo determinati a costruirlo. Nulla di quanto l’uomo, la persona, può fare è predestinato. Il futuro è nelle nostre mani.

Personalmente  non sono affatto fatalista, non credo nell’astrologia, né tantomeno negli oroscopi. Il futuro non si può prevedere, ma lo si può creare.

Solo che lo si voglia.

 

IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

Gli accadimenti significativi che segnarono pesantemente i rapporti tra cristianesimo ed ebraismo sono stati da me trattati in [1]. Ad esso rimando gli eventuali interessati.

I Documenti conciliari sono formati da 4 Costituzioni, 9 Decreti, 3 Dichiarazioni.

Facciamo, allora, una breve cronistoria di come si è giunti ad indire questo Concilio [3], le cui risultanze hanno drasticamente mutato,  si potrebbe dire addirittura “stravolto” in positivo, l’approccio tra le due fedi monoteistiche.

Per una migliore comprensione della portata che questo Documento del Cattolicesimo ha rappresentato, allora come ora, è bene tuttavia fare un passo indietro.

Alla figura di Papa Giovanni XXIII (Angelo Roncalli, nato a Sotto il Monte [BG], il 25.11.1881, morto il 3.06.1963). Ebbi a definire, nello scritto citato, geniale questo Pontefice (analogamente a Papa Wojtyla). Lo riconfermo oggi. Egli, infatti, con tutti i suoi concreti atti, “rivoluzionò” letteralmente l’approccio tra Ebrei e Cristiani.

Salì al soglio pontificio il 28.10.1958, succedendo a Pio XII (Eugenio Pacelli, nato a Roma il 2.03.1876 e morto il 9.10.1958).

La straordinarietà di questo Vicario di Cristo fu evidenziata lungo tutto l’arco della sua vita, da semplice prete fino ad arrivare a Pontefice. Solo per analizzare la storia più recente, appare significativo ricordare la benedizione che Giovanni XXIII impartì agli ebrei che erano appena usciti dalla Sinagoga.

Una benedizione ai Giudei? Nessun Papa aveva mai osato tanto!

E ancora. Durante la liturgia solenne del Venerdì Santo precedente la Pasqua del 1959, Papa Roncalli, senza alcun preavviso, diede ordine di cancellare dalla tristemente (per gli ebrei) nota preghiera Pro perfidis Judaeis, che veniva recitata proprio in quel giorno, il penoso aggettivo che qualificava come “perfidi” gli Ebrei. Questo gesto commosse profondamente tutta l’opinione pubblica israelitica, suscitando, nel contempo, molte speranze.

Ma, ritornando al Concilio, fu proprio questa abolizione dalla preghiera pasquale, che indusse Jules Isaac, insigne studioso ebreo, [4] [5] a chiedere un’udienza a Giovanni XXIII. Gli venne accordata il 13.06.1960. In questa occasione il Prof. Isaac consegnò al Pontefice un documento, il cui contenuto si può sintetizzare nel modo seguente.

Nei rapporti con gli Ebrei viene tuttora promosso dalla Chiesa un disgustoso “insegnamento del disprezzo” che, nella sua essenza, è anticristiano.

E’ certo, per testimonianza diretta di Mons. Loris Francesco Capovilla , segretario personale del Papa, che quello fu il giorno in cui il Pontefice decise che il Concilio Ecumenico Vaticano II, dovesse occuparsi anche della questione ebraica e dell’antisemitismo (punto 4 della futura Dichiarazione Nostra Aetate).

Questo fu certamente, per l’ebraismo,  il capolavoro in assoluto di Giovanni XXIII, in ordine al riavvicinamento tra le due fedi monoteistiche.

Ecco, sinteticamente, la cronistoria (alquanto travagliata) ed i passi che hanno accompagnato il cammino del Concilio Ecumenico Vaticano II, pietra basilare anche per il Cattolicesimo.

Il Concilio Ecumenico Vaticano Primo fu il ventesimo concilio ecumenico, ovvero una riunione di tutti i vescovi del mondo per discutere di argomenti riguardanti la vita della Chiesa cattolica. Fu convocato da Papa Pio IX con la bolla Aeterni Patris del 29 giugno 1868.

Il secondo di questi Sinodi, quello in argomento, fu indetto nella Basilica di San Paolo da Giovanni XXIII il 25.01.1959, a soli tre mesi dalla sua elezione.

Il 16 maggio dello  stesso anno venne insediata una apposita Commissione antipreparatoria.

Il 25.12.61 il Pontefice licenziò il documento con cui convocava ufficialmente il Concilio.

Il 2.02.1962 Papa Roncalli promulgò infine il motu proprio “Consilium”, con il quale stabiliva il giorno di apertura dello stesso.

In base a questa decisione, il Concilio fu infatti aperto ufficialmente l’11.10.1962 con cerimonia solenne all’interno della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Dopo la morte, avvenuta nel 1963, di questo impareggiabile Pontefice, la ritrosia di alcuni Vescovi conservatori nel continuare le discussioni spinse gli stessi a ritenere opportuna la sospensione dei lavori attinenti al Concilio.

L’elezione al Soglio pontificio di Papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini, nato a Roma il 26.09.1897 e morto il 6.08.1978) avvenne il 21 giugno 1963. Nel suo primo radiomessaggio (22.06.1963), egli parlò della continuazione del Concilio come dell’”opera principale” e della “parte preminente” del suo pontificato, facendo così propria la volontà del suo predecessore.

Considerando tutti i precedenti,  nonché le numerose (e potenti) resistenze all’interno stesso dei Padri conciliari, viene proprio da pensare che certe scelte siano supportate direttamente dal “Signore”.

Il Concilio venne ufficialmente chiuso il 7.12.1965 nella Basilica Vaticana. Fu “licenziato” con 1763 voti a favore e 250 contrari. Un numero niente affatto trascurabile, per la verità!. Significa che oltre il 12% dei Padri conciliari “osteggiarono” la sostanza del Concilio.

A tal punto però, mi sembra poco corretto trascurare il ruolo che, dall’inizio fino alla definitiva stesura dei Documenti, ebbe all’interno dei Padri Conciliari il Cardinale Agostino Bea (nato il 28.05.1881, morto il 16.11.1968). Gli Ebrei devono molto a questo porporato, tenace quanto non mai.

In data 18.09.1960, Papa Roncalli affidò proprio a lui l’incarico per le relazioni con l’Ebraismo. Il Card. Bea fu il vero tenacissimo protagonista, non solo del documento sull’unità dei cristiani, ma anche e soprattutto della stesura della Dichiarazione 4 Nostra Aetate.

Non ho alcuna intenzione di ripetermi su ciò che scrissi in proposito in [1], anche per evitare di annoiare inutilmente chi legge. Voglio solo sottolineare l’immane fatica ed i numerosissimi intoppi che l’instancabile Card. Bea dovette superare. E dargliene atto, giustamente.

Spesso e volentieri, per appianargli la strada, dovette addirittura intervenire personalmente Papa Giovanni XXIII.

A puro titolo esemplificativo, riporto unicamente un mio passo.

Le vere resistenze derivavano, oltre che da una forte opposizione da parte degli stati Arabi (con conseguente timore dei cristiani per ritorsioni nei loro confronti), anche da una “minoranza”, peraltro ben agguerrita e rappresentativa, che si trovava sia dentro sia al di fuori del Concilio. Essa si dava alacremente da fare divulgando scritti critici e tendenziosi, tanto sulla persona stessa del Card. Bea, quanto sullo “schema” da lui distribuito ai membri del Concilio e predisposto per la redazione definitiva.

 

Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”

Significa “Nel nostro tempo” e fa parte della Dichiarazione “Sulle relazioni con le religioni non cristiane”, n.4 Ebraismo. 

Analizziamo, molto sinteticamente, il contenuto del testo di questo importante Documento, rimandando ad [1] gli eventuali approfondimenti.

Viene innanzitutto affermato il vincolo spirituale che lega intrinsecamente la Chiesa cattolica agli Israeliti. Dopo aver riconosciuto il grande patrimonio spirituale comune ai cristiani e agli ebrei, essa ricorda anche che dal Popolo ebraico sono nati gli Apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, così come quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo. Si passa, quindi, ad affermare quanto segue:

(omissis) gli Ebrei non devono essere presentati  come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.

Dalla lettura del testo originale [6], si può tuttavia rilevare come sia stata abolita del tutto la frase che, nella prima elaborazione, scagionava esplicitamente gli Ebrei dalla accusa specifica di “deicidio”. Vale a dire che la condanna esplicita dell’antisemitismo è stata sostituita da una più semplice e blanda deplorazione dello stesso. Evidente la differenza!

Una volta di più si comprende quali “scogli” (un eufemismo) abbia dovuto superare il Card. Bea per mantenere ciò che lo stesso Papa Giovanni XXIII gradiva conseguire.

Solo confrontando il testo finale della Dichiarazione Conciliare (comunque alquanto  distante dal progetto originale) con le cento e più Bolle papali emanate contro gli Ebrei, con le decisioni prese dai vari Concili succedutisi tra il VI e il XIX secolo, nonché con le “disposizioni” vessatorie messe in atto da numerosi Pontefici, è possibile valutare positivamente questo documento nella prospettiva della storia cristiana.

A mio avviso si può concludere questo capitolo avendo la netta percezione che il Concilio Vaticano II abbia, in ogni caso, segnato una storica, epocale svolta nei rapporti tra cristiani ed ebrei.

Una “partenza” di un cammino difficile, che potrà presentarsi talvolta tormentato ma, personalmente ne sono convinto, comunque irreversibile.

 

I PONTIFICATI POST- CONCILIO

In questo capitolo desidero parlare solo di quegli interventi dei Pontefici che, dopo il Concilio, hanno avuto riflessi significativi sui rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo.

Preferisco rimandare (eventualmente) in appendice l’approfondimento di quei temi che rivestono una particolare importanza su quanto in argomento.

Uno di questi atterrà, molto probabilmente, alla questione riguardante Mons. Lefebvre e la Fraternità Sacerdotale San Pio X (nota anche con il nome di  Confraternità). Allo scopo di mantenere viva la tradizione liturgica di San Pio V, e più in generale la tradizione della Chiesa, Marcel Lefebvre fonda questa Comunità ad Econe, in Svizzera, il 7 ottobre 1970.  Questa decisione di Lefebvre faceva seguito alla sua  ribellione alla frettolosa attuazione delle riforme conciliari. Mons. Lefebvre, infatti, annunciò ai suoi seminaristi il rifiuto di accettare quanto deliberato dal Concilio Ecumenico Vaticano II. In seguito egli ne annunciò il rigetto totale, definendo questo importante Documento della chiesa cattolica “Il colpo da maestro di Satana”.

Una precisazione mi pare opportuna, per comprendere meglio la “ideologia” su cui poggia   questa Confraternità. Essa si rifà completamente alla tradizione liturgica di San Pio V. Questi è il papa ideatore fra l’altro, il 12 luglio 1555 attraverso l’enciclica “Cum nimis absurdum” (cioè, quando il troppo [leggasi Ebrei] è inopportuno) del “Ghetto ebraico in  Roma” che, come si vede, non è stata un’innovazione nazista. Nella stessa Enciclica, non bastando questo, vennero  imposte altre severe misure nei confronti della comunità ebraica.

Di quanti santi, come questi, è “affollata” la Chiesa cattolica?

Quello dei Lefebvriani è quindi, come si può ben intuire, un argomento complesso, di portata mondiale, spinoso che, in modo diretto, ha coinvolto (e, ad oggi, febbraio 2010, la “faccenda è tutt’altro che conclusa) ben tre pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI.

Non “stralciare” tale tematica dal corpo centrale di questo lavoro, comporterebbe non solo un inutile appesantimento della lettura, ma anche lo sviare dagli obiettivi che mi sono imposto di perseguire: esaustività, sinteticità, organicità.

 

Papa Paolo VI

Paolo VI  va innanzitutto ricordato come il Pontefice che “sostenne”, e riuscì a concludere, il Concilio Ecumenico Vaticano II. Il 29.04.1965 venne pubblicata la sua lettera enciclica “Mense Maio”, con la quale invitava a pregare la Madonna per il felice esito del Concilio e per la pace nel mondo. A riguardo del Concilio, ecco cosa scrisse testualmente ”E’ la grande ora di Dio nella vita della Chiesa e nella storia del mondo”. 

Fu il primo Pontefice a viaggiare in aereo, nonché il primo ad effettuare un Pellegrinaggio in Terra Santa nel 1964. Visitò, in tale occasione, anche Israele [allora non erano ancora state allacciate le Relazioni diplomatiche tra i due Stati], incontrando, il 5.01.1964 il Presidente di questa Nazione, Salman Shazar.  

Il 15 gennaio 1973 il primo ministro israeliano Golda Meir venne ricevuto in Vaticano. L’udienza fu considerata un evento ”storico” e fuin effetti la prima volta che un capo di governo israeliano veniva ricevuto da un Pontefice. L’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali contribuì a rendere elevato l’interesse per l’avvenimento, ma occorre ricordare che nel 1964 con la precedente visita di Paolo VI, la S. Sede aveva già operato una sorta di riconoscimento de facto dello Stato di Israele. L’incontro, richiesto dalla stessa Golda Meir, fu accettato di buon grado dalla Santa Sede, desiderosa di trovare un accordo con le autorità israeliane per regolare la questione dei Luoghi Santi e la situazione della comunità cattolica palestinese.

Nel luglio 1976  Marcel Lefebvre venne sospeso a divinis da papa Paolo VI (ovvero gli fu imposto il divieto di celebrare i sacramenti usando i nuovi riti), poiché, a seguito di un incontro con questo Pontefice nel settembre dello stesso anno, aveva rifiutato di sottomettervisi per motivi di coscienza.

Questi sono i principali eventi che hanno sottolineato il contributo tangibile di Papa Montini in ordine al riavvicinamento dell’ebraismo al cristianesimo, in generale, ed al cattolicesimo nello specifico.

Per volere di papa Giovanni Paolo II, l’11 maggio 1993, il cardinale Camillo Ruini, Vicario per la Città di Roma, ha aperto il processo diocesano per la causa di Beatificazione di papa Paolo VI.

 

Papa Giovanni Paolo I

Alla morte di quest’ultimo Pontefice (6.08.1978), gli succedette, il 26.08.1978, Albino Luciani (nato a Canale d’Agordo [BL] il 17.10.1912 e morto il 28.09.1978), il quale prese il nome di Papa Giovanni Paolo I (in onore dei suoi due predecessori). Il suo pontificato fu brevissimo (di soli 33 giorni). Purtuttavia, anche Papa Luciani ebbe il tempo di dare il proprio personale contributo positivo lungo il cammino di riconciliazione con l’ebraismo.

Sembra addirittura [7] che egli fosse deciso a spingersi ancora oltre a quanto proposto dallo stesso Concilio Vaticano II. Avrebbe, infatti, detto ad un sacerdote suo amico.

“Ci sono voluti i campi di sterminio per ridestare la coscienza dell’umanità e dei cristiani verso gli ebrei. L’Olocausto è anche un fatto religioso. Gli ebrei sono stati uccisi anche per la loro religione. Il pensiero e l’atteggiamento della Chiesa sono profondamente cambiati nei confronti degli Ebrei. Noi dobbiamo illuminare i cristiani e spronare preti e vescovi a parlare chiaramente e apertamente. Noi cristiani abbiamo ancora molto da imparare dai fatti e dalla storia del popolo ebraico. Dobbiamo togliere al venerdì Santo il significato di memoria contro gli ebrei, che durò per quasi duemila anni (e lo rileva un Pontefice!). Papa Giovanni XXIII lo ha già fatto, ma occorre fare di più. Non dimentichiamo che queste due parole “Venerdì Santo” suonano ancora oggi nella mente dei vecchi ebrei, sparsi nel mondo, come un triste ricordo, a volte tragico, per i fatti che accadevano contro le loro comunità”.

Parole pesanti come macigni, ma  colme di ottimismo e di speranza. E quale grandezza d’animo, quale insegnamento importante per molti cristiani.  

 

BIBLIOGRAFIA

[1] G. Korn – Il “deicidio” smentito dagli stessi Vangeli – Morashà, 2006

[2] C. Della Valle – Sul dialogo interreligioso (Blog nei miei links)

[3] Wikipedia, l’enciclopedia libera 

[4] J. Isaac – Verità e mito (titolo originale: L’insegnamento del disprezzo) – Carabba, 1963

[5] J. Isaac- Gesù e Israele- Marietti, 2001 

[6] Wikipedia- Concilio Vaticano

 [7] S. Romano – Lettera a un amico ebreo – Longanesi, 1997

 

In elaborazione

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