“GLOSSARIO” MINIMO

31 05 2008

DEI TERMINI EBRAICI

 

Termino questa “carrellata” sull’Ebraismo, proponendo un brevissimo GLOSSARIO.

Quando si dice i “casi” (anche spiccioli) della vita!

Giorni fa mi è capitato di leggere su L’altra enigmistica dell’aprile 2008 un articolo che così, testualmente, terminava:

 

..L’immensa ricchezza della nostra famiglia è la gioia di vivere in questo modo, è l’amore assoluto per la vita e la capacità di essere vivi nel tempo con la chiara percezione dell’eternità. “Ascolta Israele, l’Eterno è il tuo Dio, l’Eterno è Uno”. Questa non è la preghiera di un Popolo [lo Shemà, che inizia esattamente in tal modo, è la preghiera ebraica “per antonomasia”. N.d.R.] è la preghiera di ogni uomo. Pensaci!

 

Sono queste le parole di un Cristiano, non di un Ebreo. Esse riassumono mirabilmente quanto ho cercato di esporre in [1].

Ecco il punto! Chi “crede” in un Dio “Unico” non può che condividere il fatto che ci possa essere lo spazio anche per più Religioni. Il Signore ha creato l’Universo, non le religioni. Se poi esse sono numerose, è evidente che “devono” necessariamente essere differenti le une dalle altre.

E’ pure indubitabile che le religioni “rivelate” abbiano la stessa “radice”: nello specifico quella Ebraica, la prima ad essere svelata.

Termino, ribadendo ancora una volta che non ho inteso insegnare alcunché ad alcuno, ma solo spiegare modestamente alcune cose elementari.

Mi chiedo solo se una piccola “pillola” (questo lavoro che mi ha impegnato non poco) possa “contribuire” a guarire dalla malattia dei “pregiudizi”.

Lo spero.

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Traggo le definizioni, prevalentemente, da “LE NOSTRE RADICI”, Sito che si trova in Internet.

 I commenti aggiuntivi sono miei.

I termini sottolineati rimandano alla parola indicata.

 

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ABBA: padre.  E’ un termine che si trova citato più volte nei Vangeli. Forse non tutti sanno che del Pater Noster, oltre che la versione in latino, esistono anche quella in ebraico, aramaico, greco.

La preghiera del Padre Nostro non è una completa invenzione, è modellata sul Kaddish, una bellissima preghiera ebraica antica…. [2]

AMEN: così sia! E’ usato nell’ebraismo per approvare un’esortazione alla lode ed alla benedizione. Questa parola fu più tardi adottata dal cristianesimo nelle funzioni religiose.

ARAMAICO. Lingua della famiglia semitica parlata dagli Arami (Aram, biblico della Siria).  L’aramaico è una lingua semitica che vanta circa 3.000 anni di storia. In passato, fu lingua di culto religioso e lingua amministrativa di imperi. È inoltre la lingua in cui furono in origine scritti i Talmud.

Si ritiene inoltre che fosse l’idioma parlato da Gesù. Ne sono testimonianza anche alcuni passi dei Vangeli (Marco 5,41- 7,34).  

ARIANO. Nella sua accezione originaria, il termine indica le popolazioni iraniche e quelle indiane di origine indoeuropea; dai nazisti esso fu indebitamente esteso a tutti i popoli di lingua indoeuropea, in particolare a quelli germanici (passando quindi a indicare persone di pelle bianca di tipo nordico), e assunto a sinonimo di razza pura e superiore in opposizione a ogni altra razza.

ARMAGEDDON: montagna di Megiddo, monte presso Gerusalemme. Dall’ebraico Har Megido. Nel Nuovo Testamento, indica la battaglia finale tra i re della terra (incitati da Satana) e il Dio dei cristiani, tra il bene e il male di cui si parla nell’Apocalisse. Più genericamente,  indica una catastrofe apocalittica [Wikipedia].  

ASHKENAZITA: dalla Germania. Termine usato dal XVI secolo per indicare gli ebrei dell’Europa centrale e orientale di origine germanica (ashkenazim). L’ebreo ashkenazita si differenzia dagli altri ebrei per alcune pratiche rituali, per il formulario liturgico, per la pronuncia stessa della lingua ebraica.

BAR: figlio (termine aramaico). In ebraico BEN            

BAR MITVA’: figlio del precetto. Espressione formata da BAR (figlio) e mitzwah (precetto). Con quest’espressione è intesa la cerimonia che secondo la tradizione, segna il raggiungimento dell’età a partire dalla quale l’adolescente diventa responsabile delle sue azioni. Infatti vien detto del ragazzo che compie la maturità religiosa (a tredici anni), assumendo diritti e doveri dell’adulto. Sta a indicare anche la cerimonia relativa, che si celebra in sinagoga, in cui il ragazzo per la prima volta davanti all’assemblea legge la Torah. A partire da quel giorno, il giovane che porta già sulla propria carne il segno dell’alleanza con Dio (Berith milah, la circoncisione), non dipende più da suo padre, ma diviene responsabile dei propri atti e se quindi commette peccato, si rende passibile di castigo. La cerimonia viene svolta il primo sabato dopo il compimento del tredicesimo anno di età del giovane. I famigliari s’incontrano nella sinagoga, e durante la cerimonia il giovane è invitato a leggere per la prima volta la Torah.

BAREKHU: benedite. Formula liturgica di benedizione che introduce le preghiere del mattino e della sera, e la lettura sinagogale della Torà. Barekhu et-Adonay ha-mevorakh “Benedite il Signore degno di benedizione”. Barekhu et-Adonay ha-mevorakh le-‘olam wa-‘ed  “Benedetto il Signore degno di benedizione per sempre e oltre”, è la risposta dell’assemblea.

BAT: figlia.

BAT MITVA’: figlia del precetto. Cerimonia in cui la giovane ebrea, che ha compiuto i dodici anni, acquisisce lo statuto di “donna” e ne assume gli obblighi di carattere culturale. È di recente istituzione e non è praticata in tutto il mondo ebraico

BEN: figlio. Prima che i cognomi divenissero di uso comune, un ebreo era conosciuto tramite il suo nome e il nome del padre, per esempio: Yochanan Ben Zakkay. Talvolta si utilizzava bar, che è l’equivalente aramaico, per esempio: Shimon Bar Kokhba.

Ricordate il celeberrimo Kolossal Ben Hur?

BERAKHA’: benedizione.  Plurale berakhot. .  

BERIT MILA’: patto della circoncisione. Si celebra nell’ottavo giorno dalla nascita di un figlio maschio e consiste nell’asportazione del prepuzio del neonato in memoria del patto stipulato tra Dio e il suo popolo (Genesi 17,11-12). In questa occasione viene imposto il nome. La cerimonia è prescritta anche per il convertito all’ebraismo.

La circoncisione di Gesù è richiamata nei Vangeli di Luca (2,21-23) e di Giovanni (7,22-23).  

CHANNUCCA’: dedicazione.  Festa delle luci, in memoria della riconsacrazione del tempio dopo la vittoria dei Maccabei sui Greci nel 164 a.e.v. e la riedificazione dell’altare profanato. Dura otto giorni, durante i quali si accendono progressivamente le otto luci della chanukkiyyà (candelabro)..

GEENNA: valle di Ennom. In ebraico Ghe Hinnom.  Stretta e profonda gola nella valle di Hinnom, sotto le mura dell’antica Gerusalemme, dove venivano gettati i cadaveri dei lapidati e le immondizie che bruciavano col fuoco perenne [in onore del dio Moloch- N.d.R.]. Simbolo di castighi e tormenti eterni.

GENTILE: straniero. Parola di origine latina [da: gens], per persone o nazione non romane. Sostituiva l’espressione (abbastanza dura di: pagani). Durante l’epoca pre-cristiana, questo termine era usato riferendosi a persone non ebree. Dopo il sorgere del cristianesimo, con questa espressione si intendevano non-ebrei e non-cristiani.

GOLEM.  Nella leggenda ebraica, nome attribuito all’essere creato magicamente  da ebrei religiosi.  Materia o massa senza forma. Nella tradizione successiva indica un essere di creta animato dal nome di Dio e creato per la difesa e il servizio degli ebrei del ghetto. Il più famoso, oggetto di molte opere letterarie, è quello attribuito a rabbi Loew di Praga nel XVI secolo.

GOY: il non ebreo, il gentile. Plurale goyim. Questo termine ebraico significa genericamente popolo, e nella Bibbia (Esodo 19,6) è applicato anche al popolo d’Israele. Più tardi, quest’espressione fu usata per indicare i popoli stranieri, coloro che non appartenevano alla nazione ebraica.

IMMA: mamma, madre.

ISH: uomo.

ISHA’: donna. Si noti la stessa radice di uomo. La donna, infatti, è stata creata da una costola di Adamo: uomo e donna sono “una cosa sola”.’

IVRI’: Termine largamente diffuso, prima dell’esilio babilonese, per indicare gli ebrei.

Deriva dal termine Ivrim che significa l’uno opposto, separato dai molti. Il vocabolo fu probabilmente derivato dal nome del patriarca Abramo, così chiamato perché abitò le terre oltre il fiume Eufrate. L’ebreo è perciò quello che sa ancora pensare rettamente con la sua testa e non si identifica e unifica con i meccanismi risaputi della comunità babelica e pagana, ma testimonia sempre, anche con la sua solitudine, isolamento e diversità, la verità di Dio sopra ogni altra cosa [3]

KADDISH (si veda QADDISH).

KASHER: adatto. Detto di ciò che è conforme alla kasherut, cioè alla norma biblica, contenuta principalmente nel libro del Levitico, e rabbinica sulla purità dei cibi permessi, sul modo di cucinarli e servirli. È relativa anche ai tessuti, ai libri sacri, utensili ecc. Per ciò che riguarda gli animali sono considerati puri i quadrupedi ruminanti dallo zoccolo biforcuto (ovini e bovini); i pesci dotati di pinne e squame; e i volatili non rapaci. In senso lato: in possesso dei requisiti richiesti secondo un dato standard, quindi qualificato, adatto ad inserirsi in un dato sistema.

KIPPUR: espiazione“. Vedi Yom Kippur.

KOL NIDRE: tutti i voti. Termine aramaico, in ebraico kol nedarim. Formula di annullamento dei voti cantata in apertura dello Yom Kippur.

LADINO. Una varietà dello spagnolo castigliano del XV secolo con molte parole ebraiche e arabe, parlato dagli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492 e tuttora usato soprattutto nei paesi del Mediterraneo orientale.

LE-CHAYYIM!: alla vita! Più comune le-chaim. È il brindisi che si pronuncia mentre si alza il bicchiere prima di bere del vino o un alcolico, l’equivalente di “Alla salute!”.

MAGHEN DAVID: Scudo o Stella di Davide. Questo esagramma o stella a sei punte, è formato da due triangoli equilateri, aventi lo stesso centro, ma che sono posti in direzioni opposte.  Durante il triste periodo del regime nazista la stella di Davide fu il segno di riconoscimento imposto agli ebrei. Appare sulla bandiera d’Israele, come anche su molti prodotti e simboli in relazione con la nazione d’Israele.

MARRANO: maiale, in spagnolo. È il termine spregiativo con cui i cattolici spagnoli del XVI secolo designavano gli ebrei convertiti forzatamente sotto l’Inquisizione e costretti al battesimo, ma che continuavano a praticare in segreto il loro ebraismo.

Spesso costoro fuggirono in altri paesi più tolleranti, come il Nord Africa, l’Italia, il Nord America, i Paesi Bassi, la Turchia.

MASHIACH: consacrato, unto. All’origine, nell’Antico Testamento, designava i re (gli “Unti dal Signore”) e i sacerdoti. In seguito il termine indicò il Messia in senso proprio, la cui apparizione sarebbe la diretta anticipazione del “mondo a venire”. La traduzione greca è Christòs, da cui Cristo, “colui che è unto”.

MEZUZA’. Piccolo astuccio metallico contenente un pezzo di  pergamena con passi biblici (Deuteronomio 6,4-9; 11,13-21) che, secondo l’applicazione letterale di Deuteronomio 6,9, è fissata allo stipite destro della porta di casa, come per consacrarla e indicare che è sotto la protezione di Dio. Con la parola Mezuzà si indicava lo stipite della porta. Ma poi col passare degli anni, l’espressione prese ad indicare solo la detta scatoletta.

MILA’:  vedi Berit Milà

MINIYAN. Secondo l’ebraismo ortodosso, numero minimo di dieci maschi ebrei circoncisi e maggiorenni (dai tredici anni d’età) perché un servizio in sinagoga abbia carattere comunitario e non di semplice studio e commento delle Scritture. L’eventuale presenza di donne non contribuisce al raggiungimento del minyan. Nell’ebraismo riformato o progressista è richiesta la presenza di almeno dieci persone (maschi o femmine non importa, anche il rabbino può essere maschio o femmina) ebree maggiorenni.

MIKWE’. Raccolta d’acqua naturale corrente contenente almeno quaranta sea (misura di volume in uso ai tempi della Mishna’). Il bagno rituale che ogni fidanzata ebrea deve fare prima del matrimonio, e che le donne religiose fanno al termine del periodo mestruale e dopo aver partorito. Il miqwè è prescritto in numerose altre occasioni, come il rito di conversione all’ebraismo, e coinvolge anche gli uomini. Miqwè indica anche il locale in cui si adempie al precetto. Chiamato usualmente bagno rituale in quanto l’immersione in esso di cose e persone conferisce la purità rituale.

Una vasca o una piscina ripiena di acqua attinta non costituisce un mikve. 

Anche la madre di Gesù, Maria, va a Gerusalemme per purificarsi dopo il parto (Vangelo di Luca 2,22).

MISHNA’: dal verbo ebraico che significa “recitare le lezioni”, “ripassare”. La Mishnà, che è il codice della tradizione orale, è divenuta una delle due parti del Talmud (la seconda, è la Ghemarà). La redazione finale della Mishnà risale alla fine del II secolo e.v. e comprende 63 trattati divisi in 6 ordini riguardanti la normativa cultuale, i rapporti sociali, il diritto civile e penale, il matrimonio ecc.

MITZWA’: comandamento. Plurale: mitzwot.  Precetto contenuto nella Torà, indica anche la buona azione. Sono 613 i precetti della Torà, di cui 248 precetti positivi, e 365 precetti negativi.

MOSHE’ RABENU: Mosè, nostro Maestro. Modo abituale di menzionare Mosè.

NAVI: profeta. Colui che parla a nome di un altro – veniva anche chiamato: uomo di Dio o veggente. Nella Bibbia questo incarico non è stato rivestito solo da uomini, infatti, nella storia biblica troviamo Mosè, Elia, Isaia, ma leggiamo anche di Debora, Huldà ed altre donne che furono rivestite di Spirito Santo. I profeti erano uomini e donne di Dio, che esprimevano il loro messaggio attraverso comunicazioni personali, predicazioni o azioni simboliche. Essi erano alla guida del popolo d’Israele, e spinti da Dio intervenivano in ogni questione morale, politica, religiosa, sociale o pubblica.

L’Islam distingue i Profeti in « inviati » (nabi) [si noti la similitudine con navi], che hanno predicato agli uomini il culto del Dio unico e li hanno esortati alla retta via, e in « messaggeri » (rasùl): “Ad alcuni profeti  abbiamo dato eccellenza sugli altri” (Cor.17,55) e li ha fatti portavoce di una nuova Rivelazione, come Mosè, Gesù e Muhammad [3]

NEFESH: anima. È l’anima più vicina al corpo e lo nutre e il corpo le è unito strettamente.

Quando una ebreo muore, ogni sera, per un intero anno, in Sinagoga l’Officiante ne richiama il nome, facendolo precedere da Ve Nefesh.

NU.  Intercalare yiddish, corrispondente circa al nostro “allora…”, “andiamo avanti…”.

Grande interprete e divulgatore dell’autoironia ebraica, e del mondo yiddish, è Moni Ovadia.

OY! Una delle interiezioni preferite degli ebrei originari dell’Europa dell’Est. Si contano non meno di trenta espressioni di sentimenti esprimibili con lo oy: tra cui la sorpresa, la paura, la tristezza, la gioia, l’euforia, il sollievo, l’incertezza ecc.

PARASHA’: sezione. È la porzione settimanale del testo della Torà letto in sinagoga durante la celebrazione dello shabbat. Se ne completa il ciclo in un anno.

Nel Vangelo di Luca 4,14-18 si legge che Gesù si recò di sabato a Nazaret, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere [la Parashà]. Gli fu presentato il libro del profeta Isaia ed egli, apertolo….

PESACH: passare oltre. Infatti, in inglese viene letteralmente chiamata Passover. Pronuncia yiddish Peysech.  Pasqua, la più amata fra le feste ebraiche, che commemora la liberazione di Israele dalla schiavitù in Egitto, il cui racconto si trova nel libro dell’Esodo. La ricorrenza prevede la consumazione di cibi non lievitati e la cena rituale del sèder.

POGROM: termine russo che significa “distruzione”. Indica le sollevazioni popolari, con massacri e saccheggi, compiute tra il 1881 e il 1921 nella Russia zarista contro gli ebrei; di qui il significato più generale di “persecuzione sanguinosa di una minoranza” che la parola ha poi assunto.

PURIM: sorti. La festa che commemora la liberazione degli ebrei di Persia dal complotto ordito contro di loro da Haman, il primo ministro del re Assuero di Persia, nel V secolo a.e.v. ed è narrata nel libro di Ester. È la festa più allegra del calendario ebraico, molto simile come spirito al carnevale cristiano.

QABALA’ (o CABBALA’): ricezione. Designa in particolare la tradizione mistica orale, e in seguito codificata in forma scritta, che, a partire dal secolo XII secolo e.v. sviluppa le tradizioni mistiche precedenti in un complesso sistema che sta anche alla base del chassidismo (corrente mistico-popolare nata nell’Europa orientale del XVIII sec. e.v.).

QADDISH (o KADDISH): in aramaico “santo”. È una preghiera che glorifica il nome di Dio, recitata alla fine dell’ufficio sinagogale. È la più solenne e una delle più antiche preghiere ebraiche, fonte del Padre Nostro. Si recita in occasione di funerali e anniversari.

QIDDUSH (o KIDDUSH): consacrazione. Benedizione sul vino recitata la sera del venerdì per l’inizio dello shabbat e in altre occasioni festive.

Anche Gesù recita questa benedizione (Vangelo di Luca 26,26-27).

RABBI: maestro, rabbino. Pronuncia ashkenazita: rebbe. Il capo spirituale di una comunità ebraica. Più noto con il termine Rabbino.

ROSH HA SHANA’. Capodanno ebraico, celebrato il primo giorno del mese di tishrì in Israele, i primi due nella diaspora. Festa di carattere penitenziale, è caratterizzata dal suono dello shofar.

SEDER: ordine. L’ordine delle cerimonie e delle azioni che si svolgono durante la cena pasquale (per estensione indica anche la cena stessa nel suo insieme) celebrata la prima sera di Pèsach in Israele, nella diaspora anche la seconda. E’ la cena particolare con la quale si dà inizio alle festività della “Pèssach”, la Pasqua ebraica. Scopo di tutti i riti del sèder è quello di mantenere vivo nel cuore degli ebrei l’Esodo dall’Egitto.

Nell’ebraico moderno, “be seder” ha il significato di: OK, va bene!

SEFARDITA: spagnolo.  Da Sefarad, “Spagna”. Designa gli ebrei spagnoli e portoghesi e i loro discendenti presenti in molti paesi della diaspora.

SHABBAT: sabato. In Yiddish, shobbos, shabbos, shabbes.. Giorno di riposo in memoria del settimo giorno della creazione, in cui Dio stesso si riposò. Inizia il venerdì sera appena prima del tramonto del sole e termina il sabato sera, con l’apparizione della prima stella nel cielo. Durante questo intervallo di tempo l’ebreo praticante deve abbandonare tutte le sue occupazioni abituali per non pensare che a Dio. Tra i divieti dello shabbat (la legislazione rabbinica ne indica 39) si contano la cucina, il lavoro manuale, i viaggi, la scrittura, la transazione di denaro, il trasporto di oggetti all’esterno ecc. Parte della celebrazione è il Qiddush, la benedizione recitata sul vino e sul pane, all’inizio dei primi due dei tre pranzi festivi del Shabbat.

SHALOM: pace. E’ il tipico saluto ebraico.

SHALOM ALECHEM: la pace su di voi. Saluto tradizionale ebraico. Nella pronuncia yiddish (Sholem Aleichem) è il nome d’arte di Shalom Rabinovitch (Perejaslav, Ucraina, 1859 – New York 1916), il più celebre autore in lingua yiddish.

Lo stesso saluto, in arabo, è: Salam (o assalam) alaikum [3].

SHALOM BAYT: pace della casa, pace domestica.

SHEMA’: ascolta. Shema‘ Yisra’el, Adonay elohenu, Adonay echad, sono le prime parole dell’espressione di fede ebraica formata da tre sezioni bibliche (Deuteronomio 6,4-9; 11,13-21; Numeri 15,37-41) e che inizia con le parole: “Shema‘ Yisra’el… Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro, il Signore è uno”. Si recita due volte al giorno, mentre il primo versetto rappresenta l’ultima preghiera prima di addormentarsi e in punto di morte. Continua poi con le seguenti parole in Deutoronomio 6,4: “…il Signore è il nostro Dio, il Signore è l’Unico…” Questo verso, insieme ad altri in (Deutoronomio 6:5-9), sono diventati la preghiera per eccellenza del popolo ebraico, attraverso la quale viene messa in rilievo l’esortazione di dedicarsi a Dio e di consacrare a Lui la vita quotidiana. Un popolo di sacerdoti… 

SHOA’: catastrofe. Termine di origine biblica che indica annientamento, una catastrofe improvvisa, individuale o collettiva, causata dall’ira di Dio o dalla ferocia di un nemico. Con esso si designa oggi la persecuzione e lo sterminio degli ebrei scatenata in Europa soprattutto dai nazisti di Hitler dalla fine degli anni Trenta e per tutto il periodo della seconda guerra mondiale, e culminata con l’annientamento di circa sei milioni di persone nei numerosi campi di sterminio situati principalmente in Germania e in Polonia. Nel mondo di lingua inglese si utilizza di preferenza il termine Holocaust.

SHOCHET. Macellaio rituale, che esegue la macellazione degli animali secondo le norme della shechità, che consistono essenzialmente nell’evitare la sofferenza all’animale [l’ebraismo è molto attento a far soffrire il meno possibile gli animali] e nel dissanguarlo completamente.

Da qui si evince, se ancora ve ne fosse bisogno (si vedano i miei lavori), l'”orrore” che ha l’Ebreo nell’utilizzazione del sangue.    

SHOFAR. Corno di montone o stambecco. Secondo la tradizione il suono dello shofar ricorda il sacrificio di Abramo (chiamato da Dio a immolare il figlio Isacco, sostituito all’ultimo istante da un ariete – Genesi 22,1-18) e annuncerà l’arrivo del Messia. Usato in alcune festività religiose (Rosh Ha-Shanà, Kippur) viene oggi impiegato in Israele anche per avvenimenti particolarmente solenni della vita civile.

SHTETL. Termine yiddish. Diminutivo dal tedesco stadt, “città”. Cittadina, villaggio, specificamente delle comunità ebraiche dell’Europa orientale.

SIDDUR: ordine. Come seder.: Nel mondo di tradizione ashkenazita è il libro di preghiere che contiene la liturgia quotidiana e quella dello shabbat. Nel mondo sefardita tale formulario è detto tefillàh..

Nella cultura ebraica lo studio e l’apprendimento sono fra le cose più preziose di una vita che abbia veramente senso.

SIMCHA’ TORAH: gioia della Torà.  Festa a conclusione del ciclo annuale di lettura della Torà.. Durante la celebrazione in sinagoga i fedeli portano in processione i rotoli della Torà girando sette volte intorno al podio dove si legge la Toràh.

SUKKA’: capanna.

SUKKOT: capanne. Festa che segue di cinque giorni lo Yom Kippur, dura dal 15 al 22 di tishrì, e si conclude con Simchat Torà. È prescritta la costruzione all’aperto di una capanna di frasche in cui consumare i pasti e pregare in memoria della permanenza del popolo di Israele nel deserto durante l’esodo dall’Egitto. Festa originariamente agricola, per la vendemmia e la raccolta dei frutti.

TALLID. Pronuncia italiana, talled. Manto bianco spesso orlato di strisce nere o blu e con le frange rituali ai quattro angoli secondo il dettato di Numeri 15,37-41, indossato dagli uomini durante la preghiera del mattino. Gli osservanti ne portano costantemente uno più piccolo (tallit qatan) sotto gli abiti. 

Secondo quanto emerge dalla lettura dei Vangeli, Gesù portava sotto gli abiti proprio questo talled. In vari punti degli stessi Testi Sacri emerge che, specialmente i malati in cerca di un miracolo da parte di Gesù, cercavano di toccare queste frange: gli “tzitziot” che pendevano dal talled che egli indossava.                          

TALMUD: studio. Raccoglie l’insieme delle discussioni rabbiniche risalenti al periodo tra il IV e il VI secolo e.v. Ne esistono due redazioni: una più ampia e autorevole, Babilonese (che raccoglie oltre a materiale giuridico e normativo, anche leggende, vite di maestri, preghiere, detti, midrash ecc.); e una più breve, Palestinese o di Gerusalemme.

TAREF. Indica tutto ciò che non è kasher.

TEFILLAH. Vedi siddur. Nella tefillàh (preghiera) gli ebrei (e non solo loro) si rivolgono a Dio, comunicano con Lui parlando ad alta voce, comunicandogli i bisogni le gioie ed i dolori. Nella cultura religiosa ebraica ci sono dei momenti particolari della giornata, nei quali il popolo deve rivolgersi a Dio in preghiera: la mattina, il pomeriggio e la sera.

TESHUVA’: pentimento e ritorno a D-o. Costituisce il tema principale del libro di Giona e quello del digiuno di Kippùr (il giorno dell’espiazione). La parola è generalmente tradotta « pentimento », ma « ritorno » è preferibile, dipingendo l’anima che torna indietro al D-o accogliente dal quale aveva deviato.

Questo specifico termine era molto usato (e caro) a Papa Giovanni Paolo II, cui vi faceva ricorso tutte le volte che intendeva sottolineare il perdono che doveva essere richiesto per le colpe perpetrate nei confronti degli Ebrei.

TISHA’ BE AV: nove di av. Giorno di digiuno in commemorazione delle distruzioni del primo e del secondo tempio di Gerusalemme, avvenute l’una nel 587-586 a.e.v. e l’altra nel 70 e.v., Esso ricorre nel nono giorno del mese di AV. Questo è un giorno di particolare digiuno. Si comincia a digiunare già al tramonto dell’otto di Av (la vigilia), e nella sinagoga viene letto il testo del libro delle “Lamentazioni”. Questo particolare evento viene ricordato regolarmente dagli ebrei. Durante gli ultimi decenni gli ebrei si recano a pregare presso il muro del pianto.

TORAH: insegnamento, legge. È la legge data da Dio a Mosè sul monte Sinai. La Torà scritta consiste nei primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco): Bereshìt (in principio) Genesi; Shemòt lett. Nomi Esodo; Vayikrà e [D-o] chiamò Levitico; Bemidbar lett. nel deserto Numeri; Debarim lett. parole Deuteronomio.

La Torà orale è la tradizione dei maestri raccolta nelle opere della letteratura rabbinica e mai conclusa.

TZITZIT. Plurale: tzitziot. Fiocco o frangia che, secondo il comando di Numeri 15,37-41, si porta attaccato ai quattro angoli del tallit o a uno scapolare (tallit qatan). Queste lunghe frange sono fatte con la seta, con il lino o la lana se il Tallit è di lino o di lana. Sono quattro fili doppi e annodati, uno è azzurro o viola; ricordano le quattro lettere del Nome Santo di Dio, il sacro tetragramma [troppo sacro per essere pronunciato. NdR] .

YIDDISCH. Lingua parlata dalla maggioranza degli ebrei ashkenaziti (di origine tedesca). Nel suo stadio più antico è una varietà del Mittelhochdeutsch [alto tedesco del Centro Europa. Cioè “buon tedesco”, sia scritto sia parlato. NdR], con elementi lessicali ebraici, slavi e neolatini e viene scritto in caratteri ebraici [caratteristica più unica che rara nella scrittura delle lingue. NdR].

YOM KIPPUR: giorno dell’espiazione. Giorno di digiuno e di preghiera per la espiazione e il perdono delle colpe, celebrato il 10 del mese di tishrì. In questa sola occasione il sommo sacerdote nel tempio pronunciava il nome di Dio all’interno del Santo dei santi. Attualmente in sinagoga la celebrazione prevede una solenne confessione dei peccati e il suono dello shofar.

 

Bibliografia

[1] G. Korn- Ebraismo: i valori, l’universalismo, la sua divulgazione- (nel Blog)

[2] C. Augias, M. Pesce – Inchiesta su Gesù – Mondatori

[3] G. Korn- Gli Ebrei alla luce del Corano – (nel Blog)

Sarò grato a chiunque vorrà aggiungere qualche voce a questo “Glossario”, ritenendo che ciò possa essere utile per una migliore comprensione del mondo ebraico da parte di “non Ebrei”.

Roma, 31.05.2008

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Information

5 responses

31 05 2008
4 06 2008
Azil

SHACHRIT
preghiera mattuttina
MINCHA’
preghiera pomeridiana
ARVITH
preghiera serale
MUSAF
preghiera aggiuntiva al sabato e nelle feste comandate

4 06 2008
Azil

ALCUNE PRECISAZIONI SPERANDO DI FAR COSA GRADITA:
AMEN
gli ebrei pronunciano amèn, mentre i cristiani àmen
GENTILE
in ebraico si dice goy, goim plurale, e si intende tutti coloro che non sono ebrei.
MINIYAN. Secondo l’ebraismo ortodosso, numero minimo di dieci maschi .
In deroga il decimo può essere anche un bambino che sia in grado di leggere e capire.
NEFESH: anima.
Si dice anche NESHAMA’, ma nefesh abbraccia un campo vastissimo difficile da spiegare, intende non solo l’anima ma tutto l’essere ebraico il termine specifico è nefesh yehudì. E’ un sentimento che ha dentro (chi lo prova) anche l’ateo ebreo. Inteso come ebreo di nascita ma non credente.
QADDISH (o KADDISH):
Si recita ANCHE in occasione di funerali ed anniversari. Fà parte della liturgia giornaliera. E’ richiesto il minyan.
SHEMA’
Si dice che si dice due volte al giorno (uvshochbecha uvkumecha, quando ti coricherai e quando ti alzerai) ma in pratica sono tre, oltre a shacrith ed arvith, la si dice anche prima di addormentarsi.

4 01 2009
Sulla profezia e su Shabbat

BS”D
Una precisione sul termine NAVÌ – profeta:
la seconda frase sembra implicare che profezia e Spirito Santo siano sinonimi. Invece nell’Ebraismo il primo è un livello superiore rispetto al secondo (che chiamiamo con più precisione “Spirito di Santità” e talvolta “Ispirazione Divina”).

Anche la voce SHABBAT non è precisa: “Durante questo intervallo di tempo l’ebreo praticante deve abbandonare tutte le sue occupazioni abituali per non pensare che a Dio”. Questa è un po’ una caricatura, ci sono tantissime cose che possiamo fare e che facciamo, nessuno si mette su una poltrona per 25 ore a pensare al Signore. Si mangia (bene), si beve, si canta, si studia, si riposa, si passeggia, si chiacchera (di cose buone), si sta in famiglia, si visitano gli amici, si ricevono ospiti, si prega… e si pensa anche a D-o, ovvio…

1 09 2014
Johnd878

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