EBRAISMO: I VALORI, L’UNIVERSALISMO, LA SUA DIVULGAZIONE

25 12 2007

  • L’Ebraismo
  • Il “prossimo”
  • La donna: un “valore”
  • Il perdono
  • L’universalismo ebraico
  • Glossario minimo

 

Antisemitismo, un vocabolo terribile che evoca in ogni ebreo paure che sembravano sopite, fantasmi che si credevano dissolti.

L’antisemitismo, gli “antisemitismi”, affondano le loro radici nell’accusa di deicidio e conseguente maledizione divina che si sarebbe dovuta perpetuare in eterno sul popolo ebraico. Accuse infamanti e, nello stesso tempo, inconsistenti [1]  che, però, hanno seminato lutti ed immani sofferenze nella vita degli ebrei, in ogni luogo della terra, da oltre 2000 anni.

Le motivazioni di tale ferocia ed efferatezza dell’uomo sull’uomo?

Una, nessuna, centomila. Tutte, in ogni caso, fondate su pregiudizi, preconcetti, stereotipi inventati ad arte e “cuciti” sulla pelle viva di ogni ebreo, solo in quanto tale.

Diaboliche calunnie, utili solo a “giustificare” ogni più turpe misfatto nei confronti degli israeliti. 

Tra le mille “spiegazioni” che si è cercato di dare per motivare l’antisemitismo, una è inerente all’ignoranza (la non conoscenza) che le persone avrebbero dell’ebraismo in generale e degli ebrei in particolare.

Io mi sento in dovere di dare un contributo a colmare, pure in minima parte, questa ignoranza.

Ed è proprio per questo motivo che mi accingo a sviluppare questo breve saggio.

Non mi illudo affatto che lo stesso possa combattere quella che mi sento di definire la “vergogna”, il “cancro” dell’umanità.

Ma se anche una sola persona, grazie a questo lavoro, pervenisse a ri-considerare l’ebreo per quello che realmente è, ne sarei completamente appagato.   

Sono del parere che ci si dovrebbe impegnare di più a divulgare i fondamenti su cui si basa l’Ebraismo, significando che essi costituiscono, soprattutto, dei valori universali.

Ho detto divulgare, perché a mio avviso bisogna uscire dai circoli intellettuali, dai soliti “addetti ai lavori”, dagli studiosi.

Diviene quanto mai opportuno, secondo me, riuscire a far comprendere (in modo  semplice) alle persone delle altre religioni che gli Ebrei non solo non hanno la coda, ma neppure bevono il sangue dei cristiani, non “complottano sempre”, e così via.

Inoltre, si dovrebbe anche spiegare quali sono i fondamenti alla base dell’Ebraismo: ho percepito che c’è una “richiesta” silenziosa di tutto ciò.  E non sono pochi quelli che vogliono sapere.

Con l’auspicio che il lavoro  (non semplice) che mi accingo a sviluppare possa essere veramente di interesse per quacuno, vado ad iniziare.

Bibliografia

[5] G. Korn – Il “deicidio” smentito dagli stessi Vangeli- Morashà.it, 2006- Internet

 

L’EBRAISMO

Una premessa. Chi scrive non è il “portavoce” di alcuna Comunità: rappresenta solo se stesso, uno studioso appassionato di questa tematica.Egli desidera solo dare un piccolo contributo per far comprendere meglio quanto di buono l’Ebraismo ha dato, e può continuare ad offrire all’ “Umanità” intera.Lo scrivente cercherà anche di confutare i molti pregiudizi che hanno dato luogo (e, purtroppo continuano a darlo) all’antisemitismo in generale. Tutti i pre-concetti che alimentano un così odioso sentimento sono totalmente basati su “false calunnie”, costruite ad arte solo al fine di denigrare l’Ebraismo in generale e gli ebrei, come persone, in particolare. A questa tematica intendo dedicare uno specifico capitolo.Inoltre, fatte salve le osservazioni e riflessioni di carattere personale, tutte le informazioni, le delucidazioni e quant’altro verrà evidenziato nel lavoro, sono attinte esclusivamente dalla documentazione riportata in Bibliografia.Tanto mi sembrava doveroso sottolineare prima di accingermi a sviluppare ciò che ho  in mente.

Sono, infatti, del parere che il non ebreo ha il desiderio di sapere, e chi può farlo ha il dovere di saper rispondere.

In ogni caso, non intendo in alcun modo rivolgersi agli eruditi, ma solo a quelle persone che possono essere interessate all’argomento.

Non ho la minima pretesa di produrre qualcosa di esaustivo, né intendo dare risposte di carattere teologico in senso stretto: non è questo compito mio. Mi propongo solo di fornire, modestamente, alcune risposte e informazioni che ritengo possano essere utili per una conoscenza più approfondita tra persone che professano differenti religioni.

Mi sforzerò di essere quanto più sintetico possibile, utilizzando un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, assolutamente non dotto.

Prima di affrontare la tematica relativa ai “valori” dell’Ebraismo, mi sembra opportuno illustrare brevemente in che cosa esso consiste.

Dell’Ebraismo, chi ebreo non è conosce esclusivamente quanto, soprattutto il Cristianesimo, gli ha insegnato per oltre 2000 anni. L’entità del male provocato da questo tipo di insegnamento, è sotto gli occhi di tutti. Jules Isaac [17], quando ebbe l’onore di incontrare Papa Giovanni XXIII, non esitò a definirlo “l’insegnamento del disprezzo”.

E’ solo da poco più di 40 anni che, grazie alle conclusioni del Concilio Ecumenico Vaticano II, fortemente voluto da Papa Roncalli, si assiste da parte della Chiesa ad un “recupero” dell’ebraismo in generale, e degli ebrei in particolare. Molto cammino, tuttavia, rimane ancora da fare.

Sia ben chiaro, con il termine Cristianesimo non intendo affatto riferirmi alla Religione cristiana che, ovviamente, merita la massima stima ed il più profondo rispetto. Mi richiamo, invece, a coloro (e tra essi si possono annoverare anche molti “eccelsi” Padri della Chiesa) che indegnamente hanno “interpretato” gli insegnamenti e le esortazioni al “bene” impartiti da Gesù stesso.

Tra le più nefande “calunnie” sono da annoverare l’accusa di deicidio e di “popolo maledetto da Dio [??]” rivolte agli ebrei di allora e di oggi, fino all’eternità [2].

Grazie al cielo, in ogni caso, il bene (alla fine) prevale sempre sul male.

Ma che cos’è l’ebraismo?

Non esclusivamente una religione, ma anche un modello di vita rispettosa di tutti, un capitale di cultura e di tolleranza. Tant’è vero che da circa 2000 anni l’ebraismo non fa opera di proselitismo, e ciò dimostra, anche in tal modo, il rispetto che esso ha nei confronti delle altre Fedi religiose.

L’Ebraismo è un “inno alla vita”, quella terrena innanzitutto, l’unica che noi conosciamo: dalla scintilla della nascita alla morte. L’ebraismo non dà molta importanza alla vita ultraterrena, bensì a questa vita, cercando di migliorarla e di elevarla. Non è prevista né auspicabile alcuna forma di vita monastica, o ascetica, o in solitudine, ma una vita in mezzo alla società ed al servizio di essa.

Si ringrazia il Signore dalla mattina alla sera, per i doni che ci ha donato. Lo si ringrazia (berachà) anche durante il soddisfacimento dei bisogni corporali. Peraltro, non fanno anche essi parte della vita stessa?  (*)

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(*) Benedetto Tu sia, Signore Dio nostro, Re dell’Universo, che hai modellato l’uomo con sapienza, ed hai creato in lui aperture e canali. E’ evidente e noto davanti al Trono della Tua Gloria, che se uno di questi si schiudesse o si ostruisse, sarebbe impossibile sopravvivere e preservarsi davanti a Te. Benedetto Tu sia, Signore, che guarisci ogni corpo e agisci miracolosamente.

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Per l’Ebraismo l’uomo è dotato di libero arbitrio e, conseguentemente, è il solo responsabile dei propri atti e scelte.

I principi fondamentali dell’ ebraismo sono i concetti di esistenza e di unicità di Dio, e che i cinque libri della Torah, abitualmente conosciuti dai non ebrei come Pentateuco, sono stati scritti completamente su ispirazione divina. L’ebraismo, più che sul credere si basa sull’agire in conformità alle norme contenute nella Torah e nei suoi successivi commenti.

Nell’ebraismo non ci sono dogmi in cui credere, non ci sono affermazioni di fede, né Santi, ma norme di comportamento da seguire (precetti: dall’ebraico Mitzvot): tutto è messo sempre e continuamente in discussione.

Le Mitvot sono il fulcro della religione ebraica. Costituiscono le regole di vita che l’ebreo ortodosso deve seguire per adempiere al suo ruolo sacerdotale nel mondo. Sono 613 in totale, di cui 248 mitvot quali prescrizioni (comportamenti positivi) e 365 (negativi) in quanto divieti. Tra i doveri dell’ebraismo sono da annoverare anche l’osservanza del Sabato (Shabbat), di tutte le festività religiose, nonché dei divieti e regole alimentari (kasherut). Questi sono imposti all’ebreo come “prova” di comportamento conforme alla volontà del Signore.

Per vivere secondo la Torah, un ebreo è tenuto ad osservare i precetti che si applicano alla sua condizione (nessuno ha l’obbligo di osservare tutti i 613 precetti, perché alcuni riguardano solo i sacerdoti, altri soltanto i re, e così via).

La salvezza è alla portata di tutti. Anzi, mi risulta che per alcuni israeliti,  i “giusti” prevalgano sugli ebrei.

La salvezza dei non ebrei si conquista osservando le 7 leggi rivelate da Dio a Noè (dette noachidi): rifiuto dell’idolatria, dell’incesto, della bestemmia, del furto, dell’omicidio, della consumazione di parti di un animale vivo e la prescrizione di vivere secondo giustizia (da oltre 3000 anni è prevista l’istituzione di tribunali).

Per gli Ebrei, invece, è indispensabile osservare e seguire scrupolosamente i “Dieci Comandamenti” imposti dal Signore.

Più facile che definire l’Ebraismo è rispondere alla domanda “chi è Ebreo?”.

Secondo la religione israelitica, è ebreo chi nasce da madre ebrea (di questa importante figura si parlerà più diffusamente nel capitolo “Ebraismo: i valori”) o chi si converte all’ebraismo. Va detto a tale proposito che il tribunale rabbinico tende ad ostacolare le conversioni soprattutto perché il convertito sarebbe poi tenuto, come chi è nato ebreo, all’osservanza dei numerosissimi precetti di cui si è fatto cenno, sacrificio questo del tutto inutile dal momento che per l’ebraismo la salvezza non si raggiunge necessariamente essendo ebrei, ma piuttosto amando il prossimo che ama Dio (Salmo 15,4) e seguendo i Suoi Comandamenti.

“Non sono ebreo, non ho questo onore”, ebbe a dire una volta Charlie Chaplin.

Non condivido, anche se ne apprezzo il significato. Secondo me, l’onore non consiste nell’essere ebreo, ma nel comportarsi come tale.

Ma chi sono dunque gli ebrei? Una religione? Una cultura? Un popolo? Una razza?. Certo la vita quotidiana è scandita da pratiche religiose, ma anche chi, nel corso degli anni, si fosse allontanato da queste, resta ugualmente ebreo.

Certamente sono numerosi gli ebrei che hanno dato origine ad una forte spinta culturale. La Bibbia è il libro sacro più letto nel mondo, ma altre antiche civiltà scomparse non furono da meno in quanto a diffusione della cultura. Circa il fatto di  essere un popolo, gli Israeliti sono certamente restati idealmente uniti dalla comune fede e dalle stesse pratiche ritualistiche. Sparsi, spesso in gruppi esigui, in ogni parte del mondo, hanno sempre contribuito allo sviluppo sociale, artistico, culturale, economico e soprattutto scientifico della nazione in cui essi vivono, al pari di qualsiasi altro cittadino, ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità.

Per quanto concerne il termine razza, personalmente “mi viene quasi da ridere”. Emblematico, al riguardo, è un episodio riferito ad Einstein. Allo sbarco negli Stati Uniti egli, come tutti gli emigrati, ricevette un modulo da compilare. Tra le molte domande cui necessitava rispondere, una recitava. “Razza di appartenenza?”. Ed Einstein scrisse: “Umana”.

Ecco quali sono i “fatti” che contestano in pieno il concetto di “razza ebraica”.

Esistono ebrei Yemeniti dalla pelle scura. Assolutamente neri di pelle, anche se del tutto privi dei caratteri negroidi, sono i “falascià”, ebrei etiopi. Esistono gruppi ebraici dalla pelle gialla ed occhi a mandorla nella lontana Kaifeng in Cina ed anche in Giappone. Nella stessa Europa, pur essendo di pelle bianca, hanno caratteristiche somatiche diverse gli Ebrei cosiddetti sefarditi (originari della Spagna, in ebraico Sefarad),  dagli aschenaziti (dall’ebraico Aschenazi, Germania), presenti in tutto l’Est d’Europa, dediti all’approfondimento degli studi biblici cui nessuno, modesto ciabattino o ricco mercante che fosse, si sarebbe mai sottratto per lunghe ore al termine di una giornata di lavoro.

E’ abbastanza curioso il fatto che questi sono gli unici veri ariani in quanto discendenti in gran parte dai Khazari,  una popolazione di origine asiatica e di idioma turco. Tra l’VIII secolo ed il IX secolo, consistenti nuclei di Ebrei semiti, dopo aver attraversato il Caucaso entrarono in contatto con i Khazari. I sovrani di quest’ultimo popolo imposero, per motivi di stabilizzazione politica, la conversione dei loro sudditi alla religione ebraica.   

Paradossalmente i nazisti, ritenendosi una razza superiore, quella ariana appunto, sterminarono in massima parte proprio quegli ebrei che erano ormai gli ultimi veri discendenti dei Kazari e, quindi, di Ario [8].

Va inoltre evidenziato che non esiste un Ebraismo “monolitico”, ad iniziare dal fatto che non vi è alcuna “Autorità centralizzata”, quale ad esempio il Papa per i cattolici, che lo esprima. Nell’ ebraismo è essenziale l’azione, il comportamento, l’ osservanza delle mitzvot che sono state volute da Dio.  A ciò si aggiunga il fatto che all’ebraismo ortodosso si affiancano le istanze dell’ebraismo riformato, nonchè di movimenti di diverso orientamento: dalla militanza ultra-ortodossa degli uni, alla pratica di una devozione più spirituale degli altri.

I ritmi della vita ebraica sono profondamente segnati dalla religiosità, ad iniziare dalla dalla venuta al mondo per terminare con la morte.  

Dopo otto giorni dalla nascita ogni bambino di sesso maschile deve essere circonciso,  tenendo così fede al Patto stipulato da Dio con i discendenti di Abramo.

All’età di tredici anni il ragazzo raggiunge la maturità religiosa assumendosi, come Bar Mitzvah (figlio del comandamento), l’impegno di osservare i precetti della legge, e viene accolto fra gli adulti che guidano a turno la lettura della Torah nella Sinagoga. Nelle comunità riformiste anche le ragazze vengono chiamate alla lettura al compimento del dodicesimo anno.

La famiglia è al centro della vita comunitaria pertanto il matrimonio è un momento importante della vita, obbedisce al precetto “crescete e moltiplicatevi e popolate la terra”. Tuttavia la legge ebraica riconosce la possibilità di incorrere in un errore nella scelta del coniuge, e pertanto prevede il divorzio.

Ne consegue tutta l’importanza che l’ebraismo annette al matrimonio. La cerimonia delle nozze, detta Qiddushin (santificazione), è concepita come momento particolarmente solenne per sottolineare il valore di comandamento divino attribuito all’unione coniugale. Il lutto per la morte di uno dei genitori è considerato l’evento più grave, e le regole da seguire sono particolarmente rigide. Il cadavere, dopo il lavaggio, viene avvolto in un lenzuolo di lino e deve essere sepolto nella terra in modo che il corpo torni rapidamente ad essa, dalla quale proviene. Per l’ebraismo, sono pertanto vietate le riesumazioni, fedele al detto “Ricorda, polvere sei e polvere ritornerai”.

BIBLIOGRAFIA

[  1] La Bibbia concordata – Mondatori, 1968
[  2] G. Korn – Il “deicidio” smentito dagli stessi Vangeli- Morashà.it, 2006- Internet
[  3] M. Morselli, – La spiritualità ebraica- Internet
[  4] B. Maj- L’ebraismo, il capitale intellettuale, la nuova era- Internet
[  5] S. Bahbout-Tzedakà: la giustizia ebraica- Internet
[  6] C.Levi Coen- Alla ricerca delle radici- Internet
[  7] N. Tedeschi- Vademecum (sull’ebraismo)- SIDIC- Internet
[  8] M.L. Moscati Benigni- Chi sono gli Ebrei?- Morashà- Internet
[  9] Ebraismo-  MSN Encarta-  Internet
[10] Wikipedia- L‘enciclopedia libera- Internet
[11] G. Korn- Gli Ebrei alla luce del Corano- Internet
[12] H. Bloom- Gesù e Yahvè- Rizzoli, 2006
[13] Filosofia- L’Universale-Le Garzantine, 2003
[14] Islam, cristianesimo, ebraismo a confronto – Piemme, 2003
[15] H. Kung-Ebraismo-Rizzoli, 1995
[16] R. Peyrefitte- Gli Ebrei-Longanesi, 1972
[17] J. Isaac – Verità e mito – Carabba, 1963
[18] J. Isaac- Gesù e Israele- Marietti, 2001
[19] D. Lattes- Nuovo commento alla Torah- Carucci editore, 1976 
[20] E. Benamozegh – Israele e l’umanità- Marietti, 1990
[21] B. Lewis-Semiti e antisemiti- Editrice Il Mulino, 1990  
[22] Enciclopedia Garzanti
[23] Enciclopedia Rizzoli Larousse
[24] Khazari- Wikipedia l’enciclopedia libera- Internet
[25] E. Munk- Il mondo delle preghiere-Stampa Litos-Roma, 1992
 

IL “PROSSIMO” PER L’EBRAISMO

Per gli Ebrei il prossimo è solo un loro correligionario!

Sbagliato, poiché, invece, è vero l’opposto!

Purtroppo questa errata convinzione non fa solo parte dell’immaginario collettivo, ma risulta fortemente radicata ancora in buona parte del “sentire” dei Cristiani.

A tal proposito stralcio letteralmente quanto riportato nella prima enciclica di Papa Benedetto XVI ([1] ; punto 14).

“Mentre il concetto di “prossimo” era riferito, fino ad allora, essenzialmente ai connazionali e agli stranieri che si erano stanziati nella terra d’Israele e quindi alla comunità solidale di un paese e di un popolo, adesso [con la venuta di Gesù-N.d.r.] questo limite viene abolito”.

Questa interpretazione non è corretta, e lo si dimostrerà subito appresso.

Se proprio si volesse insistere su questa similitudine (prossimo=correligionario ebreo),  si potrebbe addirittura ribaltarne l’interpretazione.

Infatti, dal momento che  per il cristiano “la Salvezza” si consegue unicamente abbracciando la sua, l’unica “vera” religione, ciò di per sé tenderebbe ad escludere il concetto di un prossimo non cristiano.

Riporto, in proposito, un altro passo tratto dalla stessa enciclica [1].

“Il nucleo essenziale è però rimasto: all’interno della comunità dei credenti [vale a dire, solo dei “cristiani”] non deve esservi una forma di povertà tale che a qualcuno siano negati i beni per una vita dignitosa”.

Queste sono le parole di un Pontefice che, non abbiamo alcun dubbio in proposito, ricerca sinceramente il dialogo interreligioso.

Ancora una volta, tuttavia, riemerge prepotentemente la volontà di rimarcare la “superiorità” della religione cristiana sulle altre.

Tentiamo allora di fare un po’ di chiarezza in proposito.

Dal primo e secondo comandamento del decalogo (Dt 5,6), che affermano il Signore essere uno e “unico”, discende il concetto della fraternità tra gli uomini: tutti figli di Dio,  “indistintamente”.

Dalla fraternità deriva (o almeno, lo dovrebbe) il concetto di  convivenza pacifica gli uni con gli altri.

Veniamo alla sostanza del problema: per gli ebrei il prossimo è “solo l’ebreo”.

Niente di più falso. Eccone le motivazioni.

Il quarto dei dieci comandamenti [ricordati del giorno di sabato per santificarlo] impartiti da Dio per il tramite di Mosè, costituisce una vera rivoluzione d’ordine spirituale e sociale per quel tempo. Non solo l’ebreo ed i suoi figli devono riposare il settimo giorno, il Sabato, ma anche il forestiero e lo schiavo dovranno cessare ogni lavoro.

Nella civiltà di Roma lo schiavo era, invece, una semplice “res (cosa)”. Considerando inoltre che il decalogo consegnato a Mosè risale a circa 1.500 anni prima della nascita di Cristo e che allora la schiavitù era accettata come condizione del tutto normale, non può non risaltare agli occhi di tutti lo “stravolgimento” sociale e religioso di un comandamento come questo. 

Per l’ebreo, il prossimo è dunque l’altro in senso generale. E’ questo il primo abbraccio dell’individuo verso ogni altra persona, indistintamente.

La bandiera spirituale, morale e religiosa del popolo ebraico è indicata nel Levitico (19,18), con la massima eterna “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

Assai pochi, tuttavia, sanno che questo comandamento è squisitamente ebraico.

Del tutto “inesattamente” se ne appropria, invece, Giovanni nel suo Vangelo: “Vi dò un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni agli altri”.

A questo invito divino viene addirittura dedicato un intero capitolo che porta il nome significativo de “Il nuovo comandamento” (Gv 13,31-35). Invece, perfino il  Vangelo di Marco, smentisce questa “primogenitura”.

Mc 12, 31  [Così Gesù risponde ad uno degli Scribi] “Il secondo [di tutti i comandamenti] è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Altro comandamento più grande di questo non c’è.”  [Il primo è letteralmente lo Shemà, la preghiera ebraica per antonomasia].

Nell’Antico Testamento si legge anche: “Tu amerai lo straniero come te stesso”, quello straniero che ancora oggi viene considerato in tutto il mondo giuridicamente alla stregua di un emarginato.

Le altre centinaia di norme che si ritrovano nell’Antico Testamento, sono tutte pervase da questo stesso palpito d’amore verso il prossimo.

Come, allora, si può negare questo nobile sentimento di altruismo ad un popolo la cui fede poggia su una massima così divinamente elevata?

Il decimo Comandamento impone di “non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la moglie del tuo prossimo, il suo schiavo, la sua schiava”.

In Esodo (cap. 22 e 23) sono riportati precetti morali e religiosi, quali i seguenti.

  • Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino….non mancare di ritornarglielo (chi è il “prossimo”?).
  • Quando farete la mietitura nei vostri campi, non raccoglierai i raspoli né raccoglierai nel tuo frutteto i frutti caduti: li lascerai per il povero e per il forestiero (chi è il “prossimo”?).
  • Quando il  forestiero dimorerà con voi nel vostro paese, non gli farete torto (chi è il “prossimo”?).

Nel Levitico (19,34) si legge questo ammonimento del Signore “Lo straniero che è con voi, sarà per voi come un cittadino”.

In Deuteronomio (5,13) si legge

“Per sei giorni lavorerai e farai ogni tua opera, ma il settimo giorno, il sabato, è per il Signore, tuo Dio. Non farai alcuna opera (omissis) né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue né alcun altro animale, né il forestiero, affinché possa riposare il tuo schiavo e la tua schiava come te”.

Viene altresì esplicitamente precisato che per “schiavi” non si devono intendere quelli ebrei, ma propriamente i “gentili” (vale a dire, i non ebrei in generale).. 

Da tutto ciò si può evincere, allora, che per l’ebreo il prossimo non è solo un altro ebreo, ma anche il povero, il forestiero, lo schiavo, addirittura il nemico.

Quale sollecitudine sublime di altruismo nei confronti di tutti gli “esseri viventi”, animali compresi.

Ci può essere lo spazio per un ulteriore fraintendimento?

Sarebbe quella ebraica una religione “egoista”, esclusivamente nazionalistica?

Non è fine a se stessa la confutazione che per l’Ebraismo il prossimo non è solo un “altro ebreo”. 

Si tratta, invece, di contrastare una tesi idonea a “dimostrare” come questa sia una Religione “chiusa” in se stessa, “arida” nei confronti di ogni altro.

Una delle tante calunnie e falsità, tramite le quali viene alimentato da secoli l’antisemitismo.

 

Bibliografia

[1] Benedetto XVI- Enciclica “Deus Caritas Est”- 25.12 .2005

 

LA DONNA: UN “VALORE”

Per l’Ebraismo, la donna, ancor prima che rivestire un ruolo, rappresenta un “valore”. Ciò è quanto emerge sia dalla lettura della Bibbia, sia dai compiti che le vengono assegnati all’interno della famiglia e nella società.

“Se vuoi essere un re a casa tua, tratta tua moglie come una regina”. Questa massima ebraica, assunta come principio popolare ebraico, bene sintetizza la posizione che la donna riveste nell’ebraismo. Del resto ciò è sancito nel precetto della Torà che impone al marito l’obbligo di garantire alla moglie cibo, abbigliamento e diritti coniugali (Es. 21,10).

Emblematico, al riguardo, è anche il detto “L’ebraismo può sopravvivere senza la sinagoga, ma non senza la famiglia”.

Nell’ambito della famiglia, il ruolo della donna è di una tale importanza, che da lei dipende il rispetto di tutte le mizwoth (precetti) [se ne è parlato in precedenza] cui deve uniformarsi la vita quotidiana, in primo luogo la cura dei figli.

Per questo la donna è esentata da tutte le pratiche del culto in sinagoga, attività che sono legate ad orari stabiliti, e quindi spesso incompatibili con quelle relative alla cura della famiglia. È scritto “Quando si è impegnati nell’adempimento di un precetto, si è dispensati dagli altri”.

Potrebbe sembrare che l’uomo, nella religione ebraica, abbia un ruolo più prestigioso rispetto a quello della donna. Invece, a ben guardare, quello dell’uomo è più un onere che un onore.

Alla chiamata del Signore Mosè aveva risposto ” Faremo e ascolteremo” (Es.19, 3-6). Dunque la pratica (proprio quella che viene messa in atto dalla donna) precede lo studio (affidato specificamente all’uomo). Questo,  tuttavia, non significa affatto che alla donna sia precluso lo studio, tutt’altro: ne aumenta soltanto l’impegno, l’onere personale, appunto.

La Bibbia insegna che uomo e donna, intesi come coppia, furono creati ad immagine e somiglianza di Dio, il Quale viene spesso invocato non solo come “padre” ma anche come “nostra madre e guida”.

Tuttavia, nonostante la sacralità della famiglia, poiché è riconosciuta la possibilità di sbagliare nella scelta del compagno/a, nell’ebraismo è previsto da sempre il divorzio, sia pure subordinato a precise procedure, e solo quando il tribunale rabbinico abbia  accertato l’assoluta impossibilità di un accordo.

Un’altra evidenza dell’importanza della donna nell’ebraismo, risiede nel fatto che  “È ebreo chi nasce da madre ebrea”. Ciò non esprime solo una consanguineità biologica, ma attesta il particolare rapporto che si stabilisce tra madre e figlio/a sin dal concepimento. Lei è la prima a dare testimonianza di fede con gesti e con parole, collegando il nascituro prima e il piccolo poi, alla tradizione.

Anche se la madre deve essere affiancata dal padre, in quanto entrambi sono responsabili dell’educazione religiosa (che è come dire anche sociale e civile) dei figli, tuttavia è la donna la prima ad essere chiamata in causa.

La madre non è solo la “guida alla vita” per i figli, in quanto a lei è affidata tutta la “trasmissibiltà” dell’ebraismo e dei suoi valori: dalla prima istruzione religiosa, all’osservanza dei doveri sociali e dei precetti.

 

Bibliografia 

[  1]  N. Tedeschi- Vademecum (sull’ebraismo)- SIDIC- Internet
[  2] M.L. Moscati Benigni- Chi sono gli Ebrei?- Morashà- Internet
[  3] Ebraismo-  MSN Encarta-  Internet

Roma, 15.04.2008

 

IL PERDONO

Qual è la posizione dell’Ebraismo in relazione al “perdono”, sentimento tanto pregnante per la Fede cristiana? Semplicemente umana, scevra di significati “trascendenti” e di aspettative di santità.

Certamente è previsto il perdono da parte degli Ebrei nei confronti di chi (ebreo o non) li abbia offesi o, ancor peggio, danneggiati. Il punto essenziale è che ognuno può perdonare solo per i torti subiti da lui stesso. Nessuno ha il diritto di farlo in nome di altri, anche fossero i suoi famigliari (che significato avrebbe?). Tutto ciò, a prescindere da dimostrazioni di pentimento (sincere o meno).

D’altra parte, Gesù stesso ha perdonato coloro che “fanno quel che non sanno” (i Romani). Egli perdona coloro che “lo” stanno martoriando. Non mi risulta, tuttavia,  che Egli abbia mai perdonato i Romani per i tantissimi Ebrei (suoi correligionari) che furono dagli stessi crocefissi sia prima sia durante la Sua vita terrena.

A chi desiderasse approfondire questo argomento, raccomando la lettura di un interessante documento di Armand Abecassis [1].

Dello stesso stralcio (letteralmente) alcuni passi.

Il perdono ha senso solo in rapporto a una colpa. Non dobbiamo temere di cominciare da questa evidenza, poiché essa forse è necessaria per ricordare, in un tempo in cui si cerca di vanificare l’urgenza del perdono e di dimostrare che non c’è stata colpa, come per esempio ad Auschwitz. Ora, per noi, Auschwitz rappresenta l’impensabile, dunque l’imperdonabile.

D’altra parte, perdonare vuol dire dimenticare? Dimenticare è perdonare? Se l’oblio è una legge della memoria, essa proviene dalla natura e dall’essere; ora il perdono è un atto morale e spirituale; esso dipende dal dover essere. Dimenticando si perde l’occasione e la possibilità del perdono; non si perdona perché non ci si ricorda più della colpa commessa. Dimenticare non è perdonare. E inversamente, perdonare non è dimenticare!

Non si deve perdonare tutto. Non si può perdonare tutto, anche se lo si volesse. Che cosa devo perdonare io, ebreo, oggi, ai cristiani che hanno messo a fuoco l’Europa e il Medio Oriente con le loro crociate e i loro roghi? Dovrebbero rivolgersi alle vittime, che bisognerebbe resuscitare, per poter chiedere loro perdono!

D’altra parte, perché il cristiano di oggi dovrebbe chiedere perdono per i crimini dei suoi antenati?Non è lui che li ha commessi; talvolta accade anche che li condanni egli stesso e arrossisca delle violenze passate della sua chiesa verso il popolo ebraico! Allo stesso modo gli ebrei di oggi non possono perdonare ai nazisti d’aver torturato e selvaggiamente assassinato i loro fratelli nel silenzio delle nazioni tra il 1939 e il 1945!

Aggiungiamo ancora che i rabbini spiegano la funzione di Kippur – il grande perdono -dicendo che questo giorno temibile espia solo le colpe commesse verso Dio stesso, e non quelle commesse verso l’uomo. Queste ultime non possono essere perdonate da Dio se non sono state prima perdonate dalla vittima. È l’uomo offeso che deve perdonare di persona colui che l’ha insultato, poiché Dio non lo può fare al suo posto.

La richiesta di perdono implica d’altra parte la coscienza della colpa, cioè il rimorso. Se c’è colpa, c’è rimorso, cioè sofferenza perché si scopre la propria libertà nel male, mentre si preferirebbe scoprirla nel bene. Si capisce dunque che, secondo una giustizia conseguente, si merita la punizione. Bisogna inoltre precisare che non si può chiedere perdono se non dopo aver riparato ciò che è stato distrutto e dopo aver cercato di estirpare dalla realtà la possibilità stessa della colpa commessa.

Perdonare ciò che non ha nome, l’innominabile, l’impensabile: questo è il paradosso del perdono. Di fronte all’innominabile si può reagire solo con l’inaudito: il perdono. 

Così l’esperienza del perdono è sovrumana, sovrannaturale, poiché esso non è giustificato né dalla ragione, né dalla giustizia, né dalla storia. Le supera, poiché non può essere che l’espressione dell’amore. 

Così si perdona per amore: allora ci si trova di fronte a Dio. L’amore non consiste nell’amare l’altro perché è amabile. Non consiste neppure nell’amare l’altro benché sia odioso. 

Consiste nell’amore per l’amore, cioè per nulla e non attendendo nulla in cambio.

 

Bibliografia

 [ 1] A. Abecassis- Il paradosso del perdono- Internet

Il testo è il contributo di Armand Abecassis, professore all’università di Bordeaux, presentato nel corso del colloquio ebraico-cristiano-musulmano sul tema del perdono, svoltosi a Tolosa il 30-31 gennaio 1998.

 

Roma, 17.04.2008

L’UNIVERSALISMO EBRAICO

Se Adamo ed Eva sono i nostri “unici” progenitori, ne consegue che ogni persona è parte di una “unica” famiglia umana.

In seguito, terminato il diluvio universale, Noè e la sua discendenza diedero origine ad una seconda “popolazione universale” che si rispecchierà fedelmente in quella  attuale.

Ci si potrà, allora, chiedere  che cosa abbia questo a che spartire con l’universalismo ebraico. 

Tutto, in quanto tale fede è, nella sostanza, una religione universalistica. Vediamo il perché.

Per quanto detto, l’intera umanità attuale discende dunque dalla famiglia di Noè. Nel linguaggio rabbinico [1] tutte le genti vengono chiamate Noachidi, figli di Noè. La grande novità di questa dottrine rabbinica è che non è necessario sottoporsi alla dottrina speciale dell’Ebraismo per ottenere i premi futuri che sono promessi agli Israeliti.

Universalismo ebraico significa che vi sono due strade parallele che possono condurre alla salvezza. E’ sufficiente che ognuno segua quella in cui si trova dal momento della nascita (o per libera scelta personale), e si accordi con le rispettive norme.

Il Noachide deve seguire le “sette” regole del Noachismo e riconoscerne l’origine divina. Egli viene definito dall’ebraismo “il fervente delle nazioni del mondo”, e ha parte nel mondo futuro. Il Mosaismo, invece, deve seguire ciò che è contenuto nella Bibbia: nella sostanza i dettati dei Dieci Comandamenti. Ognuno, per la propria strada, può arrivare alla Salvezza promessa.

Quale maggiore “universalità” di questa? Quale rispetto più grande nei confronti delle altri fedi religiose?

Noè, uscendo dall’Arca, riceve l’assicurazione che l’umanità non sarà più distrutta interamente da Dio. Vogliamo distruggerla invocando la superiorità di una religione sulle altre? Quale follia!

Chi ha dato un’organica interpretazione dell’universalismo e ebraico è stato Elia Benamozegh, per lungo tempo Rabbino di Livorno [2].

Egli asseriva che nell’ebraismo non si trova contrasto tra scienza e fede: ed il suo credo era quello dell’ebraismo ortodosso!

Il Noachismo concerne di norme giuridiche  che regolano la convivenza tra i popoli (umanità).

Per dimostrare l’universalismo della religione ebraica, Benamozegh fa riferimento alla concezione di un Dio universale [come, di fatto lo è: N.d.R.], la cui provvidenza abbraccia l’intero universo, e all’unità di origine e quindi all’eguaglianza tra gli uomini.

La giustizia è un’idea fondante l’etica del noachismo. Noè è nello stesso tempo l’uomo giusto e l’uomo etico.

L’Ebraismo ha il compito di  custodire, attraverso i dettami del mosaismo,  la legge noachide che porta dentro di sé e di mostrarla all’umaniità.

Il Noachismo si impegna a rispettare questi “sette” Comandamenti:

  1. l’istituzione di tribunali (prima di tutto, ogni società ha bisogno di Giustizia!);
  2. il divieto di blasfemia;
  3. il divieto di idolatria;
  4. il divieto di adulterio;
  5. il divieto di omicidio;
  6. il divieto di furto;
  7. il divieto di mangiare una parte di un animale vivo (rispetto anche per gli animali).

Si consideri il fatto che a quei tempi venivano offerti sacrifici umani per ingraziarsi gli “dei”.

Con la sua moralità l’individuo diviene utile alla società e, con il bene che offre, la società è utile all’individuo.

I più grandi storici del tempo, sia Filone sia Giuseppe Flavio, confermano la concezione di religione universale che si rileva nella fede ebraica.

A pag. 270 di [2] si legge che “Così come i gentili avevano un loro spazio nel Tempio [di Gerusalemme. N.d.R.], erano anche ammessi a partecipare al culto che vi si celebrava portando essi stessi dei sacrifici.

Circa il Signore, la Sua grandezza, la Sua imperscrutabilità, a pag. 275 dello stesso libro    si legge “E perché il mistero è così grande che è impossibile raggiungerlo per una sola via”.

Quale migliore attestazione che “ogni religione” ha in sé la vocazione di condurre a Dio? Quale  concetto migliore di “universalità”?   

In tempi remoti Israele faceva anche proselitismo (ora non lo fa più), non però con lo scopo di convertire , ma per insegnare i contenuti della Torah.

Nell’Ebraismo c’è sempre rispetto per la dignità dell'”uomo” (non solo dell’israelita), non disgiunto dall’affermazione solenne della sua “libertà”. Proprio perché è libero, egli è anche perfettibile.

Una massima ebraica ammonisce: “Non devi rallegrarti quando il tuo nemico cade”.

Bibliografia

[1] R. Di Segni-Noè procedeva con Dio, l’universalismo ebraico- Morashà- Internet
[2] E. Benamozegh -Israele e l’umanità- Marietti, 1990
[3] M. Morselli- La spiritualità ebraica- Università di Modena e R. Emilia- Internet
[4] L. Baeck- L’essenza dell Ebraismo- M. Kuntz

 

 “GLOSSARIO” MINIMO DEI TERMINI EBRAICI

Termino questa “carrellata” sull’Ebraismo, proponendo un brevissimo GLOSSARIO.

Quando si dice i “casi” (anche spiccioli) della vita!

Giorni fa mi è capitato di leggere su L’altra enigmistica dell’aprile 2008 un articolo che così, testualmente, terminava:

 

..L’immensa ricchezza della nostra famiglia è la gioia di vivere in questo modo, è l’amore assoluto per la vita e la capacità di essere vivi nel tempo con la chiara percezione dell’eternità. “Ascolta Israele, l’Eterno è il tuo Dio, l’Eterno è Uno”. Questa non è la preghiera di un Popolo [lo Shemà, che inizia esattamente in tal modo, è la preghiera ebraica “per antonomasia”. N.d.R.] è la preghiera di ogni uomo. Pensaci!

 

Sono queste le parole di un Cristiano, non di un Ebreo. Esse riassumono mirabilmente quanto ho cercato di esporre in [1].

Ecco il punto! Chi “crede” in un Dio “Unico” non può che condividere il fatto che ci possa essere lo spazio anche per più Religioni. Il Signore ha creato l’Universo, non le religioni. Se poi esse sono numerose, è evidente che “devono” necessariamente essere differenti le une dalle altre.

E’ pure indubitabile che le religioni “rivelate” abbiano la stessa “radice”: nello specifico quella Ebraica, la prima ad essere svelata.

Termino, ribadendo ancora una volta che non ho inteso insegnare alcunché ad alcuno, ma solo spiegare modestamente alcune cose elementari.

Mi chiedo solo se una piccola “pillola” (questo lavoro che mi ha impegnato non poco) possa “contribuire” a guarire dalla malattia dei “pregiudizi”.

Lo spero.

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Traggo le definizioni, prevalentemente, da “LE NOSTRE RADICI”, Sito che si trova in Internet.

 I commenti aggiuntivi sono miei.

I termini sottolineati rimandano alla parola indicata.

 

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ABBA: padre.  E’ un termine che si trova citato più volte nei Vangeli. Forse non tutti sanno che del Pater Noster, oltre che la versione in latino, esistono anche quella in ebraico, aramaico, greco.

La preghiera del Padre Nostro non è una completa invenzione, è modellata sul Kaddish, una bellissima preghiera ebraica antica…. [2]

AMEN: così sia! E’ usato nell’ebraismo per approvare un’esortazione alla lode ed alla benedizione. Questa parola fu più tardi adottata dal cristianesimo nelle funzioni religiose.

ARAMAICO. Lingua della famiglia semitica parlata dagli Arami (Aram, biblico della Siria).  L’aramaico è una lingua semitica che vanta circa 3.000 anni di storia. In passato, fu lingua di culto religioso e lingua amministrativa di imperi. È inoltre la lingua in cui furono in origine scritti i Talmud.

Si ritiene inoltre che fosse l’idioma parlato da Gesù. Ne sono testimonianza anche alcuni passi dei Vangeli (Marco 5,41- 7,34).  

ARIANO. Nella sua accezione originaria, il termine indica le popolazioni iraniche e quelle indiane di origine indoeuropea; dai nazisti esso fu indebitamente esteso a tutti i popoli di lingua indoeuropea, in particolare a quelli germanici (passando quindi a indicare persone di pelle bianca di tipo nordico), e assunto a sinonimo di razza pura e superiore in opposizione a ogni altra razza.

ASHKENAZITA: dalla Germania. Termine usato dal XVI secolo per indicare gli ebrei dell’Europa centrale e orientale di origine germanica (ashkenazim). L’ebreo ashkenazita si differenzia dagli altri ebrei per alcune pratiche rituali, per il formulario liturgico, per la pronuncia stessa della lingua ebraica.

BAR: figlio (termine aramaico). In ebraico BEN            

BAR MITVA’: figlio del precetto. Espressione formata da BAR (figlio) e mitzwah (precetto). Con quest’espressione è intesa la cerimonia che secondo la tradizione, segna il raggiungimento dell’età a partire dalla quale l’adolescente diventa responsabile delle sue azioni. Infatti vien detto del ragazzo che compie la maturità religiosa (a tredici anni), assumendo diritti e doveri dell’adulto. Sta a indicare anche la cerimonia relativa, che si celebra in sinagoga, in cui il ragazzo per la prima volta davanti all’assemblea legge la Torah. A partire da quel giorno, il giovane che porta già sulla propria carne il segno dell’alleanza con Dio (Berith milah, la circoncisione), non dipende più da suo padre, ma diviene responsabile dei propri atti e se quindi commette peccato, si rende passibile di castigo. La cerimonia viene svolta il primo sabato dopo il compimento del tredicesimo anno di età del giovane. I famigliari s’incontrano nella sinagoga, e durante la cerimonia il giovane è invitato a leggere per la prima volta la Torah.

BAREKHU: benedite. Formula liturgica di benedizione che introduce le preghiere del mattino e della sera, e la lettura sinagogale della Torà. Barekhu et-Adonay ha-mevorakh “Benedite il Signore degno di benedizione”. Barekhu et-Adonay ha-mevorakh le-‘olam wa-‘ed  “Benedetto il Signore degno di benedizione per sempre e oltre”, è la risposta dell’assemblea.

BAT: figlia.

BAT MITVA’: figlia del precetto. Cerimonia in cui la giovane ebrea, che ha compiuto i dodici anni, acquisisce lo statuto di “donna” e ne assume gli obblighi di carattere culturale. È di recente istituzione e non è praticata in tutto il mondo ebraico

BEN: figlio. Prima che i cognomi divenissero di uso comune, un ebreo era conosciuto tramite il suo nome e il nome del padre, per esempio: Yochanan Ben Zakkay. Talvolta si utilizzava bar, che è l’equivalente aramaico, per esempio: Shimon Bar Kokhba.

Ricordate il celeberrimo Kolossal Ben Hur?

BERAKHA’: benedizione.  Plurale berakhot. .  

BERIT MILA’: patto della circoncisione. Si celebra nell’ottavo giorno dalla nascita di un figlio maschio e consiste nell’asportazione del prepuzio del neonato in memoria del patto stipulato tra Dio e il suo popolo (Genesi 17,11-12). In questa occasione viene imposto il nome. La cerimonia è prescritta anche per il convertito all’ebraismo.

La circoncisione di Gesù è richiamata nei Vangeli di Luca (2,21-23) e di Giovanni (7,22-23).  

CHANNUCCA’: dedicazione.  Festa delle luci, in memoria della riconsacrazione del tempio dopo la vittoria dei Maccabei sui Greci nel 164 a.e.v. e la riedificazione dell’altare profanato. Dura otto giorni, durante i quali si accendono progressivamente le otto luci della chanukkiyyà (candelabro)..

GEENNA: valle di Ennom. In ebraico Ghe Hinnom.  Stretta e profonda gola nella valle di Hinnom, sotto le mura dell’antica Gerusalemme, dove venivano gettati i cadaveri dei lapidati e le immondizie che bruciavano col fuoco perenne [in onore del dio Moloch- N.d.R.]. Simbolo di castighi e tormenti eterni.

GENTILE: straniero. Parola di origine latina [da: gens], per persone o nazione non romane. Sostituiva l’espressione (abbastanza dura di: pagani). Durante l’epoca pre-cristiana, questo termine era usato riferendosi a persone non ebree. Dopo il sorgere del cristianesimo, con questa espressione si intendevano non-ebrei e non-cristiani.

GOLEM.  Nella leggenda ebraica, nome attribuito all’essere creato magicamente  da ebrei religiosi.  Materia o massa senza forma. Nella tradizione successiva indica un essere di creta animato dal nome di Dio e creato per la difesa e il servizio degli ebrei del ghetto. Il più famoso, oggetto di molte opere letterarie, è quello attribuito a rabbi Loew di Praga nel XVI secolo.

GOY: il non ebreo, il gentile. Plurale goyim. Questo termine ebraico significa genericamente popolo, e nella Bibbia (Esodo 19,6) è applicato anche al popolo d’Israele. Più tardi, quest’espressione fu usata per indicare i popoli stranieri, coloro che non appartenevano alla nazione ebraica.

IMMA: mamma, madre.

ISH: uomo.

ISHA’: donna. Si noti la stessa radice di uomo. La donna, infatti, è stata creata da una costola di Adamo: uomo e donna sono “una cosa sola”.’

IVRI’: Termine largamente diffuso, prima dell’esilio babilonese, per indicare gli ebrei.

Deriva dal termine Ivrim che significa l’uno opposto, separato dai molti. Il vocabolo fu probabilmente derivato dal nome del patriarca Abramo, così chiamato perché abitò le terre oltre il fiume Eufrate. L’ebreo è perciò quello che sa ancora pensare rettamente con la sua testa e non si identifica e unifica con i meccanismi risaputi della comunità babelica e pagana, ma testimonia sempre, anche con la sua solitudine, isolamento e diversità, la verità di Dio sopra ogni altra cosa [3]

KADDISH (si veda QADDISH).

KASHER: adatto. Detto di ciò che è conforme alla kasherut, cioè alla norma biblica, contenuta principalmente nel libro del Levitico, e rabbinica sulla purità dei cibi permessi, sul modo di cucinarli e servirli. È relativa anche ai tessuti, ai libri sacri, utensili ecc. Per ciò che riguarda gli animali sono considerati puri i quadrupedi ruminanti dallo zoccolo biforcuto (ovini e bovini); i pesci dotati di pinne e squame; e i volatili non rapaci. In senso lato: in possesso dei requisiti richiesti secondo un dato standard, quindi qualificato, adatto ad inserirsi in un dato sistema.

KIPPUR: espiazione“. Vedi Yom Kippur.

KOL NIDRE: tutti i voti. Termine aramaico, in ebraico kol nedarim. Formula di annullamento dei voti cantata in apertura dello Yom Kippur.

LADINO. Una varietà dello spagnolo castigliano del XV secolo con molte parole ebraiche e arabe, parlato dagli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492 e tuttora usato soprattutto nei paesi del Mediterraneo orientale.

LE-CHAYYIM!: alla vita! Più comune le-chaim. È il brindisi che si pronuncia mentre si alza il bicchiere prima di bere del vino o un alcolico, l’equivalente di “Alla salute!”.

MAGHEN DAVID: Scudo o Stella di Davide. Questo esagramma o stella a sei punte, è formato da due triangoli equilateri, aventi lo stesso centro, ma che sono posti in direzioni opposte.  Durante il triste periodo del regime nazista la stella di Davide fu il segno di riconoscimento imposto agli ebrei. Appare sulla bandiera d’Israele, come anche su molti prodotti e simboli in relazione con la nazione d’Israele.

MARRANO: maiale, in spagnolo. È il termine spregiativo con cui i cattolici spagnoli del XVI secolo designavano gli ebrei convertiti forzatamente sotto l’Inquisizione e costretti al battesimo, ma che continuavano a praticare in segreto il loro ebraismo.

Spesso costoro fuggirono in altri paesi più tolleranti, come il Nord Africa, l’Italia, il Nord America, i Paesi Bassi, la Turchia.

MASHIACH: consacrato, unto. All’origine, nell’Antico Testamento, designava i re (gli “Unti dal Signore”) e i sacerdoti. In seguito il termine indicò il Messia in senso proprio, la cui apparizione sarebbe la diretta anticipazione del “mondo a venire”. La traduzione greca è Christòs, da cui Cristo, “colui che è unto”.

MEZUZA’. Piccolo astuccio metallico contenente un pezzo di  pergamena con passi biblici (Deuteronomio 6,4-9; 11,13-21) che, secondo l’applicazione letterale di Deuteronomio 6,9, è fissata allo stipite destro della porta di casa, come per consacrarla e indicare che è sotto la protezione di Dio. Con la parola Mezuzà si indicava lo stipite della porta. Ma poi col passare degli anni, l’espressione prese ad indicare solo la detta scatoletta.

MILA’:  vedi Berit Milà

MINIYAN. Secondo l’ebraismo ortodosso, numero minimo di dieci maschi ebrei circoncisi e maggiorenni (dai tredici anni d’età) perché un servizio in sinagoga abbia carattere comunitario e non di semplice studio e commento delle Scritture. L’eventuale presenza di donne non contribuisce al raggiungimento del minyan. Nell’ebraismo riformato o progressista è richiesta la presenza di almeno dieci persone (maschi o femmine non importa, anche il rabbino può essere maschio o femmina) ebree maggiorenni.

MIKWE’. Raccolta d’acqua naturale corrente contenente almeno quaranta sea (misura di volume in uso ai tempi della Mishna’). Il bagno rituale che ogni fidanzata ebrea deve fare prima del matrimonio, e che le donne religiose fanno al termine del periodo mestruale e dopo aver partorito. Il miqwè è prescritto in numerose altre occasioni, come il rito di conversione all’ebraismo, e coinvolge anche gli uomini. Miqwè indica anche il locale in cui si adempie al precetto. Chiamato usualmente bagno rituale in quanto l’immersione in esso di cose e persone conferisce la purità rituale.

Una vasca o una piscina ripiena di acqua attinta non costituisce un mikve. 

Anche la madre di Gesù, Maria, va a Gerusalemme per purificarsi dopo il parto (Vangelo di Luca 2,22).

MISHNA’: dal verbo ebraico che significa “recitare le lezioni”, “ripassare”. La Mishnà, che è il codice della tradizione orale, è divenuta una delle due parti del Talmud (la seconda, è la Ghemarà). La redazione finale della Mishnà risale alla fine del II secolo e.v. e comprende 63 trattati divisi in 6 ordini riguardanti la normativa cultuale, i rapporti sociali, il diritto civile e penale, il matrimonio ecc.

MITZWA’: comandamento. Plurale: mitzwot.  Precetto contenuto nella Torà, indica anche la buona azione. Sono 613 i precetti della Torà, di cui 248 precetti positivi, e 365 precetti negativi.

MOSHE’ RABENU: Mosè, nostro Maestro. Modo abituale di menzionare Mosè.

NAVI: profeta. Colui che parla a nome di un altro – veniva anche chiamato: uomo di Dio o veggente. Nella Bibbia questo incarico non è stato rivestito solo da uomini, infatti, nella storia biblica troviamo Mosè, Elia, Isaia, ma leggiamo anche di Debora, Huldà ed altre donne che furono rivestite di Spirito Santo. I profeti erano uomini e donne di Dio, che esprimevano il loro messaggio attraverso comunicazioni personali, predicazioni o azioni simboliche. Essi erano alla guida del popolo d’Israele, e spinti da Dio intervenivano in ogni questione morale, politica, religiosa, sociale o pubblica.

L’Islam distingue i Profeti in « inviati » (nabi) [si noti la similitudine con navi], che hanno predicato agli uomini il culto del Dio unico e li hanno esortati alla retta via, e in « messaggeri » (rasùl): “Ad alcuni profeti  abbiamo dato eccellenza sugli altri” (Cor.17,55) e li ha fatti portavoce di una nuova Rivelazione, come Mosè, Gesù e Muhammad [3]

NEFESH: anima. È l’anima più vicina al corpo e lo nutre e il corpo le è unito strettamente.

Quando una ebreo muore, ogni sera, per un intero anno, in Sinagoga l’Officiante ne richiama il nome, facendolo precedere da Ve Nefesh.

NU.  Intercalare yiddish, corrispondente circa al nostro “allora…”, “andiamo avanti…”.

Grande interprete e divulgatore dell’autoironia ebraica, e del mondo yiddish, è Moni Ovadia.

OY! Una delle interiezioni preferite degli ebrei originari dell’Europa dell’Est. Si contano non meno di trenta espressioni di sentimenti esprimibili con lo oy: tra cui la sorpresa, la paura, la tristezza, la gioia, l’euforia, il sollievo, l’incertezza ecc.

PARASHA’: sezione. È la porzione settimanale del testo della Torà letto in sinagoga durante la celebrazione dello shabbat. Se ne completa il ciclo in un anno.

Nel Vangelo di Luca 4,14-18 si legge che Gesù si recò di sabato a Nazaret, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere [la Parashà]. Gli fu presentato il libro del profeta Isaia ed egli, apertolo….

PESACH: passare oltre. Infatti, in inglese viene letteralmente chiamata Passover. Pronuncia yiddish Peysech.  Pasqua, la più amata fra le feste ebraiche, che commemora la liberazione di Israele dalla schiavitù in Egitto, il cui racconto si trova nel libro dell’Esodo. La ricorrenza prevede la consumazione di cibi non lievitati e la cena rituale del sèder.

POGROM: termine russo che significa “distruzione”. Indica le sollevazioni popolari, con massacri e saccheggi, compiute tra il 1881 e il 1921 nella Russia zarista contro gli ebrei; di qui il significato più generale di “persecuzione sanguinosa di una minoranza” che la parola ha poi assunto.

PURIM: sorti. La festa che commemora la liberazione degli ebrei di Persia dal complotto ordito contro di loro da Haman, il primo ministro del re Assuero di Persia, nel V secolo a.e.v. ed è narrata nel libro di Ester. È la festa più allegra del calendario ebraico, molto simile come spirito al carnevale cristiano.

QABALA’ (o CABBALA’): ricezione. Designa in particolare la tradizione mistica orale, e in seguito codificata in forma scritta, che, a partire dal secolo XII secolo e.v. sviluppa le tradizioni mistiche precedenti in un complesso sistema che sta anche alla base del chassidismo (corrente mistico-popolare nata nell’Europa orientale del XVIII sec. e.v.).

QADDISH (o KADDISH): in aramaico “santo”. È una preghiera che glorifica il nome di Dio, recitata alla fine dell’ufficio sinagogale. È la più solenne e una delle più antiche preghiere ebraiche, fonte del Padre Nostro. Si recita in occasione di funerali e anniversari.

QIDDUSH (o KIDDUSH): consacrazione. Benedizione sul vino recitata la sera del venerdì per l’inizio dello shabbat e in altre occasioni festive.

Anche Gesù recita questa benedizione (Vangelo di Luca 26,26-27).

RABBI: maestro, rabbino. Pronuncia ashkenazita: rebbe. Il capo spirituale di una comunità ebraica. Più noto con il termine Rabbino.

ROSH HA SHANA’. Capodanno ebraico, celebrato il primo giorno del mese di tishrì in Israele, i primi due nella diaspora. Festa di carattere penitenziale, è caratterizzata dal suono dello shofar.

SEDER: ordine. L’ordine delle cerimonie e delle azioni che si svolgono durante la cena pasquale (per estensione indica anche la cena stessa nel suo insieme) celebrata la prima sera di Pèsach in Israele, nella diaspora anche la seconda. E’ la cena particolare con la quale si dà inizio alle festività della “Pèssach”, la Pasqua ebraica. Scopo di tutti i riti del sèder è quello di mantenere vivo nel cuore degli ebrei l’Esodo dall’Egitto.

Nell’ebraico moderno, “be seder” ha il significato di: OK, va bene!

SEFARDITA: spagnolo.  Da Sefarad, “Spagna”. Designa gli ebrei spagnoli e portoghesi e i loro discendenti presenti in molti paesi della diaspora.

SHABBAT: sabato. In Yiddish, shobbos, shabbos, shabbes.. Giorno di riposo in memoria del settimo giorno della creazione, in cui Dio stesso si riposò. Inizia il venerdì sera appena prima del tramonto del sole e termina il sabato sera, con l’apparizione della prima stella nel cielo. Durante questo intervallo di tempo l’ebreo praticante deve abbandonare tutte le sue occupazioni abituali per non pensare che a Dio. Tra i divieti dello shabbat (la legislazione rabbinica ne indica 39) si contano la cucina, il lavoro manuale, i viaggi, la scrittura, la transazione di denaro, il trasporto di oggetti all’esterno ecc. Parte della celebrazione è il Qiddush, la benedizione recitata sul vino e sul pane, all’inizio dei primi due dei tre pranzi festivi del Shabbat.

SHALOM: pace. E’ il tipico saluto ebraico.

SHALOM ALECHEM: la pace su di voi. Saluto tradizionale ebraico. Nella pronuncia yiddish (Sholem Aleichem) è il nome d’arte di Shalom Rabinovitch (Perejaslav, Ucraina, 1859 – New York 1916), il più celebre autore in lingua yiddish.

Lo stesso saluto, in arabo, è: Salam (o assalam) alaikum [3].

SHALOM BAYT: pace della casa, pace domestica.

SHEMA’: ascolta. Shema‘ Yisra’el, Adonay elohenu, Adonay echad, sono le prime parole dell’espressione di fede ebraica formata da tre sezioni bibliche (Deuteronomio 6,4-9; 11,13-21; Numeri 15,37-41) e che inizia con le parole: “Shema‘ Yisra’el… Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro, il Signore è uno”. Si recita due volte al giorno, mentre il primo versetto rappresenta l’ultima preghiera prima di addormentarsi e in punto di morte. Continua poi con le seguenti parole in Deutoronomio 6,4: “…il Signore è il nostro Dio, il Signore è l’Unico…” Questo verso, insieme ad altri in (Deutoronomio 6:5-9), sono diventati la preghiera per eccellenza del popolo ebraico, attraverso la quale viene messa in rilievo l’esortazione di dedicarsi a Dio e di consacrare a Lui la vita quotidiana. Un popolo di sacerdoti… 

SHOA’: catastrofe. Termine di origine biblica che indica annientamento, una catastrofe improvvisa, individuale o collettiva, causata dall’ira di Dio o dalla ferocia di un nemico. Con esso si designa oggi la persecuzione e lo sterminio degli ebrei scatenata in Europa soprattutto dai nazisti di Hitler dalla fine degli anni Trenta e per tutto il periodo della seconda guerra mondiale, e culminata con l’annientamento di circa sei milioni di persone nei numerosi campi di sterminio situati principalmente in Germania e in Polonia. Nel mondo di lingua inglese si utilizza di preferenza il termine Holocaust.

SHOCHET. Macellaio rituale, che esegue la macellazione degli animali secondo le norme della shechità, che consistono essenzialmente nell’evitare la sofferenza all’animale [l’ebraismo è molto attento a far soffrire il meno possibile gli animali] e nel dissanguarlo completamente.

Da qui si evince, se ancora ve ne fosse bisogno (si vedano i miei lavori), l'”orrore” che ha l’Ebreo nell’utilizzazione del sangue.    

SHOFAR. Corno di montone o stambecco. Secondo la tradizione il suono dello shofar ricorda il sacrificio di Abramo (chiamato da Dio a immolare il figlio Isacco, sostituito all’ultimo istante da un ariete – Genesi 22,1-18) e annuncerà l’arrivo del Messia. Usato in alcune festività religiose (Rosh Ha-Shanà, Kippur) viene oggi impiegato in Israele anche per avvenimenti particolarmente solenni della vita civile.

SHTETL. Termine yiddish. Diminutivo dal tedesco stadt, “città”. Cittadina, villaggio, specificamente delle comunità ebraiche dell’Europa orientale.

SIDDUR: ordine. Come seder.: Nel mondo di tradizione ashkenazita è il libro di preghiere che contiene la liturgia quotidiana e quella dello shabbat. Nel mondo sefardita tale formulario è detto tefillàh..

Nella cultura ebraica lo studio e l’apprendimento sono fra le cose più preziose di una vita che abbia veramente senso.

SIMCHA’ TORAH: gioia della Torà.  Festa a conclusione del ciclo annuale di lettura della Torà.. Durante la celebrazione in sinagoga i fedeli portano in processione i rotoli della Torà girando sette volte intorno al podio dove si legge la Toràh.

SUKKA’: capanna.

SUKKOT: capanne. Festa che segue di cinque giorni lo Yom Kippur, dura dal 15 al 22 di tishrì, e si conclude con Simchat Torà. È prescritta la costruzione all’aperto di una capanna di frasche in cui consumare i pasti e pregare in memoria della permanenza del popolo di Israele nel deserto durante l’esodo dall’Egitto. Festa originariamente agricola, per la vendemmia e la raccolta dei frutti.

TALLID. Pronuncia italiana, talled. Manto bianco spesso orlato di strisce nere o blu e con le frange rituali ai quattro angoli secondo il dettato di Numeri 15,37-41, indossato dagli uomini durante la preghiera del mattino. Gli osservanti ne portano costantemente uno più piccolo (tallit qatan) sotto gli abiti. 

Secondo quanto emerge dalla lettura dei Vangeli, Gesù portava sotto gli abiti proprio questo talled. In vari punti degli stessi Testi Sacri emerge che, specialmente i malati in cerca di un miracolo da parte di Gesù, cercavano di toccare queste frange: gli “tzitziot” che pendevano dal talled che egli indossava.                          

TALMUD: studio. Raccoglie l’insieme delle discussioni rabbiniche risalenti al periodo tra il IV e il VI secolo e.v. Ne esistono due redazioni: una più ampia e autorevole, Babilonese (che raccoglie oltre a materiale giuridico e normativo, anche leggende, vite di maestri, preghiere, detti, midrash ecc.); e una più breve, Palestinese o di Gerusalemme.

TAREF. Indica tutto ciò che non è kasher.

TEFILLAH. Vedi siddur. Nella tefillàh (preghiera) gli ebrei (e non solo loro) si rivolgono a Dio, comunicano con Lui parlando ad alta voce, comunicandogli i bisogni le gioie ed i dolori. Nella cultura religiosa ebraica ci sono dei momenti particolari della giornata, nei quali il popolo deve rivolgersi a Dio in preghiera: la mattina, il pomeriggio e la sera.

TESHUVA’: pentimento e ritorno a D-o. Costituisce il tema principale del libro di Giona e quello del digiuno di Kippùr (il giorno dell’espiazione). La parola è generalmente tradotta « pentimento », ma « ritorno » è preferibile, dipingendo l’anima che torna indietro al D-o accogliente dal quale aveva deviato.

Questo specifico termine era molto usato (e caro) a Papa Giovanni Paolo II, cui vi faceva ricorso tutte le volte che intendeva sottolineare il perdono che doveva essere richiesto per le colpe perpetrate nei confronti degli Ebrei.

TISHA’ BE AV: nove di av. Giorno di digiuno in commemorazione delle distruzioni del primo e del secondo tempio di Gerusalemme, avvenute l’una nel 587-586 a.e.v. e l’altra nel 70 e.v., Esso ricorre nel nono giorno del mese di AV. Questo è un giorno di particolare digiuno. Si comincia a digiunare già al tramonto dell’otto di Av (la vigilia), e nella sinagoga viene letto il testo del libro delle “Lamentazioni”. Questo particolare evento viene ricordato regolarmente dagli ebrei. Durante gli ultimi decenni gli ebrei si recano a pregare presso il muro del pianto.

TORAH: insegnamento, legge. È la legge data da Dio a Mosè sul monte Sinai. La Torà scritta consiste nei primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco): Bereshìt (in principio) Genesi; Shemòt lett. Nomi Esodo; Vayikrà e [D-o] chiamò Levitico; Bemidbar lett. nel deserto Numeri; Debarim lett. parole Deuteronomio.

La Torà orale è la tradizione dei maestri raccolta nelle opere della letteratura rabbinica e mai conclusa.

TZITZIT. Plurale: tzitziot. Fiocco o frangia che, secondo il comando di Numeri 15,37-41, si porta attaccato ai quattro angoli del tallit o a uno scapolare (tallit qatan). Queste lunghe frange sono fatte con la seta, con il lino o la lana se il Tallit è di lino o di lana. Sono quattro fili doppi e annodati, uno è azzurro o viola; ricordano le quattro lettere del Nome Santo di Dio, il sacro tetragramma [troppo sacro per essere pronunciato. NdR] .

YIDDISCH. Lingua parlata dalla maggioranza degli ebrei ashkenaziti (di origine tedesca). Nel suo stadio più antico è una varietà del Mittelhochdeutsch [alto tedesco del Centro Europa. Cioè “buon tedesco”, sia scritto sia parlato. NdR], con elementi lessicali ebraici, slavi e neolatini e viene scritto in caratteri ebraici [caratteristica più unica che rara nella scrittura delle lingue. NdR].

YOM KIPPUR: giorno dell’espiazione. Giorno di digiuno e di preghiera per la espiazione e il perdono delle colpe, celebrato il 10 del mese di tishrì. In questa sola occasione il sommo sacerdote nel tempio pronunciava il nome di Dio all’interno del Santo dei santi. Attualmente in sinagoga la celebrazione prevede una solenne confessione dei peccati e il suono dello shofar.

 

Bibliografia

[1] G. Korn- Ebraismo: i valori, l’universalismo, la sua divulgazione- (nel Blog)

[2] C. Augias, M. Pesce – Inchiesta su Gesù – Mondatori

[3] G. Korn- Gli Ebrei alla luce del Corano – (nel Blog)

 

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The “deicide” denied by the same Gospels

9 12 2007

FOREWORD

This work springs from hope for a better world in which all people can enjoy equal freedom and opportunity. The hope, in order to grow, however, the first needs that its seed is planted.

Fighting to counter one of the most odious ignominies of humanity, anti-Semitism, which for centuries has brought immense suffering to the Hebrew people, is the very reason for this hope.

Equal value is to oppose all forms of racial discrimination.

You can read the full assay in: 

The “deicide” denied by the Gospels (pdf 1000 kb)

https://giacomokorn.wordpress.com/