CREDERE NELLO “INCONOSCIBILE”

30 04 2008

Il credere in una religione (e quindi professarla) piuttosto che in un’altra costituisce un puro atto di “fiducia” (in qualcuno o in un’idea).

Esso non deriva, infatti, da una “certezza” quale, ad esempio, può darla la matematica, in cui non si crede ma “si conosce”, poiché questa materia si basa su una certezza dimostrabile e sempre verificabile, qui come in qualunque altra parte del mondo, a “prescindere” da come in quel luogo si parli.

La matematica può considerarsi l’unica autentica lingua internazionale. In questo stesso contesto, non è invece possibile dimostrare con assoluta certezza che Dio esista o, allo stesso modo, che “non” esista.

Il motivo di questa “incapacità” di sondare l’inconoscibile (cioè il non spiegabile), si deve ricondurre alla stessa limitatezza della mente umana, la quale non è in grado di spiegarsi ciò che la “trascende”: Dio, ad esempio.

D’altra parte non serve scomodare il Signore per darci una spiegazione “comprensibile”, evitando, cioè, il ricorso ad argomentazioni di tipo filosofico, dell’impossibilità di spiegarci lo “inconoscibile”.

Un semplice esempio si dimostrerà più efficace di tante parole.

Esso riguarda l’incapacità per l’essere umano di afferrare (il vedere con la mente) i concetti di “infinito” e del “nulla assoluto”.

Circa il primo, non è pensabile, ad esempio, di riuscire neppure ad “immaginarsi” l’infinità di ciò che denominiamo Universo. Per quanto il nostro “occhio della mente” possa spingersi lontano, ci sarà sempre qualcosa che “spazia oltre”. E anche se arrivassimo a “percepire” l’infinito come un incommensurabile ( e già qui casca, come si suol dire, l’asino) spazio, verrebbe immediatamente da chiedersi: ma che cosa c’è oltre?
La Bibbia stessa ci mette di fronte all’infinità, ponendoci la domanda se sia possibile enumerare le stelle dell’universo.

Poi [Iddio] lo [Abramo] condusse fuori e gli disse: “Guarda il cielo e conta le stelle, se puoi ” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza” (Genesi 15,5). Il Signore è consapevole del fatto che Abramo non è in grado di contare gli innumerevoli astri celesti..

E l’infinito matematico? Si perviene alla medesima conclusione. Per quanto grande si possa concepire un numero, ce ne sarà sempre uno ancora maggiore. E ciò non solo con riferimento alla mente umana (limitata), ma anche al più sofisticato dei computer: ovvio, essendo lo stesso “ideato” dall’uomo.

E per quanto concerne il “nulla assoluto”?

Proviamo, innanzitutto, ad assimilare lo stesso al numero più piccolo possibile (immaginiamolo come il “nulla assoluto”). Non spaventiamoci, non serve essere dei matematici per comprendere quanto segue.Per quanto la nostra mente si sposti alla ricerca del numero più piccolo possibile, se ne potrà trovare sempre uno ancora minore di quello trovato. E così, all’infinito…..

Fermiamo, a tal punto, un attimo la mente!

Nel ragionamento appena fatto, siamo addirittura riusciti ad andare alla ricerca di ben due “infiniti”: uno enormemente elevato (comunque indefinibile) ed un altro enormemente piccolo, tendente al nulla assoluto, appunto. Potrebbe apparire come una contraddizione di termini, ma tale non è.

Ed è proprio per questo motivo che è opportuno fermarsi qua, avendo comunque compreso a sufficienza (almeno questo è l’auspicio) che con la nostra mente “limitata” non è possibile riscontrare ciò che limitato non è: sia l’infinito, sia il nulla assoluto. Appunto l’inconoscibile.

A ben riflettere, vi sono anche altri concetti che, per essere pienamente compresi, richiederebbero un analogo cammino mentale: le definizioni di “mai”, “eternità”, “esistenza dell’anima” e “Resurrezione”.

Ed è proprio di entrambi questi concetti che sono impregnate le religioni. In ultima analisi, dunque, Dio è per la nostra mente l’estremo Inconoscibile. In un Dio Unico, Signore dell’Universo, o comunque Lo si voglia chiamare, si può solo “credere” (o non credere).

Certo, il “confidare” può essere sorretto anche dalla ragione, la quale può servire per fortificare la nostra “fede”. Tutta questa argomentazione non porta, infatti, a concludere che per l’accettazione della religione non ci sia anche spazio per la “ragione”. Anzi, è proprio con l’ausilio della stessa (appannaggio esclusivo dell’essere umano) che si riesce a conferire valore alla Fede.

Proviamo a fare un ulteriore passo i avanti.

Il credere in una religione piuttosto che in un’altra dipende, in primo luogo, esclusivamente dalla “comunità religiosa” all’interno della quale una persona nasce. Io professo la religione che ho “ereditato” dai miei genitori, e tutti gli esseri umani sono, di fatto, nella mia medesima condizione.

Mi conforta, su un tale punto di vista, il seguente famosissimo detto che la tradizione islamica attribuisce a Maometto:

“Ogni bambino nasce nella fitra (che significa natura, con una sfumatura di “creazione”); sono poi i suoi genitori che lo fanno giudeo, cristiano, o zoroastriano”.

Tutto il resto, il credere, l’essere più o meno osservanti (o praticanti, che dir si voglia), fino ad arrivare addirittura a decidere di “cambiare” la propria religione per un’altra, consegue a scelte esclusivamente personali, peculiari di ogni singolo essere umano.

Ed ancora.

Appare lecito chiedersi come si possa conciliare il fatto che vi siano due fedi monoteistiche (islamismo e cristianesimo), entrambe le quali professano essere l’unica “Vera” Religione, la sola in grado di offrire agli esseri mortali un salvacondotto per la Salvezza eterna. Hans Kung (eminente Teologo cristiano, tedesco e prolifico scrittore) è del parere che:

Cristianesimo ed Islamismo condividono il medesimo trionfalismo, poiché credono di essere i soli fortunati destinatari e custodi del definitivo messaggio di Dio all’umanità .

Questo il pensiero, allo stesso riguardo, del filosofo inglese John Locke: E’ molto probabile che Dio non salvi chi “non vuole” essere salvato.

Ognuna di queste due fedi monoteistiche considera infedele, non credente, chi abbraccia qualsivoglia altra religione (alla quale, invece, “il diverso” crede e le è fedele).

Una tale convinzione, si scontra, tra l’altro, con il fatto che, a chi non professa alcuna di queste due Fedi, poco importa se “secondo altri”, dopo la morte, la sua anima “andrà all’inferno”. Ancor maggiore stridore si può avvertire in una concezione assolutistica, qualora il “non credente” non sia affatto convinto, in quanto addirittura “ateo”, dell’esistenza dell'”inferno” (emblema del massimo “castigo” divino), né della sopravvivenza dell’anima dopo la morte corporale.

Solo Dio potrebbe (qualora lo volesse) testimoniare (tra religioni assolutiste) quale sia veramente l’Unica.

Le religioni che hanno fortemente a cuore la “salvezza” delle anime, anche di quelle dei non credenti (infedeli), potrebbero anche assolvere un’opera meritoria (sempre, tuttavia, dal loro punto di vista), purchè non si vogliano salvare a tutti i costi queste “povere” anime, anche tramite la tortura o con l’uccisione (come, purtroppo, è spesso accaduto nel passato, ed ancora avviene).

Viene infine da chiedersi perché ci si preoccupi tanto della vita eterna (imperscrutabile) dopo la morte, e si consideri invece con pura sufficienza quella terrena?

Se si riflette solo un po’, ci si può rendere facilmente conto che le uniche certezze per un essere vivente (non solo umano) sono la nascita (o il concepimento) e la morte.

 

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