IL RUOLO “PREZIOSO”

10 06 2008

DEL SINGOLO NELLA SOCIETA’

E’ la società ad essere formata da singoli individui: senza di essi la stessa non esisterebbe.
ll singolo non è riducibile ai soli valori collettivi, poiché egli stesso rappresenta un valore assoluto. Siamo tutti differenti l’uno dall’altro, ognuno è un essere unico, irripetibile. In ciascuno di noi è presente l’immagine del Divino. L’insieme dell’umanità è “lo specchio” in cui Egli si riflette.
Ogni singolo individuo ha in sé una o più potenzialità nascoste: basta che egli le sappia individuare e le faccia scaturire (maieutica).
Doniamoci la nostra esistenza, lasciamo una traccia (positiva) in questa breve vita terrena. Ognuno è in grado di farlo.
Abbiamo una sola vita terrena: essa è “il” bene supremo. L’esprimere noi stessi (in qualunque modo) è certamente uno degli scopi principali della nostra esistenza.
Non viviamo per “vegetare”: ogni singolo individuo può veramente contribuire al bene della società in cui vive. Non c’è differenza qualitativa tra il bene che i genitori (ed i nonni) possono trasmettere ai propri figli (nipoti) per “responsabilizzarli” a tutto campo, e la scoperta di uno scienziato. Entrambi avranno saputo dare “il meglio di sé”.
In una delle tantissime storielle ebraiche [1] si racconta che prima della sua morte Rabbi Sussja di Hanipol, disse: “Nel mondo a venire, non mi si chiederà: “Perché non sei stato come Abramo, perché non sei diventato Mosè?” Mi si chiederà semplicemente: “Sussja, perché non sei stato Sussja?.
Per parte sua, la società deve essere i grado di tutelare ogni singola persona dalla violenza e dalla sopraffazione degli altri (tutelare i probi, castigare con giustizia i malvagi).
L’ individualità (libertà) del singolo, ancor prima che un proprio diritto, è un dovere che la società ha nei suoi confronti.
Ricordate cosa diceva Dante? Nati non foste per viver come bruti.
Noi possiamo essere preziosi per la società: basta volerlo.
Qual è lo scopo della vita? Vivere, innanzitutto. Ma anche fare del bene, aiutare i più deboli, gli ingiustamente emarginati.
Nel Talmud babilonese [1] viene detto che chiunque distrugge una vita è come se distruggesse il mondo intero, e chi invece mantiene una vita è come se mantenesse un mondo intero.

Nel Corano viene espresso lo stesso concetto.

Innanzitutto bisogna essere sempre noi stessi, senza imitare gli altri (fatti salvi gli artisti, che lo fanno per mestiere).
Diciamoci: “Anche per me è stato creato il mondo, e se io sono un essere irripetibile, io sono importante e prezioso”.
L’umanità è costituita da un insieme di identità che si realizzano soprattutto nella loro “soggettività”, per quanto condizionati dalla società.
Dobbiamo essere sempre noi stessi, avere la capacità di trasmettere le proprie emozioni, il bagaglio di conoscenze acquisite, essere in grado di entrare in contatto con l’altro (empatia). Non è sufficiente convivere con le altre persone, bisogna riuscire a con-vivere con il prossimo.
L’apporto di ciascuno, in ogni epoca, si confronta con le lezioni e le esperienze di tutti gli altri, nel presente e nel passato. Si continua a porgere il “testimone” per andare avanti, per evolversi. Così è pure a riguardo della scienza e della conoscenza in generale: un’evoluzione culturale, cui ognuno di noi può dare il proprio contributo creativo (qualunque esso sia.).
La libertà del singolo, è il presupposto per una società libera.
La vera emancipazione consiste nel poter esprimere la propria diversità, individuale e collettiva. Il limite etico della libertà è uno solo “non fare male agli altri”, non solo fisicamente ma anche attraverso una ingiusta denigrazione: vedi alle voci antisemitismo, razzismo, emarginazione.
La condizione dell’Uomo su questa terra (l’unica che abbiamo, come unica è la vita di ciascuna persona) non dovrebbe essere basata sull’ascetismo, la ricerca della solitudine, dell’isolamento dagli altri. Per realizzare pienamente noi stessi è irrinunciabile il rapporto con la famiglia, la società, il mondo. E’ solo in tal modo che si acquisisce la consapevolezza della propria alterità.
Diversi gli uni dagli altri come singoli individui, uguali per diritti e doveri verso la società in cui viviamo.
L’ebraismo, vale la pena di ricordarlo, annette un importante ruolo al singolo individuo.
L’omologazione delle idee, il totalitarismo culturale, la mancanza di spazio per il confronto, conduce inevitabilmente ad una società statica, cristallizzata, non in grado di evolversi, che “va indietro”. Diventa allora elevato il pericolo della dittatura.
Deve partire soprattutto dal singolo la promozione della cultura della diversità, del rispetto di ogni “altro”.
Abramo fu il primo ebreo (“ivrì”, in ebraico: colui che sta dall’altra parte). Non però per isolarsi o emarginarsi dagli altri, ma per “contagiarli”, con il proprio esempio di singolo individuo a diffondere il messaggio del Signore, il Quale, in estrema sintesi, disse ad Abramo: “Siate diversi dagli altri popoli (pagani) come Io, il Signore, lo sono dagli altri dei”.
E’ solo con l’esempio di giustizia e di bontà, non proclamata ma realmente attuata, che si può educare i bambini a divenire degli adulti responsabili (in tutto).
L’uomo deve occuparsi dei problemi concreti di questo mondo e non di questioni astratte.
La cultura ebraica pone a proprio fondamento un modello dialettico. Si è usi a sostenere che dove si ritrovano a discutere due ebrei, scaturiscono tre opinioni.
Un modello che nega ogni dogmatismo, ogni integralismo, affermando la dimensione pluralistica e dialogica è l’essenza stessa, la peculiarità dell’ebraismo.
Evidenzio che mi riferisco all’ebraismo esclusivamente in relazione ai “valori” che esso è in grado di promuovere e trasmettere [2].
Sono, infatti, del parere che Dio ha creato il mondo, l’Universo, l’uomo: non le religioni.
Fino a questo punto ho inteso argomentare l’apporto che ogni singolo individuo può dare alla società a “fin di bene”.
Certo, esiste anche colui che, per i più reconditi motivi è, invece, votato al male, a nuocere. Ma il suo agire da singolo può far meno danni di quelli che farebbe se appartenesse ad un gruppo, o ad un branco che dir si voglia.
Basterebbe che chi fa del male, o commette addirittura un crimine, pensasse (ma è in grado di farlo?): “Se quanto sto facendo, lo compissero a me?”.
Solo chi non ha stima di sé, è il “vero debole”, il vigliacco che crede di riscattarsi come “carnefice”. Egli è alla ricerca della propria forza (che non ha) nel gruppo, nel “branco”, nella droga, rinunciando alla propria dignità e responsabilità di “essere pensante”.
Sta solo alla coscienza del singolo individuo tenersi fuori dal branco, rifuggire dal “bullismo”, dalla delinquenza, dal terrorismo, dalla violenza sui più deboli.
Le più esecrabili brutalità sono quelle perpetrate ai danni delle donne e, da parte dei pedofili, dei bambini. “Crudeltà” è il loro nome.
Quante menti totalmente annebbiate dall’alcool uccidono degli innocenti. E che dire di coloro che si divertono (?) a lanciare sassi da un cavalcavia: non possono non sapere che, in tal modo, si arriva anche ad uccidere!
E’ forse fuorviante chiamarli con il proprio nome: “criminali”? All’uomo (quindi anche a loro) è data la facoltà di distinguere il bene dal male.
Sono essi individui “non liberi”, bensì imprigionati in se stessi, per propria volontà.
Una semplice riflessione prima di agire (ancor più a fin di male) sarebbe in grado di risparmiare tanti danni, molti lutti, immensi dolori. E’ compito di ogni singolo individuo “pensare”.
Un’utopia augurarselo?
Voglio sperare di no!

BIBLIOGRAFIA
[1] R. Della Rocca- E Dio creò la diversità- Morashà.it (internet)
[2] G. Korn- Ebraismo: i valori, l’universalità, la sua divulgazione

Roma, 24.11.2007

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