IL PAPATO E GLI EBREI

22 01 2010

DOPO IL CONCILIO VATICANO II

Il cammino della Speranza

 

Prosegue nel nuovo articolo IL VATICANO E GLI EBREI

 

Questo scritto fa seguito al saggio [1] da me edito nel 2006, al quale rimando chi volesse approfondire argomenti sui quali, in questo lavoro, faccio solo un breve cenno per non ripetermi.

Il  saggio non tratta l’antisemitismo, ma vuole rappresentare il contributo personale (una goccia in un oceano)  che intendo dare per combattere questo “cancro dell’umanità”.

Quale futuro senza memoria?

 

PRESENTAZIONE

La conclusione del Concilio Vaticano II (7.12.1965) ha stabilito, nella storia veramente  travagliata dei rapporti tra ebraismo e cattolicesimo, un netto spartiacque.

Quasi in analogia all’avvento di Gesù, che ha diviso la Storia dell’umanità in un ben definito avanti e post Era Volgare.

Fino a questa importante data (conclusione del Concilio), vale a dire per quasi duemila anni dalla nascita del cristianesimo, si sprecarono le vessazioni, le persecuzioni, gli atti ostili che spesso e volentieri si trasformavano in veri e propri eccidi, anche di massa, contro chi aveva la sola colpa di professare la religione israelitica.

Non ho alcuna intenzione di ripetermi su quanto ampiamente argomentato in [1] a riguardo dell’antisemitismo di matrice religiosa e delle sue nefande conseguenze.

Due, principalmente, le accuse rivolte agli Ebrei, a partire dai tempi di Gesù per arrivare a quelli moderni: la calunnia del “deicidio” e, conseguente, quella della “maledizione divina”. Tanto orrende e devastanti le stesse, da provocare direttamente uccisioni di massa durate per secoli e, indirettamente, quanto la storia recente ci ha tristemente lasciato in eredità.

Si avrà modo di vedere, in seguito, più nel dettaglio ciò che ha rappresentato il Concilio nei rapporti tra cristianesimo ed ebraismo.  

Nell’era del dopo-Concilio, le relazioni tra il Papato e gli Ebrei sono state molto simili ad una strada fatta prima di discese, e poi di salite. Ma (almeno così si spera) essa rappresenta ormai un percorso unidirezionale,  quale quello del tempo (sempre in avanti, impossibile fermarlo). Un cammino analogo a quello di ogni vita umana.

Il cammino della Speranza.

Proprio riflettendo su tutto ciò, intendo elaborare un saggio (non certamente un trattato) che sia esaustivo ma, nello stesso tempo, sintetico. Un lavoro soprattutto organico, in grado cioè di offrire un quadro “unico”, non frammentato della storia del post-Concilio, di fatto appena iniziata. Valutando gli aspetti positivi, ma anche gli “intoppi” che, lungo questo cammino, si sono manifestati. Questi ultimi, a mio avviso, possono tuttavia trasformarsi in uno stimolo per superarli e proseguire ancora con maggior lena lungo la strada del Dialogo.

Tuttavia, prima di iniziare il lavoro, mi sembrano opportune alcune puntualizzazioni.

Innanzitutto, perché ho scelto di parlare di pontificato e non di Cristianesimo in generale, o di Chiesa in particolare? Tutta la cristianità, e non solo la Chiesa cattolica, fu da sempre impregnata di un feroce e “convinto” antisemitismo, di vero “astio” nei confronti degli ebrei. Sfociato in vessazioni, insegnamento del “disprezzo”, persecuzioni contro gli stessi, Inquisizione, pogrom, ecc. Basti, ad esempio, ricordare cosa rappresentarono in tal senso il disumano antisemitismo di Martin Lutero e, quello non certamente tenero, di  Giovanni Calvino.

Ciò è, tra l’altro, addebitabile al fatto che una lettura letterale, piuttosto che sapienziale,  delle proprie scritture può alimentare avversione verso gli altri, con tutto quello che ne può conseguire.  

Dopo la Shoà, si potè assistere ad un “ravvedimento” di buona parte delle confessioni cristiane, compresa quella cattolica ed ortodossa.

In secondo luogo,  perchè intendo esaminare il comportamento della Chiesa cattolica e, nello specifico, il Papato? Poiché essa è ben rappresentata nella sua totalità proprio dal Pontefice (il successore di Pietro), gerarchizzata al massimo, presente in ogni parte del mondo, e parlante con una sola voce.

Ritengo anche utile spendere due parole sul Revisionismo storico,  che oggi va tanto di moda. Da parte di alcuni  personaggi (ai quali negli ultimi anni si è pure aggiunto uno Stato non solo sovrano, ma anche membro dell’ONU), che si auto-definiscono storici [?], viene propugnato il “negazionismo”. Essi, cioè, negano che sia mai stata progettata e, men che meno, attuata (ma, grazie al Cielo, non portata a pieno compimento) soluzione finale nel confronto degli Ebrei (la Shoà). Di conseguenza, costituisce un’eresia il solo accennare all’esistenza dei campi di concentramento  (i Lager nazisti) e dei forni crematori. Sono tutte frottole, fandonie, invenzioni.

Rimango, a tal punto, semplicemente esterrefatto. Si arriva ad avere la spudoratezza di negare addirittura l’evidenza di quanto “provato” a livello mondiale, tramite resoconti di prima mano da parte di chi ha partecipato alla liberazione dei campi di concentramento (tuttora visibili), attraverso filmati, interviste, foto e quant’altro dei sopravvissuti. Lo si nega spudoratamente. Ne deduco, allora, che si possa smentire e stravolgere non solo la preistoria (che documentazione abbiamo a suo supporto?), ma anche la stessa Storia, “raccontata” prima verbalmente e, solo successivamente, per iscritto. Senza neppure l’appoggio di documentazione, di immagini fotografiche, né tantomeno di riprese filmate. E che dire (a riprova) della mancanza  dei  “sopravvissuti” di quei tempi (comprendendo, tra questi, sia  Gesù sia Maometto)?

Ma allora che cosa abbiamo, fin qui, studiato ed imparato dai libri di scuola?

E  sì, poiché oggi è diffuso il timore che, quando non ci saranno più i sopravvissuti della Shoà (nel mondo manca oramai poco, essendo trascorsi già troppi anni da allora), verrà a mancare la “documentazione vivente”, a riprova di questa immane tragedia umana, di chi ha vissuto sulla propria pelle ciò che ha rappresentato ed attuato il  nazismo.

Che assurdità!

Tuttavia, affinchè tutte le generazioni future possano ricordare l’immane tragedia generata dal nazismo, è stato raccolto un immenso volume di documentazioni in proposito. Non solo Israele, ma anche molti altri Stati, dispongono di testimonianze di sopravvissuti, documentazione scritta, fotografica, filmata su quanto è accaduto nei campi di sterminio  (termine più appropriato di concentramento). Attestati sempre in via di integrazione.

Primo Levi “parla e racconta” attraverso i suoi libri come se fosse ancora presente. Egli “vive” nel ricordo che di lui ha tutta l’umanità. 

A me non risulta che la Storia (quella con la esse maiuscola) si sia mai basata sui sopravvissuti in grado di raccontarla. Non c’è, dunque, qualcosa che “non quadra”?  

Se si nega l’evidenza, i documentari, i filmati, le foto e i racconti dei “salvatori”, quelli dei sopravvissuti, allora di che si parla?

E, per finire, una personale riflessione proprio sull’argomento in discussione: il tema stesso del saggio, che riguarda, in definitiva, quello che va sotto la dizione Dialogo Interreligioso.

E’ vero che Ebraismo e Cristianesimo (ma anche Islamismo) hanno radici comuni. E’ innegabile. Ma è altrettanto vero che, lo si voglia o no, le due Fedi sono teologicamente inconciliabili.  Ma è normale. Altrimenti non esisterebbe né il Cattolicesimo né l’Ebraismo (e neppure le altre confessioni Cristiane). Il sincretismo non è mai stato (a mio avviso, giustamente) mai ricercato né voluto. Mi conforta, in questo mio convincimento, un altro studioso delle religioni [2].

Ma proprio partendo da queste evidenti, connaturate diversità, e accettandole come “dono” divino, è possibile adoperarsi per  far sì che le Religioni, anziché fomentatrici di odio, di guerre, di spargimenti di sangue innocente, divengano sollecitatrici di Pace. Quella vera, però, e non la mors tua, vita mea. Si può e si deve perseguire proprio questo, attraverso il dialogo interreligioso.

Esso  è come un’automobile, costruita e già in movimento, la quale, per continuare il viaggio, ha però bisogno di essere sempre rifornita di carburante, e che i “guidatori” non facciano troppo uso del freno. 

Che le Fedi possano trasformarsi in Religioni per la Pace.

Mi propongo, dunque, di elaborare un’analisi dettagliata, una “cronistoria” organica  e ragionata (laddove possibile) sulla tematica in argomento, guardando con ottimismo al futuro. Perché il presente rappresenta le radici del tempo che verrà. Che sarà come noi lo progetteremo, e saremo determinati a costruirlo. Nulla di quanto l’uomo, la persona, può fare è predestinato. Il futuro è nelle nostre mani.

Personalmente  non sono affatto fatalista, non credo nell’astrologia, né tantomeno negli oroscopi. Il futuro non si può prevedere, ma lo si può creare.

Solo che lo si voglia.

 

IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

Gli accadimenti significativi che segnarono pesantemente i rapporti tra cristianesimo ed ebraismo sono stati da me trattati in [1]. Ad esso rimando gli eventuali interessati.

I Documenti conciliari sono formati da 4 Costituzioni, 9 Decreti, 3 Dichiarazioni.

Facciamo, allora, una breve cronistoria di come si è giunti ad indire questo Concilio [3], le cui risultanze hanno drasticamente mutato,  si potrebbe dire addirittura “stravolto” in positivo, l’approccio tra le due fedi monoteistiche.

Per una migliore comprensione della portata che questo Documento del Cattolicesimo ha rappresentato, allora come ora, è bene tuttavia fare un passo indietro.

Alla figura di Papa Giovanni XXIII (Angelo Roncalli, nato a Sotto il Monte [BG], il 25.11.1881, morto il 3.06.1963). Ebbi a definire, nello scritto citato, geniale questo Pontefice (analogamente a Papa Wojtyla). Lo riconfermo oggi. Egli, infatti, con tutti i suoi concreti atti, “rivoluzionò” letteralmente l’approccio tra Ebrei e Cristiani.

Salì al soglio pontificio il 28.10.1958, succedendo a Pio XII (Eugenio Pacelli, nato a Roma il 2.03.1876 e morto il 9.10.1958).

La straordinarietà di questo Vicario di Cristo fu evidenziata lungo tutto l’arco della sua vita, da semplice prete fino ad arrivare a Pontefice. Solo per analizzare la storia più recente, appare significativo ricordare la benedizione che Giovanni XXIII impartì agli ebrei che erano appena usciti dalla Sinagoga.

Una benedizione ai Giudei? Nessun Papa aveva mai osato tanto!

E ancora. Durante la liturgia solenne del Venerdì Santo precedente la Pasqua del 1959, Papa Roncalli, senza alcun preavviso, diede ordine di cancellare dalla tristemente (per gli ebrei) nota preghiera Pro perfidis Judaeis, che veniva recitata proprio in quel giorno, il penoso aggettivo che qualificava come “perfidi” gli Ebrei. Questo gesto commosse profondamente tutta l’opinione pubblica israelitica, suscitando, nel contempo, molte speranze.

Ma, ritornando al Concilio, fu proprio questa abolizione dalla preghiera pasquale, che indusse Jules Isaac, insigne studioso ebreo, [4] [5] a chiedere un’udienza a Giovanni XXIII. Gli venne accordata il 13.06.1960. In questa occasione il Prof. Isaac consegnò al Pontefice un documento, il cui contenuto si può sintetizzare nel modo seguente.

Nei rapporti con gli Ebrei viene tuttora promosso dalla Chiesa un disgustoso “insegnamento del disprezzo” che, nella sua essenza, è anticristiano.

E’ certo, per testimonianza diretta di Mons. Loris Francesco Capovilla , segretario personale del Papa, che quello fu il giorno in cui il Pontefice decise che il Concilio Ecumenico Vaticano II, dovesse occuparsi anche della questione ebraica e dell’antisemitismo (punto 4 della futura Dichiarazione Nostra Aetate).

Questo fu certamente, per l’ebraismo,  il capolavoro in assoluto di Giovanni XXIII, in ordine al riavvicinamento tra le due fedi monoteistiche.

Ecco, sinteticamente, la cronistoria (alquanto travagliata) ed i passi che hanno accompagnato il cammino del Concilio Ecumenico Vaticano II, pietra basilare anche per il Cattolicesimo.

Il Concilio Ecumenico Vaticano Primo fu il ventesimo concilio ecumenico, ovvero una riunione di tutti i vescovi del mondo per discutere di argomenti riguardanti la vita della Chiesa cattolica. Fu convocato da Papa Pio IX con la bolla Aeterni Patris del 29 giugno 1868.

Il secondo di questi Sinodi, quello in argomento, fu indetto nella Basilica di San Paolo da Giovanni XXIII il 25.01.1959, a soli tre mesi dalla sua elezione.

Il 16 maggio dello  stesso anno venne insediata una apposita Commissione antipreparatoria.

Il 25.12.61 il Pontefice licenziò il documento con cui convocava ufficialmente il Concilio.

Il 2.02.1962 Papa Roncalli promulgò infine il motu proprio “Consilium”, con il quale stabiliva il giorno di apertura dello stesso.

In base a questa decisione, il Concilio fu infatti aperto ufficialmente l’11.10.1962 con cerimonia solenne all’interno della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Dopo la morte, avvenuta nel 1963, di questo impareggiabile Pontefice, la ritrosia di alcuni Vescovi conservatori nel continuare le discussioni spinse gli stessi a ritenere opportuna la sospensione dei lavori attinenti al Concilio.

L’elezione al Soglio pontificio di Papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini, nato a Roma il 26.09.1897 e morto il 6.08.1978) avvenne il 21 giugno 1963. Nel suo primo radiomessaggio (22.06.1963), egli parlò della continuazione del Concilio come dell’”opera principale” e della “parte preminente” del suo pontificato, facendo così propria la volontà del suo predecessore.

Considerando tutti i precedenti,  nonché le numerose (e potenti) resistenze all’interno stesso dei Padri conciliari, viene proprio da pensare che certe scelte siano supportate direttamente dal “Signore”.

Il Concilio venne ufficialmente chiuso il 7.12.1965 nella Basilica Vaticana. Fu “licenziato” con 1763 voti a favore e 250 contrari. Un numero niente affatto trascurabile, per la verità!. Significa che oltre il 12% dei Padri conciliari “osteggiarono” la sostanza del Concilio.

A tal punto però, mi sembra poco corretto trascurare il ruolo che, dall’inizio fino alla definitiva stesura dei Documenti, ebbe all’interno dei Padri Conciliari il Cardinale Agostino Bea (nato il 28.05.1881, morto il 16.11.1968). Gli Ebrei devono molto a questo porporato, tenace quanto non mai.

In data 18.09.1960, Papa Roncalli affidò proprio a lui l’incarico per le relazioni con l’Ebraismo. Il Card. Bea fu il vero tenacissimo protagonista, non solo del documento sull’unità dei cristiani, ma anche e soprattutto della stesura della Dichiarazione 4 Nostra Aetate.

Non ho alcuna intenzione di ripetermi su ciò che scrissi in proposito in [1], anche per evitare di annoiare inutilmente chi legge. Voglio solo sottolineare l’immane fatica ed i numerosissimi intoppi che l’instancabile Card. Bea dovette superare. E dargliene atto, giustamente.

Spesso e volentieri, per appianargli la strada, dovette addirittura intervenire personalmente Papa Giovanni XXIII.

A puro titolo esemplificativo, riporto unicamente un mio passo.

Le vere resistenze derivavano, oltre che da una forte opposizione da parte degli stati Arabi (con conseguente timore dei cristiani per ritorsioni nei loro confronti), anche da una “minoranza”, peraltro ben agguerrita e rappresentativa, che si trovava sia dentro sia al di fuori del Concilio. Essa si dava alacremente da fare divulgando scritti critici e tendenziosi, tanto sulla persona stessa del Card. Bea, quanto sullo “schema” da lui distribuito ai membri del Concilio e predisposto per la redazione definitiva.

 

Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”

Significa “Nel nostro tempo” e fa parte della Dichiarazione “Sulle relazioni con le religioni non cristiane”, n.4 Ebraismo. 

Analizziamo, molto sinteticamente, il contenuto del testo di questo importante Documento, rimandando ad [1] gli eventuali approfondimenti.

Viene innanzitutto affermato il vincolo spirituale che lega intrinsecamente la Chiesa cattolica agli Israeliti. Dopo aver riconosciuto il grande patrimonio spirituale comune ai cristiani e agli ebrei, essa ricorda anche che dal Popolo ebraico sono nati gli Apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, così come quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo. Si passa, quindi, ad affermare quanto segue:

(omissis) gli Ebrei non devono essere presentati  come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.

Dalla lettura del testo originale [6], si può tuttavia rilevare come sia stata abolita del tutto la frase che, nella prima elaborazione, scagionava esplicitamente gli Ebrei dalla accusa specifica di “deicidio”. Vale a dire che la condanna esplicita dell’antisemitismo è stata sostituita da una più semplice e blanda deplorazione dello stesso. Evidente la differenza!

Una volta di più si comprende quali “scogli” (un eufemismo) abbia dovuto superare il Card. Bea per mantenere ciò che lo stesso Papa Giovanni XXIII gradiva conseguire.

Solo confrontando il testo finale della Dichiarazione Conciliare (comunque alquanto  distante dal progetto originale) con le cento e più Bolle papali emanate contro gli Ebrei, con le decisioni prese dai vari Concili succedutisi tra il VI e il XIX secolo, nonché con le “disposizioni” vessatorie messe in atto da numerosi Pontefici, è possibile valutare positivamente questo documento nella prospettiva della storia cristiana.

A mio avviso si può concludere questo capitolo avendo la netta percezione che il Concilio Vaticano II abbia, in ogni caso, segnato una storica, epocale svolta nei rapporti tra cristiani ed ebrei.

Una “partenza” di un cammino difficile, che potrà presentarsi talvolta tormentato ma, personalmente ne sono convinto, comunque irreversibile.

 

I PONTIFICATI POST- CONCILIO

In questo capitolo desidero parlare solo di quegli interventi dei Pontefici che, dopo il Concilio, hanno avuto riflessi significativi sui rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo.

Preferisco rimandare (eventualmente) in appendice l’approfondimento di quei temi che rivestono una particolare importanza su quanto in argomento.

Uno di questi atterrà, molto probabilmente, alla questione riguardante Mons. Lefebvre e la Fraternità Sacerdotale San Pio X (nota anche con il nome di  Confraternità). Allo scopo di mantenere viva la tradizione liturgica di San Pio V, e più in generale la tradizione della Chiesa, Marcel Lefebvre fonda questa Comunità ad Econe, in Svizzera, il 7 ottobre 1970.  Questa decisione di Lefebvre faceva seguito alla sua  ribellione alla frettolosa attuazione delle riforme conciliari. Mons. Lefebvre, infatti, annunciò ai suoi seminaristi il rifiuto di accettare quanto deliberato dal Concilio Ecumenico Vaticano II. In seguito egli ne annunciò il rigetto totale, definendo questo importante Documento della chiesa cattolica “Il colpo da maestro di Satana”.

Una precisazione mi pare opportuna, per comprendere meglio la “ideologia” su cui poggia   questa Confraternità. Essa si rifà completamente alla tradizione liturgica di San Pio V. Questi è il papa ideatore fra l’altro, il 12 luglio 1555 attraverso l’enciclica “Cum nimis absurdum” (cioè, quando il troppo [leggasi Ebrei] è inopportuno) del “Ghetto ebraico in  Roma” che, come si vede, non è stata un’innovazione nazista. Nella stessa Enciclica, non bastando questo, vennero  imposte altre severe misure nei confronti della comunità ebraica.

Di quanti santi, come questi, è “affollata” la Chiesa cattolica?

Quello dei Lefebvriani è quindi, come si può ben intuire, un argomento complesso, di portata mondiale, spinoso che, in modo diretto, ha coinvolto (e, ad oggi, febbraio 2010, la “faccenda è tutt’altro che conclusa) ben tre pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI.

Non “stralciare” tale tematica dal corpo centrale di questo lavoro, comporterebbe non solo un inutile appesantimento della lettura, ma anche lo sviare dagli obiettivi che mi sono imposto di perseguire: esaustività, sinteticità, organicità.

 

Papa Paolo VI

Paolo VI  va innanzitutto ricordato come il Pontefice che “sostenne”, e riuscì a concludere, il Concilio Ecumenico Vaticano II. Il 29.04.1965 venne pubblicata la sua lettera enciclica “Mense Maio”, con la quale invitava a pregare la Madonna per il felice esito del Concilio e per la pace nel mondo. A riguardo del Concilio, ecco cosa scrisse testualmente ”E’ la grande ora di Dio nella vita della Chiesa e nella storia del mondo”. 

Fu il primo Pontefice a viaggiare in aereo, nonché il primo ad effettuare un Pellegrinaggio in Terra Santa nel 1964. Visitò, in tale occasione, anche Israele [allora non erano ancora state allacciate le Relazioni diplomatiche tra i due Stati], incontrando, il 5.01.1964 il Presidente di questa Nazione, Salman Shazar.  

Il 15 gennaio 1973 il primo ministro israeliano Golda Meir venne ricevuto in Vaticano. L’udienza fu considerata un evento ”storico” e fuin effetti la prima volta che un capo di governo israeliano veniva ricevuto da un Pontefice. L’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali contribuì a rendere elevato l’interesse per l’avvenimento, ma occorre ricordare che nel 1964 con la precedente visita di Paolo VI, la S. Sede aveva già operato una sorta di riconoscimento de facto dello Stato di Israele. L’incontro, richiesto dalla stessa Golda Meir, fu accettato di buon grado dalla Santa Sede, desiderosa di trovare un accordo con le autorità israeliane per regolare la questione dei Luoghi Santi e la situazione della comunità cattolica palestinese.

Nel luglio 1976  Marcel Lefebvre venne sospeso a divinis da papa Paolo VI (ovvero gli fu imposto il divieto di celebrare i sacramenti usando i nuovi riti), poiché, a seguito di un incontro con questo Pontefice nel settembre dello stesso anno, aveva rifiutato di sottomettervisi per motivi di coscienza.

Questi sono i principali eventi che hanno sottolineato il contributo tangibile di Papa Montini in ordine al riavvicinamento dell’ebraismo al cristianesimo, in generale, ed al cattolicesimo nello specifico.

Per volere di papa Giovanni Paolo II, l’11 maggio 1993, il cardinale Camillo Ruini, Vicario per la Città di Roma, ha aperto il processo diocesano per la causa di Beatificazione di papa Paolo VI.

 

Papa Giovanni Paolo I

Alla morte di quest’ultimo Pontefice (6.08.1978), gli succedette, il 26.08.1978, Albino Luciani (nato a Canale d’Agordo [BL] il 17.10.1912 e morto il 28.09.1978), il quale prese il nome di Papa Giovanni Paolo I (in onore dei suoi due predecessori). Il suo pontificato fu brevissimo (di soli 33 giorni). Purtuttavia, anche Papa Luciani ebbe il tempo di dare il proprio personale contributo positivo lungo il cammino di riconciliazione con l’ebraismo.

Sembra addirittura [7] che egli fosse deciso a spingersi ancora oltre a quanto proposto dallo stesso Concilio Vaticano II. Avrebbe, infatti, detto ad un sacerdote suo amico.

“Ci sono voluti i campi di sterminio per ridestare la coscienza dell’umanità e dei cristiani verso gli ebrei. L’Olocausto è anche un fatto religioso. Gli ebrei sono stati uccisi anche per la loro religione. Il pensiero e l’atteggiamento della Chiesa sono profondamente cambiati nei confronti degli Ebrei. Noi dobbiamo illuminare i cristiani e spronare preti e vescovi a parlare chiaramente e apertamente. Noi cristiani abbiamo ancora molto da imparare dai fatti e dalla storia del popolo ebraico. Dobbiamo togliere al venerdì Santo il significato di memoria contro gli ebrei, che durò per quasi duemila anni (e lo rileva un Pontefice!). Papa Giovanni XXIII lo ha già fatto, ma occorre fare di più. Non dimentichiamo che queste due parole “Venerdì Santo” suonano ancora oggi nella mente dei vecchi ebrei, sparsi nel mondo, come un triste ricordo, a volte tragico, per i fatti che accadevano contro le loro comunità”.

Parole pesanti come macigni, ma  colme di ottimismo e di speranza. E quale grandezza d’animo, quale insegnamento importante per molti cristiani.  

 

BIBLIOGRAFIA

[1] G. Korn – Il “deicidio” smentito dagli stessi Vangeli – Morashà, 2006

[2] C. Della Valle – Sul dialogo interreligioso (Blog nei miei links)

[3] Wikipedia, l’enciclopedia libera 

[4] J. Isaac – Verità e mito (titolo originale: L’insegnamento del disprezzo) – Carabba, 1963

[5] J. Isaac- Gesù e Israele- Marietti, 2001 

[6] Wikipedia- Concilio Vaticano

 [7] S. Romano – Lettera a un amico ebreo – Longanesi, 1997

 

In elaborazione





GESU’ CRISTO Ebreo osservante e praticante. Lo dicono i Vangeli.

2 10 2007

 

 

 

 

English translation 

 

PRESENTAZIONE

Prima di sviluppare un qualsivoglia lavoro, mi pongo sempre alcune domande alle quali devo dare risposta, salvo la rinuncia ad intraprendere lo stesso.

Innanzitutto, che cosa voglio dire o che messaggio intendo inviare.

Riguardo al tema in argomento, la risposta è racchiusa nel titolo stesso del saggio che mi accingo ad elaborare: Gesù è nato, cresciuto, morto (nella Persona corporea) da Ebreo. Questo ci tramandano da oltre 2000 anni i Vangeli canonici, sul contenuto dei quali intendo sviluppare quasi esclusivamente questo lavoro. Eventuali integrazioni saranno utilizzate solo attraverso testimonianze storiche consolidate, o tratte da studi totalmente attendibili.

Dopo di ciò, mi chiedo se lo scritto possa sollecitare un qualche interesse.

In proposito, ritengo che l’utilità di questo lavoro possa essere ricercata soprattutto nel fatto che, chiarendo varie cose, si potrebbero eliminare molti preconcetti che entrambe le religioni hanno spesso l’una dell’altra. E’ questo anche un modo per contribuire a conoscersi meglio, superando diffidenze troppo datate nel tempo.

Sono ben conscio del fatto che su tale argomento sono stati prodotti numerosi (e certamente più autorevoli) lavori. Sono anche consapevole di non dire nulla di nuovo, né svelare alcun mistero. Ritengo valga la pena di insistere su questo argomento che per oltre due millenni la religione cristiana ha “volutamente” evitato di trattare, e che gli Ebrei non hanno voluto prendere nella dovuta considerazione. Ma, soprattutto, ritengo doveroso riproporre ancora una volta la “verità” tratta dai Vangeli canonici la quale ci svela che Gesù (durante la sua vita terrena) è stato né più né meno che un “Ebreo osservante”.

E’ importante insistere su questa “scoperta dell’acqua calda” in un momento storico che vede “personaggi di cultura” andare ben al di là dell’”appropriazione” di tutta la storicità dell’ebraismo biblico che fin dal suo nascere il cristianesimo ha messo in atto. Intendo riferirmi a quello che chiamo “negazionismo religioso” posto in essere da qualcuno che spudoratamente intende addirittura dimostrare (?!) che l’ebraismo, in quanto tale, non è mai esistito, dal momento che quanto si racconta dello stesso (a partire da Abramo, per intenderci) altro non è se non “cristianesimo” (!!).

Sull’assurdità di una tale tesi non vale neanche la pena di spendere qualche parola per smontarla alla radice.

Ma se ad essa si aggiungono gli “sforzi” che molti “revisionisti” (leggasi: denigrazione della religione ebraica, mascherandola spesso e volentieri da “antisionismio”) ancor oggi assai attivi mettono in campo per buttare benzina sulla deriva antisemita, si può notare come tutto ciò sia oltremodo pericoloso per far rinascere “fantasmi” che si sperava andassero pian piano scomparendo.

Sono questi i principali motivi per cui ritengo che il lavoro che mi accingo a svolgere possa essere di una qualche utilità.

Bisogna, però, verificare anche a chi possa esserlo.

Nello specifico ritengo che il saggio possa interessare sia Cristiani sia Ebrei.

I primi, perché così potranno rendersi conto di quanti preconcetti e pre-giudizi nei confronti degli ebrei siano del tutto “fuori luogo”, in primo luogo perché il Signore in cui credono, Gesù Cristo, è egli stesso stato un Ebreo (Giudeo o semita, che dir si voglia).

Il Cristianesimo, come Religione, è nato dopo la Sua morte fisica a seguito della Resurrezione (a cui, non lo si dimentichi, credono- liberamente e giustamente – i Cristiani, ma non gli Ebrei né gli Islamici).

I secondi, perché si rendano conto che Gesù è stato un Grande ebreo.

Desidero, a tal punto, unicamente proporre un saggio che, sull’argomento specifico, sia organico, esautivo ancorché sintetico e, soprattutto, comprensibile a tutti.

Mi propongo che anche questo, come altri miei lavori che l’hanno preceduto [ 1 ] [ 2 ], non debba essere rivolto a specialisti o addetti ai lavori, ma abbia un carattere prettamente divulgativo.

Le note che seguono traggono il primo alimento dalla curiosità che mi ha sempre spinto a leggere le sacre Scritture delle altre grandi religioni, al fine di “andare a vedere” che cosa esse dicano a riguardo dell’ebraismo in generale e degli ebrei in particolare.

Sono fermamente convinto che solo il dialogo interreligioso sia in grado di arginare la preoccupante deriva del fondamentalismo religioso. La guerra in nome di Dio è una “bestemmia” nei Suoi confronti. A ciò va aggiunto che è pure un’assurdità parlare (da parte di rappresentanti di religioni monoteistiche) di un “mio o nostro Dio” (ovviamente contrapponendolo al “vostro”). Ma ci si rende conto di una tale irrazionalità?

In ultimo, mi propongo di dar corpo a questo saggio “ribaltando” una consuetudine abbastanza consolidata: farlo sulla base di “proprie” convinzioni o indottrinamenti religiosi. Non intendo attuarlo, quindi, sulla base di come un ebreo possa “vedere” Gesù alla luce della religione ebraica, ma come non può non vederlo un cristiano che legga i suoi Testi Sacri per eccellenza, i Vangeli, con animo puro e scevro da preconcetti millenari.

COME E DOVE PREGA 

Per la presente analisi, ci rifaremo esclusivamente alle preghiere contenute nei Vangeli canonici. Per quanto concerne come Gesù presumibilmente pregava tenuto conto, oltre che di questi testi sacri, del contesto storico sociale in cui egli è vissuto, si rimandano gli interessati a scritti più approfonditi in tal senso, e specialmente a quelli di R. Aron, R. Calimani, C. Augias (si veda Bibliografia).

E’ sempre possibile, attraverso una lettura ed uno studio minuzioso dei Vangeli, ricercare per ogni preghiera in esame tutti i legami che la riconducono alle influenze rabbiniche: nella forma, nella sostanza, nella dialettica.

In questa ricerca si intende procedere seguendo sia la successione canonica dei Vangeli (Matteo, Marco, Luca, Giovanni), sia il susseguirsi temporale che gli stessi espongono nel loro racconto.

Numerose sono le preghiere e le “benedizioni” (in ebraico: Berachot) che si incontrano all’interno dei Vangeli.

Da una loro attenta lettura, scaturisce immediata una constatazione di fondo: la preghiera fu un elemento fondamentale nella vita di Gesù.

Andiamo a leggere questi Testi Sacri.

Vangelo secondo Matteo

In questo Vangelo, il primo incontro con “la preghiera” da parte di Gesù lo si ritrova quando egli stesso insegna come pregare.

6,6 Ma tu, quando vuoi pregare, entra nella tua camera e, serratone l’uscio, prega il Padre tuo che sta nel segreto, e il Padre tuo che vede nel segreto te ne darà la ricompensa.

Nei passi successivi Gesù esorta i discepoli ed insegna loro come rivolgersi a Dio.

6,7-9 Pregando, poi, non sprecate parole come i gentili i quali credono di essere esauditi per la loro verbosità. Non vi fate simili a loro, poiché il Padre vostro conosce le vostre necessità ancor prima che gliene facciate richiesta.

6,9-13 Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo Nome, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. E’ questo, né più né meno, che il Padre Nostro (Pater Noster), la Preghiera per antonomasia del Cristianesimo. In essa, come si può vedere, Gesù esorta esclusivamente a rivolgersi al Padre.

Questa preghiera si ritrova anche, in forma più sintetica, nel Vangelo di Luca. La Chiesa primitiva optò per il testo di Matteo, più articolato e tutt’ora in uso.
Il Pater Noster è analogo alla preghiera ebraica del Kaddish (ringraziamento e santificazione del Nome del Signore. Viene ripetuta più volte durante molte preghiere ebraiche, ed anche per la commemorazione dei defunti).

Mi riproponevo di approfondire, all’interno di uno specifico capitolo, alcuni richiami particolari (quali, ad esempio, il Pater Noster).

Mi sono, però, reso conto che, così facendo, avrei appesantito inutilmente il lavoro.

Per tale motivo, riandando proprio al Padre Nostro, invece che sviluppare una mia personale argomentazione, ritengo più opportuno riportare testualmente quanto viene detto in [10].

La preghiera detta Padre Nostro non è una completa invenzione, è modellata sul Kaddish, una bellissima preghiera ebraica antica che si apre parlando della santificazione del nome di Dio e dell’avvento del suo regno: “Sia magnificato e santificato il suo grande nome nel mondo che egli ha creato secondo la sua volontà. Che egli stabilisca il suo regno durante la tua vita e durante i tuoi giorni e nei giorni della casa d’Israele, che ciò avvenga presto nel tempo prossimo”.

Proseguendo nella lettura del Vangelo, si ritrova il passo relativo alla moltiplicazione dei pani.

14,19 Egli ordinò alla folla di adagiarsi sull’erba. Poi prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, recitò la preghiera di benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e questi alla folla.

14,23 Quando ebbe congedate le folle, salì sul monte, in disparte per pregare.

Si arriva al richiamo di una importantissima preghiera ebraica che, tuttavia, Gesù non ci presenta come tale, ma….

Seguiamo il racconto.

22,34-40 I farisei, saputo che Gesù aveva messo a tacere i sadducei, si radunarono insieme, e uno di loro, perito nella legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, qual è il precetto più grande della legge?” Egli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente”. Questo è il più grande e il primo dei precetti. Ma il secondo è simile ad esso. Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due precetti dipende tutta la legge e i profeti”. 

Queste parole si ritrovano, letteralmente e senza spostare una virgola, nella preghiera più importante per l’ebraismo: lo Shemà (in ebraico: ascolta).

Si arriva all’istituzione dell’Eucarestia. 

26,26-27 Mentre mangiavano, Gesù prese il pane, pronunziò la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo”. Quindi prese il calice, rese grazie e lo passò a loro dicendo “Bevetene tutti….”.

Si tratta, nè più nè meno della Berachà (in ebraico: benedizione) per il pane ed il vino che ogni ebreo fa in occasione dell’entrata dello Shabbat (Sabato). Significativa è la benedizione del vino, in quanto essa termina con l’augurio “Lechayim!” (alla vita!).  

 Si prosegue. 

 26,36   Giunto Gesù con loro nel campo chiamato Getsemani, dice ai discepoli: “Fermatevi qui, mentre io vado là a pregare”. Gesù recita per tre volte la stessa preghiera.

 La passione interiore di Gesù. 

26,39 E, scostatosi un poco, cadde con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. Però non come voglio io, ma come vuoi tu”.

 Ritroviamo, infine, un’accorata supplica che Gesù rivolge al Padre, in vista della sua morte corporea, e avente il sapore di una preghiera. 

27,45-46 Dall’ora sesta fino all’ora nona si fece buio su tutta la terra. Verso l’ora nona Gesù a gran voce gridò: “Elì, Elì, lemà sabachtanì? Cioè. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”  

Vangelo secondo Marco 

Ecco quando, per la prima volta in questo Vangelo, si incontra Gesù in preghiera.  

 1,35 La mattina dopo, molto presto, alzatosi uscì e si ritirò in un luogo solitario, ove rimase a pregare. 

La moltiplicazione dei pani.

6,40-41 Si adagiarono a gruppi regolari di cento e di cinquanta ed egli, presi i cinque pani e i due pesci, alzando gli occhi al cielo, spezzò i pani e li diede ai discepoli perché li distribuissero, quindi fece dividere anche i due pesci fra tutti.             

Questo passo è molto simile a quello di  Matteo 26,26-27, cui si rimanda per   l’annotazione.  

 Dopo di che 

 6,46  Quindi accomiatatosi da loro, se ne andò sul monte a pregare. 

Gesù teneva in grande considerazione i bambini, gli autentici “puri di spirito”. 

10,16 Quindi prendendoli [i bambini] tra le braccia, li benediceva e imponeva loro le mani.  Gesù impartisce anche raccomandazioni sul come è bene pregare con sentimento.11,24 Perciò vi dico: tutto quello che chiedete nella preghiera. Credete di averlo già ottenuto e vi sarà concesso.

11,25 -26 Quando poi state pregando, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, affinché anche il padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati. 
Anche nel Vangelo di Marco (così come in Matteo) viene richiamata la preghiera per antonomasia dell’ebraismo: lo Shemà. 

12,28-31 Allora gli si avvicinò uno scriba che li aveva sentiti discutere e, avendo visto che Gesù aveva risposto bene, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gli rispose Gesù: “Il primo è: Ascolta Israele. Il Signore nostro Dio è l’unico Signore e tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento maggiore di questo”.  

Si perviene alla cena di Pasqua, nota come l’Ultima cena.  

14,22 Mentre ancora mangiavano, egli [Gesù] prese il pane, lo benedì, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Prendete! Questo è il mio corpo” Poi prese un calice [il Sacro Graal] , lo benedì, lo diede loro e ne bevvero tutti.

Si noti la similitudine con Matteo 26,26-27.

Si tratta della Cena di Pesach (in ebraico: Passaggio) che ogni anno gli ebrei festeggiano in ricordo della fine della schiavitù in Egitto e del passaggio (appunto) del Mar Rosso. 

Al Getsemani. 

14,35-36  Quindi, portatosi un po’ più avanti, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. Diceva:” Abba, Padre! Tutto è possibile a te. Allontana da me questo calice! Tuttavia non ciò che io voglio, ma quello che tu vuoi”.

Si osservi l’analogia con Matteo 26,39.

14,38-39 Vegliate e pregate, affinchè non entriate in tentazione. Allontanatosi di nuovo, pregò ripetendo le stesse parole. 

Prima di morire sulla croce, Gesù rivolge una supplica (15,34) del tutto simile a quella in Matteo 27,45-46. 

Vangelo secondo Luca

In questo Vangelo, incontriamo per la prima volta Gesù in preghiera nel seguente passo, che fa riferimento al battesimo di Cristo da parte di Giovanni Battista. 

3,21 Tutto il popolo si faceva battezzare e fu battezzato anche Gesù. E mentre stava in preghiera, il cielo si aprì…. 

Durante le tentazioni, il diavolo promette a Gesù che, se egli si inginocchierà davanti a lui, potrà avere tutto quanto desidera.  

4,8 Gesù gli rispose: “E’ scritto: adorerai il Signore, tuo Dio, a lui solo rivolgerai tua preghiera”.

Cristo ama pregare in solitudine. 

5,16 Ma Gesù si ritirava in luoghi deserti e pregava.               

Gesù prega anche durante la sua trasfigurazione. 

 9,29 Mentre pregava, il suo volto cambiò di aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 

Significativo, al riguardo del contesto ebraico di allora (che rimane invariato a tutt’oggi, pure essendo passati oltre due millenni), il seguente passo.   

4,14-18 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato. Era sabato e, come al solito, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere [pregare]. Gli fu presentato il libro del profeta Isaia ed egli, apertolo, si imbattè nel passo in cui era scritto….

Si richiama esplicitamente la chiamata al Sefer (in ebraico: libro) degli uomini in occasione dello Shabbat  (per la religione ebraica è considerato tale un ragazzo che abbia superato i 13 anni, conseguendo così la maturità religiosa [in ebraico:  barmitvà]).

4,20  Poi, arrotolato il volume, lo restituì al servitore e si sedette.

Come si fa ancora oggi quando, appunto, si è “chiamati al Sefer per la lettura di un passo della Torah. Il Sefer si presenta come un grosso volume – Sacro- che si srotola (per l’appunto) a mano a mano che si susseguono le letture dei chiamati al Sefer. 

Si arriva alla scelta degli Apostoli da parte di Gesù. 

6,12 In quei giorni Gesù se ne andò sul monte a pregare e trascorse la notte pregando Dio. 

Analogamente che in Matteo e in Marco, anche in Luca si richiamano le parole dello Shemà, la “preghiera” dell’ebraismo. E’ molto significativo che ciò ci venga riportato da tutti e tre i Vangeli sinottici. 

10,25-28 Un dottore della legge, volendo metterlo alla prova, si alzò e disse: “Maestro che cosa devo fare per avere la vita eterna?” Gesù rispose: “Che cosa sta scritto nella legge? Che cosa vi leggi?” Quell’uomo disse: “Ama il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo come te stesso”. Gesù gli disse: “Hai risposto bene; fa questo e vivrai”.  

 Ecco di seguito la versione del Pater Noster secondo Luca. 

 11,1-2  Un giorno Gesù andò in un luogo a pregare. Quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Allora Gesù disse: “Quando pregate, dite così:  

 11,2-4  “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno. Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano; perdona a noi i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non farci entrare in tentazione”. 

Vangelo secondo Giovanni

Come noto, questo Vangelo non fa parte dei “sinottici”. In esso si ritrova solo il seguente passo che richiama alla liturgia ebraica. 

6,11 Gesù prese allora i pani e, rese grazie, li distribuì a coloro che erano seduti, ugualmente fece per i pesci, quanti ne vollero. 

Concludiamo questi sintetici richiami che riguardano le preghiere di Gesù, mettendo in risalto come egli amasse rivolgersi a Dio da solo, in luoghi appartati o su un monte per parlare dall’alto alle folle.

Inoltre, le più importanti preghiere che Egli recita fanno riferimento a quelle ebraiche del suo tempo. Per inciso, le stesse venivano rivolte al Signore molto tempo prima della sua nascita e, del tutto invariate, ancora oggi vengono innalzate a Dio dagli Ebrei.

LA VITA EBRAICA DI GESU’

Tutta la vita di Gesù fu profondamente contrassegnata dalla sua profonda ebraicità.

Mi conforta, riguardo a questa affermazione, quanto riportato nel libro di Corrado Augias [10], edito dopo il mio primo saggio (Il “deicidio” smentito dagli stessi Vangeli) nel quale avevo già affrontato (più sinteticamente) questo argomento:  

Non c’è una sola idea o consuetudine, una sola delle principali iniziative di Gesù che non siano integralmente ebraiche”. 

Il nome Gesù (Giosuè) deriva dall’ebraico Yeshua, Yehoshua (Dio salva) e anche Joshua, nonché dal greco Iesous. Si tratta di un nome molto diffuso ai tempi del Salvatore. Anche oggi, peraltro, lo si ritrova pure tra gli ebrei, tant’è vero che, così si chiama il famoso scrittore vivente israeliano Abraham Yehoshua.  

Come di consueto, per documentare la vita ebraica di Gesù, ci rifaremo esclusivamente a quanto riportato dai Vangeli canonici [1].

Gli stessi si rivelano, peraltro, un vero e proprio tesoro di riferimenti che ne permettono la ricostruzione.

E’, tuttavia, opportuno evidenziare che nei medesimi non vengono mai menzionate date. Inoltre, sulla esattezza delle stesse neppure gli stessi studiosi sono del tutto concordi.

Di date precise non parlano neppure i più importanti storici dell’epoca quali Giuseppe Flavio (37-95 d.C), Tacito (55-120 d.C.), Plinio il Giovane, Gaio Svetonio Tranquillo, Filone d’Alessandria (25 a.C., 25 d.C. circa), Plinio il Vecchio, Cornelio Tacito (54-119), ecc.

Per rendere quanto più scorrevole possibile ed organica la lettura, suddivideremo il nostro lavoro in tre parti: la prima infanzia, l’osservanza dei precetti e delle tradizioni, le Sollennità ebraiche.

 

La prima infanzia

La prima infanzia di Gesù è narrata con dovizia di riferimenti solo nel Vangelo di Matteo.

Lo stesso inizia  presentando Gesù come figlio di Davide, di Abramo (Mt 1,1). Anche Luca tratta la genealogia di Gesù (3,23-38).

Secondo il Vangelo di Matteo (2,1), egli nasce  in Betlemme di Giuda, al tempo di Erode il Grande (nato nel 73 a.C) che ottenne l’amministrazione della Giudea nel 47 a.C.

La famiglia di Gesù deve fuggire in Egitto, perché Erode cerca il bambino per farlo morire (Mt 1,15). Egli aveva, infatti, ordinato l’uccisione di tutti i bambini viventi in Palestina e di età compresa tra  due anni in giù (Mt 2,16). L’evento è passato alla storia come la “strage degli innocenti”.

La famiglia di Gesù  dovette rimanere in Egitto fino alla morte di Erode (avvenuta pochi mesi dopo la strage degli innocenti) al quale succedette Archelao che continuò a regnare in Giudea e Samaria dal 4 a.C. al 6 d.C.(Mt 2,22).

Come ogni bambino ebreo, anche Gesù viene circonciso nel Tempio all’ottavo giorno dalla sua nascita.

A tale proposito citano i Vangeli  

Quando furono passati gli otto giorni per circonciderlo” (Lc 2,21) “…secondo l’usanza….secondo la Legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come sta scritto legge di Mosè” (Lc 2,22-23).

In Giovanni 7,22-23 si  legge: “Poiché Mosè ha dato la circoncisione”.  

Questo, al proposito, il commento nella “Bibbia Concordata” [1]. Ogni bambino maschio deve essere circonciso otto giorni dopo la sua nascita anche se l’ottavo giorno  scade di sabato.

In Genesi 17,9-14 Dio dice ad Abramo 

Questo è il mio patto che osserverete, tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: Sia circonciso tra voi ogni maschio.. (omissis) .. e nel corso delle vostre generazioni saranno circoncisi all’età di otto giorni tutti i maschi tra voi..  

Nel vecchio calendario, al 1° Gennaio veniva ricordata la festività della Circoncisione di Gesù. A seguito di quanto scaturito dal Concilio Vaticano II, il primo Gennaio di ogni anno viene ora dedicato a “Maria Madre di Dio”.

La famiglia di Gesù risulta essere composta da Maria, Giuseppe e dai fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda (Mt 12,46; Lc 8,19; Gv 2,12).

Gesù è, come ci racconta il Vangelo di Luca (2,7) il figlio primogenito  

…e (Maria) partorì il suo figlio primogenito”.  

Mt 12,46 “Mentre ancora parlava alle folle, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e chiedevano di parlargli”

Mt 13,55-56  “Non è forse il figlio del fabbro? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?”  

Rientrata dall’Egitto in Palestina, la famiglia, ancora timorosa per qualche strascico lasciato da Erode, andò ad abitare in Nazaret (Mt 2,23).

In tutti e quattro i Vangeli non si fa alcun cenno al periodo che va dalla fanciullezza alla vita adulta di Cristo.

Viene riportato che Gesù parla aramaico, lingua semitica simile all’ebraico, usata ai suoi tempi. 

Mc 5,41 Quindi, presa la mano della fanciulla, le disse: “Talithà kum!” che tradotto significa “Fanciulla, ti dico, sorgi!”.  

7,34 …… quindi, alzati gli occhi al cielo, sospirò e disse “Effathà!” che significa “Apriti!”  

Anche in altri punti dei Vangeli, si possono incontrare ulteriori espressioni in aramaico.

L’osservanza dei precetti e delle tradizioni

Il Vangelo di Luca racconta che Gesù inizia il suo ministero a circa trent’anni (3,23).

Gesù, a sottolineare sia la conoscenza del Vecchio Testamento sia la sua devozione allo stesso, fa spesso riferimento ai Profeti ed ai Re ebrei.

Cita Salomone (Mt 6,29), Isaia (Mt 12,18 ; Lc 3,3/6 ; 4,16), Giona nella pancia della balena  (Mt 12,40; Lc 11,30), Mosè ed Elia a colloquio con lui  (Mt 17,3-4; 17,12; Mc 1,44;  Gv 3,14  7,19), Geremia (Mt 27,9-10), Abramo, Isacco e Giacobbe (Lc  20,37).

Con riferimento specifico alle usanze ebraiche seguite ai tempi di Gesù (ed ancora ai nostri), dalla lettura dei Vangeli emerge che egli fu sempre rispettoso di tutte loro. 

Vengono richiamate le abluzioni dei Giudei per la purificazione  

Lc 2,22 Venuto poi il tempo della loro purificazione, secondo la legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme….

Si tratta della purificazione cui era obbligata la madre dopo il parto. 

Gv 2,6 C’erano là sei idre di pietra, capaci ciascuna da due o tre metrete (si tratta di unità di capacità allora in uso)                          

Sono citati, in modo dettagliato,  i “filatteri” (dal greco: custodire):  

Mt 23,5 Gli scribi e i farisei … allargano infatti le loro filattiere e ingrandiscono i fiocchi

Mc 5,25-28 E una donna che da molti anni era affetta da un flusso di sangue…..si ficcò in mezzo alla folla e da dietro gli  (a Gesù) toccò la veste.

Mc 6,56 Dovunque entrava……collocavano gli infermi sulle piazze e lo pregavano di poter toccare anche solo il lembo del suo mantello; e quando lo toccavano erano risanati.

Lc 8,43-44 E una donna che da dodici anni soffriva di continue perdite di sangue….gli si avvicinò, toccò la frangia del suo mantello…. 

Questo dei filatteri non è un dettaglio da poco: esso evidenzia, per un ebreo, una religiosità osservata  e praticata.

Il mantello, appena richiamato, è il talled ebraico.  Si tratta di un manto rettangolare, munito di frange e di fiocchi agli angoli, nel quale si avvolgono, durante il rito, i fedeli maschi, dall’età di tredici anni compiuti.

Quello che gli ebrei osservanti portano (come faceva Gesù) sotto le vesti, è denominato talled katan (piccolo).     

Anche nelle parole dello Shemà, già richiamato, si fa riferimento ai filatteri (in ebraico: tsitsiot).  

Deuteronomio 6,4-9 Ascolta, o Israele, il Signore, nostro Dio, è il solo Signore….Siano queste cose, che oggi ti ordino, nel tuo cuore. Inculcale ai tuoi figli, parlane stando in casa tua e andando per via, coricandoti e alzandoti. Legale come segno alla tua mano e come frontale fra i tuoi occhi. Scrivile sugli stipiti della tua casa e delle tue città. 

Numeri 15,39 Avrete pertanto i fiocchi e quando li guarderete, allora ricorderete tutti i precetti del Signore e li praticherete..  

Gesù raccomanda  

Lc 10,5  “ …in qualunque casa entrate, dite prima: Pace a questa casa”. Si richiamano in tal modo sia una particolare usanza ebraica, sia il tipico saluto ebraico “Shalom”, che significa proprio pace.

Questa stessa raccomandazione viene rivolta da Gesù anche ai suoi discepoli dopo la sua resurrezione (Gv 20,19).

Emblematica, al riguardo, l’usanza ebraica ancora in uso di salutarsi semplicemente con Shalom (come dire: salve, ciao, buon giorno,ecc.). 

Ecco documentate altre usanze ebraiche riportate dai Vangeli Molto significative quelle relative alla sepoltura di Gesù: 

Gv 19,31 I Giudei, siccome era il giorno di Preparazione, perché i corpi non rimanessero sulla croce di sabato, quel giorno di sabato era infatti solenne, chiesero a Pilato che spezzassero loro [a Gesù ed ai ladroni] le gambe e venissero rimossi.

Secondo la religione ebraica non si può seppellire di sabato (che ha inizio alla sera del venerdì), né lasciare esposta la salma. 

Eccone l’esplicita spiegazione. 

Mc 15,42 Fattosi ormai sera, poiché era la Parasceve, vale a dire il giorno prima del sabato, Giuseppe d’Arimatea, distinto membro del consiglio,…. 

Gv 19,40 “Presero dunque il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende di lino con gli aromi, come è costume dei Giudei di seppellire”. Il grassetto è mio.              

Si veda l’analogia con Mc 15,46; Lc 23,51-56 

Ma ancora:   

Gv 19,32 Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe del primo e dell’altro che erano stati crocifissi con lui. Venuti da Gesù, siccome lo videro già morto, non gli spezzarono le gambe…..  

Mc 16,9 Risorto al mattino del primo giorno della settimana….(Si veda pure Mt 28,1). Vale a dire la Domenica, giorno successivo al Sabato, con il quale termina la settimana ebraica.  

Dalla lettura dei Vangeli emerge chiaramente che Gesù era un fervente osservante dei precetti impartiti dall’Antico Testamento (vivente Gesù, il Nuovo Testamento non esisteva ancora).

Circa i comandamenti impartiti dall’Antico Testamento, Gesù stesso diceva  

Mt 5,17-18 “Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; ma in verità vi dico che fino a quando non passeranno il Cielo e la terra, uno iota solo o un solo apice non passerà dalla legge fino a che non sia tutto adempiuto”.  

Jota: lettera greca, corrispondente allo jod, la più piccola lettera ebraica che non sempre si pronuncia. 

Vi è anche uno specifico riferimento ai Greci:  

Gv 12,20 Tra quelli che erano saliti per adorare durante la festa c’erano alcuni Greci. 

A tale proposito vale la pena di evidenziare che vi fu una notevole influenza greca sulla vita degli ebrei in Palestina ai tempi di Gesù.

Si riscontra anche una sensibile assonanza tra l’alfabeto greco e quello ebraico. Si osservi, infatti, l’evidente similitudine fonetica tra le lettere dei due alfabeti.

Ecco un esempio di pronuncia (alfabeto fonetico internazionale IPA): 

Alfabeto ebraico: Alef, Bet,  Gimel [ G dura], Dalet……… ., Resh, Shin, Tav.

Alfabeto greco:   Alfa, Beta, Gamma, Delta…………  , Rho, Sigma, Tau. 

Proseguiamo nell’evidenziare espliciti richiami dei Vangeli alle tradizioni ed ai  costumi ebraici del tempo.  

Lc 10,1 Dopo questi fatti il Signore [Gesù] designò ancora settantadue discepoli e li inviò a due a due innanzi a sé, in ogni città e luogo che egli stava per visitare.

Annotazione  in [1]. La designazione di altri 72 discepoli (dopo i 12, tanti quante erano le tribù d’Israele), fa riferimento alle 72 nazioni che, secondo gli Ebrei, popolavano allora la terra.

Circa la scrupolosa osservanza di quanto riportato nell’Antico Testamento, è significativo rilevare anche che lo stesso Gesù non aveva in inimicizia i Farisei in quanto ossequiosi della religione ebraica (che, per inciso, era la medesima professata da Cristo), bensì non li considerava degni di stima dal momento che non praticavano ciò che andavano insegnando (vale a dire la Legge mosaica).

Criticava i farisei nella forma, non nella sostanza (predicare bene, razzolare male). Fra l’altro molti studiosi ritengono che lo stesso Gesù fosse un fariseo [10].

Ne è palese dimostrazione il fatto che, rivolgendosi alle turbe ed ai discepoli, Gesù diceva 

Mt 23,3 Allora Gesù si rivolse alle folle e ai suoi discepoli dicendo “Sulla cattedra di Mosè si sono assisi gli scribi e i farisei. Fate e osservate ciò che vi dicono, ma non quello che fanno”. 

Teneva in considerazione pure la funzione del Sinedrio 

Mt 5,22 Chi dice al suo fratello stupido, sarà sottoposto al sinedrio. 

Così come pure quella dei sacerdoti 

Mt 8,4 Gli [al lebbroso che chiede la guarigione] disse allora Gesù “Guardati dal dirlo a qualcuno. Ma và, mostrati al sacerdote e porta l’offerta [di ringraziamento] prescritta da Mosè a loro testimonianza.  

Analogo in Mc 1,41-44 ; Lc 5,14 e Lc 17,14. 

Gesù predicava anche che era necessario adempiere tutto quanto comandato da Dio nelle Scritture, vale a dire nell’Antico Testamento.

Infatti, secondo Gesù non poteva considerarsi credente (nella religione ebraica, l’unica seguita da Gesù per tutto l’arco della sua vita terrena) chi conosceva la Legge, ma solo colui che la professava veramente, mettendone in atto gli insegnamenti (non alla forma, quindi, doveva essere data importanza, ma alla sostanza).

Egli frequentava assiduamente la Sinagoga (dal greco synagoghè: riunione) ed in essa predicava e insegnava, non solo di Sabato (lo Shabbàt ebraico), ma anche durante gli altri giorni (Mt 4,23 _Mc 1,21 _Lc 2,43/48; 4,15-16; 13,10; 20,1 _Gv 6,59; 18,20).

Shabbàt trae la sua radice dal verbo omonimo, impiegato con il significato di “smettere” e, di conseguenza, “riposare”.

Gesù esortava sempre a glorificare il Padre e a seguire scrupolosamente gli insegnamenti di Dio: i comandamenti e la Scrittura (Torah). 

Mt 7,12 “Quanto dunque desideri che gli uomini vi facciano, fatelo anche voi ad essi. Questa è infatti la legge e i profeti”. 

Ed ammoniva: 

Mt 23,9 “Nessuno chiamerete sulla terra vostro padre, poiché uno solo è il vostro Padre, quello celeste”.  

A chi gli chiede quali sono i comandamenti da rispettare, Gesù così risponde 

Mt 19,18 “Sono: Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non dirai falsa testimonianza; onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso”.

Analoghi nella sostanza anche Mc 10,19 e Lc 18,20 

Le Festività ebraiche

Gesù osservava scrupolosamente tutte le festività ebraiche, ad iniziare proprio dal Sabato, la “festa” ebraica per antonomasia.

In più passi dei Vangeli emerge che Gesù venerava questa giornata, ancora prima di osservarla (Mc 2,27-28).

Per ogni Ebreo è infatti un dovere assoluto santificare il Sabato, perché è il giorno in cui si riposò l’Altissimo.

Tra l’altro, è proprio Gesù che  mette anche in risalto come durante il Sabato (derogando dall’osservare un assoluto riposo) sia comunque sempre lecito far del bene e, ancor più, prodigarsi per salvare una vita  (Gv 2,6; Mt 12,1-12,12; Mc 3,4; Lc 14,14).      

Peraltro, ciò è quanto, ancora oggi, insegna l’ebraismo.

Di questa giornata così importante per gli Israeliti, si fa riferimento esplicito in numerosi passi dei Vangeli (Mt 27,62; Mc 16,2; Lc 23,54- 24,1; Gv 20,1). La si ricorda, anche, come si è potuto verificare, a riguardo della sepoltura di Cristo.

E che dire della Pasqua (dall’ebraico Pesach: passaggio), una festività importantissima tanto nella tradizione ebraica quanto in quella cristiana, che la riprende aggiungendovi nuovi motivi. 

Per gli Ebrei con questa festa si ricorda la “liberazione” dal giogo straniero, nello specifico dalla schiavitù in Egitto. La si celebra con la solenne, ancorché piena di allegria e felicità, cena del Seder (dall’ebraico: ordine).

Si tratta, né più né meno di quella che è passata alla storia come l’”ultima cena” di Gesù, riprodotta anche nel celeberrimo “Cenacolo” di Leonardo.

Circa questa festività, il racconto dei Vangeli inizia con l’entrata di Gesù in Gerusalemme, nella settimana santa per osservare la Pasqua (ovviamente quella ebraica) [Mt 26,2; Mc 11,1-8; Lc 2,41- 19,28; Gv 11,55-12,12].

Più in dettaglio vi si legge  

Ora, nel primo giorno degli azzimi (dal greco: senza lievito) i discepoli si avvicinarono a Gesù, dicendo: Dove vuoi che ti apparecchiamo per mangiare?” (Mt 26,17; Lc 22,7). 

Nel Vangelo di Giovanni si racconta che  

12,12-13  “..l’indomani, la gran folla venuta alla festa [della Pasqua], udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palma e uscì incontro a lui gridando: Osanna (dall’ebraico: salvaci!). Benedetto quegli che viene in nome del Signore, il re d’Israele!”

In Luca 2,41-42 viene riportato un passo analogo. 

Un’altra delle festività ebraiche richiamate dai Vangeli è la festa dei Tabernacoli o delle Capanne.  

Gv 7,3 Ed era prossima la festa dei Giudei, la festa dei tabernacoli.

Nota a piè di pagina:della Bibbia [1]: festa delle capanne [in ebraico: Succoth], dal 15 al 22 Tishrì, in ricordo della vita nomade trascorsa dagli Ebrei, durante 40 anni, nel deserto  [dopo la fuga dalla schiavitù in Egitto].  

Ed ancora, ecco menzionata la festa della Dedicazione (la festività ebraica di  Channucà) in Gerusalemme.  

Gv 10,22 Ci fu allora  la festa della Dedicazione: era inverno e Gesù passeggiava nel tempio, nel portico di Salomone. 

Con tale Solennità si commemora la purificazione e la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme da parte di Giuda Maccabeo, nel 164 a.C., dopo la sua profanazione messa in atto da Antioco Epifanie.

Con riferimento specifico alle usanze ebraiche seguite ai tempi di Gesù, ed ai nostri, si può evidenziare che egli le osservava tutte scrupolosamente.  

E che dire della parola “amen” il cui significato “certamente” viene, ancora una volta dall’ebraico.

E’ proprio con essa che si concludono le preghiere cattoliche.

A conclusione delle riflessioni che scaturiscono da quanto raccontato nei Vangeli a documentazione della vita ebraica di Gesù, riportiamo le parole di San Paolo che, rivolgendosi ad ogni Cristiano,  così lo ammoniva  

Ricorda che non tu sostieni la radice, ma la radice (l’ebraismo) sostiene te” (Lettera ai Romani 11,18).  

Tutto ciò appurato, sarebbe quanto mai auspicabile che i credenti cattolici (ci si riferisce alla “base” non al “vertice” della Chiesa che, in buona parte, l’ha già acquisito e fatto proprio) si rendessero conto che Gesù era profondamente impregnato di “ebraismo”.

Ne sono testimonianza, come analizzato,  tutti i passaggi della sua “vita terrena”: la circoncisione, il rispetto (nella sostanza) del sabato e di tutte le festività ebraiche, il richiamo continuo all’osservanza delle Leggi dell’Antico Testamento, nonchè di tutte le usanze ebraiche, gli stessi richiami insistenti al fare e ad opporsi ad una falsa religiosità , pomposa nella forma ma priva di sostanza.

Termino queste argomentazioni sulla vita ebraica di Gesù, riportando una frase tratta dal libro [10]. La stessa conclude la risposta data a Corrado Augias dal professore Mauro Pesce, storico del cristianesimo e noto biblista, alla domanda su ciò che Gesù ha lasciato al mondo.  

Detta frase sintetizza egregiamente quanto io ho cercato di evidenziare con questo studio. Eccola, non alla lettera, ma nella sostanza.

Non dimostrare, ma ricordare che Gesù era un ebreo, non un cristiano. E’ nato, vissuto, morto da ebreo.

E, aggiungo io: osservante e praticante.

Se i Cristiani  seguissero gli insegnamenti impartiti da Gesù Cristo, tanto nella lettera quanto nello spirito, offrirebbero un grande contributo al miglioramento dell’umanità intera.  

Il riconoscimento di Gesù come ebreo, può inoltre costituire un motivo in più (al di là di  quello di essere ambedue religioni monoteistiche ed abramitiche) per un proficuo dialogo tra  Ebrei e Cristiani.

  

 

 

BIBLIOGRAFIA

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[  2] M. Perani – Giudaismo e cristianesimo “falsi gemelli”- Morashà.it – Internet

[  3] A. Paul –Il giudaismo antico e la Bibbia- Ed.ni Devoniane Bologna –Traduzione dall’originale di G. Cestari e A.M. Cantoni, 1993

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[  5] G. Korn – Il “deicidio” smentito dagli stessi Vangeli- Morashà.it, 2006- Internet

[  6] G. Korn – Gli Ebrei alla luce del Corano-   WordPress.com, 2007- Internet

[  7] G. Korn – I Cristiani visti dal Corano- WordPress.com, 2007- Internet                

[  8] R. Aron – Così pregava l’ebreo Gesù- Marietti, 1983

[  9] R. Calimani – Gesù ebreo – Mondatori, 1998

[10] C. Augias, M. Pesce – Inchiesta su Gesù – Mondatori, 

[11] A. Gargiulo- Cristiani ed ebrei, oggi, dopo duemila anni- (Internet)

[12] B. Russel -Nuove speranze per un mondo che cambia- Rizzoli, 1994

[13] Giovanni Paolo II- Varcare la soglia della speranza-Mondadori, 1994

[14] Enciclopedia Generale Rizzoli Larousse

[15] Microsoft Encharta 98 – Encyclopedia-Copyright 1993-97-Microsoft Corporation

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[17] Enciclopedia del cristianesimo- De Agostini, 1997

[18] S. Jona- L’amore nel Vecchio Testamento- Scuola tipografica Artigianelli-Genova

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[22] R. Peyrefitte- Gli Ebrei-Longanesi, 1972

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[26] M. Pesce-Il Cristianesimio e la sua radice ebraica-Dehoniane, 1994

[27] A. Gargiulo-Come parla la Chiesa degli Ebrei?-(Internet)

[28] E. Schuerer, G. Vermes-Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo-Brescia, 1985-1997

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[36] Autori Vari – Incontro tra le religioni- Mondadori, 1968 

[37] D. Lattes – Nuovo commento della Torah – Carucci Editore, 1976

[38] E. Pagels – I Vangeli gnostici – Mondatori, 2005 

                                © Giacomo Korn, 2007

 

 

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